Canada - In difesa della Costa Ovest

Scienziati, ambientalisti, nativi si mobilitano perché il governo blocchi gli impianti di raffreddamento, stoccaggio e imbarco del gas liquefatto previsti sulla Costa Ovest. Mentre un primo ok all’lng arriva da Ottawa per le strutture a Squamish, poco a nord di Vancouver

21 / 3 / 2016

Secondo articolo della rubrica, a cura di Paola Rosà, sullo sfruttamento delle risorse energetiche in Canada e sul prevedibile raddoppio della produzione petrolifera e le conseguenti devastazioni che colpiranno il Nord-Ovest del Paese.

Questione di giorni, al massimo di settimane. Dopo che l'11 marzo è scaduto il periodo di apertura della valutazione di impatto ambientale alle osservazioni pubbliche, spetta alla ministra per ambiente e cambiamenti climatici, che avrebbe rinviato il fascicolo al primo ministro Trudeau, la decisione definitiva sugli impianti della Pacific NorthWest LNG. Si tratta di strutture per il raffreddamento del gas che, in arrivo dai pozzi dell'entroterra lungo un migliaio di km di gasdotti, verrebbe liquefatto a -162°C e imbarcato su navi cisterna dirette in Cina. Sembrava che la decisione si dovesse presentare come uno spartiacque per il nuovo governo, un primo banco di prova sulle questioni energetiche e ambientali dopo le promesse fatte al summit di Parigi. Sebbene infatti il gas metano abbia – al consumo – emissioni di gas serra inferiori agli altri combustibili fossili, la catena di operazioni per la sua estrazione, trasporto, raffreddamento, di nuovo trasporto e infine rigassificazione emette una quantità di carbonio molto maggiore del carbone stesso. Per l’lng quindi, nonostante la retorica di parte, è difficile parlare di energia pulita. Per questo quanto deciso a sorpresa da Catherine McKenna venerdì scorso 18 marzo sembrerebbe decretare la fine delle speranze di salvaguardia della Costa Ovest da ulteriori devastanti sviluppi industriali.

Venerdì 18 marzo la Woodfibre LNG ha comunicato di aver ottenuto dalla ministra – “in tempi sorprendentemente rapidi” – una concessione 25ennale per l’impianto da 2 milioni di tonnellate di lng da costruire sul sito di un’ex cartiera nell’Howe Sound, un fiordo poco a nord di Vancouver. Si tratta allora del primo di una serie di sì ai più di venti impianti in lista di attesa, o è soltanto un piccolo cedimento che potrebbe giustificare il grande no ai megaimpianti sul Pacifico? Da Ottawa non sembra trapelare nulla di chiaro.

“L’impianto di Squamish non causerà un significativo impatto negativo sull’ambiente”, questa la conclusione della ministra, riportata con enfasi in un comunicato stampa della Woodfibre LNG, che ovviamente non cita la contrarietà di sindaca e residenti, né le motivate obiezioni di pescatori e oceanografi, da subito contrari all’impianto. “Il sistema di raffreddamento pomperà 17mila metri cubi d’acqua ogni ora, reimmettendola in mare più calda. Che fine faranno i pesci?”, si chiedono gli studiosi, preoccupati per le aringhe e i salmoni, ma anche per balene e delfini.

Circa dieci volte più potente dovrebbe essere invece l’impianto della Pacific NorthWest LNG previsto diverse centinaia di chilometri più a nord, con i suoi quasi 20 milioni di tonnellate annui di gas da raffreddare e imbarcare sulle navi cisterna. Contro il progetto, oltre alle decine di nativi Lax Kw'alaams che dall'agosto 2015 stanno occupando Lelu Island per impedire il disboscamento dell'isola dove dovrebbero sorgere gli impianti, oltre alle tante voci di ambientalisti, politici locali, geologi, biologi marini e pescatori, oltre ai dossier dei sismologi che correlano terremoti e fracking, di recente si sono mobilitati circa 130 scienziati di diverse discipline, e non solo canadesi, ma anche di Norvegia, Stati Uniti e Russia.

In una lettera del 9 marzo, gli accademici si rivolgono direttamente alla ministra Catherine McKenna denunciando le gravi carenze scientifiche della valutazione di impatto ambientale, che quindi non fornirebbe basi sufficienti per prendere una decisione. Cinque sarebbero gli errori scientifici contenuti nel rapporto che sostanzialmente dà il via libera agli impianti. Innanzitutto, vi sarebbe una falsa rappresentazione dell'importanza dell'area per la fauna ittica, specialmente per il salmone: “cinque decenni di scienza”, precisano i firmatari, hanno documentato che questo habitat è invece di eccezionale valenza per la riproduzione dei salmoni, in una zona che è la seconda per importanza di tutto il Canada. Una seconda critica riguarda l'assunzione che la mancanza di informazioni equivalga a mancanza di rischi: non essendoci studi su una particolare specie, ad esempio lo sperlano, la commissione ha concluso che non vi fossero particolari rischi per quella specie. “È scientificamente indifendibile concludere che una specie non è a rischio se non si sa quanto essa dipenda da quello stesso habitat che andrebbe distrutto”. Un terzo difetto del rapporto sarebbe “il non considerare altra scienza se non quella finanziata dai proponenti”; sarebbe ad esempio stato ignorato un recente studio che dimostra come la costruzione di un ponte e di strutture di ormeggio per le navi cisterna porterebbe all'erosione di Flora Bank, una formazione marina di sabbia e alghe ogni anno “nido” per milioni di salmoni. Il rapporto inoltre non avrebbe considerato il concomitante effetto dei diversi fattori di rischio: l'estuario dello Skeena River e la zona costiera di Lelu Island sarebbero invece minacciati dalla sommatoria di inquinamento acustico, atmosferico, marino, piogge acide, perdite accidentali e sversamenti di materiali di riporto, erosione, scavi. Il rapporto infine, che pure ammette un “moderato” rischio per la fauna ittica, avrebbe liquidato in poche righe, prive di supporto scientifico, la descrizione delle misure riparatorie: alla perdita di pesce nella zona si rimedierebbe incrementando la produttività di altre zone. “Non spetta a noi prendere le decisioni – precisano gli scienziati – a noi spetta tuttavia constatare quando le decisioni vengono prese su premesse sbagliate. E questo è uno di quei casi”.

La zona scelta dalla malese Petronas e da un consorzio petrolifero multinazionale per ospitare due impianti di liquefazione del gas, due megadepositi, una centrale elettrica, tralicci, un ponte sospeso, un ponte di 250 metri a due corsie e un molo per l'attracco delle navi cisterna, è Lelu Island, un'isoletta sulla costa nordoccidentale della British Columbia, ai confini con l'Alaska, poco a sud della cittadina portuale di Prince Rupert, circa 500 km in linea d'aria a nord di Vancouver.

Una zona di fiordi, insenature, isolotti boscosi, scogli e ghiacciai a picco sull'oceano, acque abitate da orche, balene, delfini, otarie, coste frequentate da grizzly, cervi, alci e solcate dal volo di aquile calve. Le quasi venti ore di traghetto da Prince Rupert a Port Hardy lungo un litorale pari alla distanza fra Venezia a Bari sono un'esperienza che non si dimentica, uno spettacolo di silenzio e natura, di assenza dell'uomo: se non fosse per un paio di approdi, Klemtu con i suoi 500 abitanti e Bella Bella con poco meno del triplo, il tragitto delle navi che in mancanza di strade litoranee collegano il nord della provincia alle più abitate coste meridionali sarebbe un planare tra montagne e nebbie a sfiorare cascate e foreste senza alcuna traccia umana. L'abbiamo visto nel 2009 e poi ancora nel 2015. Ed è stato così per centinaia di anni.

La decisione della ministra, che ora pare rinviata al gabinetto governativo, e che dopo il sì del 18 marzo alla Woodfibre sembra ancora più imprevedibile, potrebbe stravolgere per sempre quell'ambiente, aprendo la circolazione a centinaia di navi cisterna cariche di gas liquefatto diretto in Cina e favorendo l'avvio di quel mosaico di devastazioni che interesserebbero l'entroterra, con gasdotti, pozzi di fracking e dighe per produrre l'energia necessaria alla fratturazione idraulica del sottosuolo, dando il via libera a valanga a decine di progetti in attesa di colonizzare altre zone della costa, qualche chilometro più a sud, nel fiordo di Kitimat.

Si tratterebbe, come titola un bollettino edito dal Wilderness Committee, organizzazione ambientalista fondata nel 1980, del “prossimo crimine ambientale del Canada”. “Un losco segreto sulla costa ovest”, lo definisce l'attivista Peter Mc Cartney. “Ripeti una bugia abbastanza spesso e la gente ci crederà. Il governo della British Columbia cerca di dipingere il gas liquefatto (lng) come un'alternativa preferibile ad altri combustibili fossili inquinanti. Si continua a sentire lo stesso ritornello: l'lng è energia pulita. L'lng aiuterà l'Asia ad abbandonare il carbone. L'lng farà bene al clima. Niente di più lontano dalla verità. Prendendo in considerazione le emissioni di gas serra nell'arco di una vita umana, l'lng della BC è uno dei combustibili più sporchi sul pianeta. In alcuni casi, potrebbe addirittura essere peggio del carbone per il nostro clima. Ma proprio adesso la British Columbia sta pianificando un'industria dell'lng che per impatto sul clima potrebbe competere con le sabbie bituminose dell'Alberta”.

Tra i sostenitori più entusiasti dell'lng, la premier provinciale Christy Clark ne ha fatto un manifesto elettorale, promettendo a suo tempo 100mila posti di lavoro, mentre studi più realistici parlano di qualche centinaio di nuovi occupati a lungo termine. Intanto gli abitanti della zona si mobilitano. Anche se la tribù dei Lake Babine ha accettato lo scorso maggio una compensazione di quasi 4 milioni di dollari per il passaggio del gasdotto, i Lax Kw'alaams, sotto la cui giurisdizione si trovano Lelu Island e Flora Bank, hanno respinto al mittente un'offerta di oltre un miliardo di dollari spalmati su 40 anni: tutte e tre le consultazioni condotte fra i membri della riserva e anche fra i residenti fuori della riserva hanno confermato l'opposizione al progetto, rifiutando persino l'offerta della Clark di un paio di migliaia di ettari di territorio della Corona del valore di un centinaio di milioni. No, i  Lax Kw'alaams hanno detto di no.

Ma quando è parso chiaro che quel no non aveva alcun peso politico, e la scorsa estate sono cominciati i sopralluoghi dei tecnici su Lelu Island, il capo Don Wesley ha chiamato a raccolta i suoi e ha indetto l'occupazione dell'isola: “Siamo qui per proteggere un territorio che ha 10mila anni di storia, e lo facciamo a nome di tutti i cittadini della British Columbia e del Canada”.

Da fine agosto 2015 il presidio permanente dei Lax Kw'alaams ha resistito lungo tutto l'inverno bloccando diversi tentativi di perforazioni e disboscamenti, e la solidarietà di attivisti e ambientalisti non è mancata; a febbraio è arrivato anche un gruppo di scienziati russi a raccontare l'esperienza devastante fatta con il salmone rosa di Aniva Bay, un tempo tra le zone più ricche di salmone al mondo, dove la produzione si è ridotta ad un sesto dopo un anno di attività dell'impianto lng di Sakhalin. Il campo, dove hanno bisogno di videocamere a prova di acqua, generatori, soldi per le barche e il carburante, corde, batterie, motori fuoribordo, riserve di propano per cucinare e  riscaldare le tende, ganci per la pesca dell'halibut, stivali da pioggia e mantelle, è diventato il catalizzatore della resistenza dei First Nations al di là delle differenze di clan e tribù.

Al fianco del clan di Lelu Island si sono infatti presto schierate tutte e nove le tribù della costa, le Nine Allied Tribes, che hanno ritrovato l'unità proprio grazie alla mobilitazione contro la Petronas. A fine gennaio si è arrivati alla firma della storica Dichiarazione di Lelu Island, un manifesto di intenti per tutelare la zona da qualsiasi sviluppo industriale. “Il sapere dei nostri antenati, supportato dalla scienza moderna, ci conferma che quest'area è critica per la sopravvivenza futura del salmone selvaggio su cui si basa la sussistenza delle nostre comunità. Come First Nations è nostro diritto e nostra responsabilità proteggere e difendere questo posto”.

La palla passa ora al governo federale. E potrebbe essere questione di giorni.

(immagine di copertina: Rendering Pacific NorthWest LNG)

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