Argentina - Chiuso il caso Maldonado, l’impunità trionfa sulla giustizia

Articolo in aggiornamento

30 / 11 / 2018

Quel 1 agosto del 2017, Santiago è stato inseguito dai gendarmi argentini, è stato visto caricato su una camionetta bianca della Gendarmeria. Santiago è affogato da solo, “per una sommatoria di coincidenze” pochi metri a monte del luogo dove sarebbe caduto in acqua. Santiago è stato ritrovato 78 giorni dopo la sua scomparsa e nonostante sei perlustrazioni ufficiali con centinaia di gendarmi a scandagliare ogni singolo metro. 

Per il giudice Gustavo Lleral, “i fatti presentati nel presente caso, non costituiscono reato”. Nessun colpevole dunque, solo una banale “sommatoria di coincidenze”: il ragazzo scappava, è inciampato, è caduto in acqua ed è affogato perché non sapeva nuotare e perché aveva tanti vestiti addosso che l’hanno appesantito. É la versione ufficiale dell’accaduto: «La disperazione, l’adrenalina e l’eccitazione naturalmente provocate dalla fuga; la profondità dell’acqua, i rami spessi e le radici incrociate sul fondo; l’acqua fredda e ghiacciata che ha inumidito i suoi vestiti e le sue calzature fino a raggiungere il suo corpo. Questa somma di incidenti ha contribuito all’affogamento e a far si che non riuscisse ad emergere e a prendere qualche boccata di ossigeno. Dall’insieme di tutte queste realtà semplici e naturali, inevitabili in quel momento preciso e fatidico di solitudine, le sue funzioni vitali si sono paralizzate» precisa un frammento della sentenza. «La verdad es esa» ha detto il giudice Lleral. 

Tutti assolti, assolto il gendarme Emmanuel Echazú con la faccia sporca di sangue, unico imputato. Assolti i suoi compari che prima dell’azione si scambiavano battute come «tutte le case devono essere bruciate» oppure «devono essere presi tutti a calci, la missione è questa» (Video). Assolti, nemmeno a dirlo, tutti i vertici di governo che avevano ordinato la spedizione repressiva in terra mapuche, dal ministro Bullrich al suo vice Noceti. Assolto il gruppo Benetton, usurpatore di territori mapuche, per i cui interessi è scattata l’operazione repressiva. Nessuno è penalmente responsabile della morte di Santiago, è scritto nella sentenza di 263 pagine appena presentata.

La famiglia Maldonado è venuta a conoscenza della sentenza dallo stesso giudice Lleral che in mattinata ha chiamato la madre e il fratello Sergio. I familiari di Santiago hanno poi diramato un comunicato in cui pubblicano la conversazione avuta col giudice di cui proponiamo un piccolo stralcio tradotto: «La chiamo per prima in modo che non veniate a scoprirlo dai media», «sono stato intimidito», «hanno fatto pressioni a me e alla mia squadra per chiudere la causa», «ecco perché devo fare questo», «non sa quanto abbiamo lavorato io e il mio team», «i fatti non costituiscono reato»; «spero ora possiate elaborare il lutto in pace». 

Estela ha chiesto: «c'è qualcuno in prigione per la morte di Santiago?»

Il giudice ha risposto «non al momento». 

Estela gli ha ribattuto: «io non piangerò tranquillamente, aspetterò la giustizia».

(QUI il comunicato completo della famiglia).

Se per la giustizia il caso è chiuso, per la famiglia e la società civile questa non è che un ulteriore ostacolo da dover superare per arrivare alla verità e alla giustizia. Durante tutta l’istruttoria gli avvocati della famiglia sono stati ostacolati in tutti i modi, le perizie sono state eseguite in modo superficiale e mirato a confermare l’ipotesi già prestabilita. Tutto questo, unito alle calunnie verso la famiglia Maldonado lasciate trapelare attraverso organi di stampa compiacenti ci mostrano l’esigenza di chiudere il caso il prima possibile, senza lasciare spazio ad altre interpretazioni, senza far emergere tutte le irregolarità che un regolare processo avrebbe senz’altro fatto conoscere e per dare agli investitori un segnale preciso della potenza dell’istituzione.

Per il governo di Macri, alle prese con il vertice G20 e con una grossa crisi economica che l’ha costretto a scendere a patti col FMI e a dover fronteggiare le oceaniche manifestazioni di protesta, è senz’altro una preoccupazione in meno. Il ministro della sicurezza Bullrich ha twittato esultante «la verità ha sconfitto il racconto», ma forse è più corretto leggere l’impunità ha sconfitto la giustizia. 

La battaglia della famiglia Maldonado non finisce qui. Affiancati dalla solidarietà della società civile e dei movimenti argentini continueranno a lottare per ottenere giustizia e per dimostrare che la sparizione forzata seguita a morte di Santiago è stata responsabilità dello stato. Citando il comunicato della famiglia, ci uniamo a loro: «Oggi più che mai gridiamo Verità e Giustizia per Santiago Maldonado».

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