Air France - Le ali di una rivolta

7 / 10 / 2015

Il settore dei trasporti in Francia è storicamente turbolento, da sempre incline a scioperi selvaggi e conflittuali e poco avvezzo a contrattazioni sindacali pro-forma e gestite solamente a livello verticistico.  La vicenda Air France-Klm conferma di fatto questa linea di tendenza, ma contiene in sé alcuni elementi di estremo interesse, soprattutto se calati nel quadro delle attuali relazioni sindacali all’interno delle grandi corporation europee.

Già durante gli scorsi mesi la vertenza riguardante il secondo colosso europeo dei trasporti aerei si profilava come dure affaire ed era culminata con una settimana di sciopero indetta dai sindacati dei piloti contro il piano di ristrutturazione dell’azienda denominato Perform 2020. Lo stesso Hollande si era esposto in maniera inequivocabile alcuni giorni fa, implorando i lavoratori di accettare con responsabilità le scelte aziendali.

Invece i lavoratori non ci sono stati, dando vita ad una delle giornate di lotta più incredibili che questo continente ricordi negli ultimi anni. Evidentemente tremila esuberi in un colpo solo (300 piloti, 900 assistenti e 1.700 impiegati di terra) sono cosa in grado di surriscaldare qualsiasi animo e soprattutto di muovere corpi, teste ed anche qualcos’altro verso obiettivi concreti e precisi. Oltre mille lavoratori hanno dato avvio ad una protesta, nelle ore in cui si teneva il comitato aziendale della compagnia, che è apparsa indomabile non appena la notizia degli esuberi è stata confermata. Cancelli abbattuti, polizia e servizi di sicurezza privati in fuga, sede dell’azienda presa d’assalto, dirigenti aggrediti. Chiunque stia dalla parte giusta non può non essersi emozionato guardando i video della protesta, immediatamente divenuti virali in rete. Bellezza, ossigeno, senso di liberazione indotto.

Sebbene l’immagine di Pierre Plissonnier, direttore di Air France, che scappa dai cancelli di Roissy con il vestito quasi a brandelli non sia, nostro malgrado, paradigmatica della fase che stiamo vivendo, almeno trasmette un senso di riscatto e compiacimento a quanti subiscono e vivono quotidianamente sulla propria pelle ingiustizie sociali. Del tipo: “Non sarà la rivoluzione, ma almeno uno di questi porci se l’è fatta addosso”.

In realtà sarebbe un errore derubricare i fatti di lunedì scorso solo come episodio casuale ed isolato, pur se inserito in una vertenza tutt’altro che conclusa. Questo lo sa bene Hollande, che ha condannato duramente le proteste adducendo al rischio di un danno d’immagine per l’intera Francia. Sulla stessa lunghezza d’onda sono stati il Primo Ministro Manuel Valls ed il ministro delle Finanze Michel Sapin, il quale ci ha tenuto a precisare che i lavoratori  autori delle intemperanze sarebbero una piccola minoranza di tutto il personale Air France. Dal canto suo l’azienda ha già annunciato che denuncerà per violenza aggravata chiunque si sia reso protagonista di atti violenti. Non sono tardati i commenti anche da parte di esponenti sindacale di Casa Nostra. Emiliano Fiorentino, coordinatore nazionale della Fit-Cisl per il Trasporto aereo, in una nota pubblicata sul sito ufficiale della Cisl, ha affermato che “quanto accaduto è la dimostrazione dell’assenza di un sindacato forte”. Lo stesso Maurizio Landini della Fiom-Cgil ha condannato le violenze, pur dichiarandosi pronto ad occupare le fabbriche in caso di necessità.

Ma è proprio l'immagine della violenza simbolica ed economica quotidiane sulle vite dei salariati che manca all'opinione pubblica del bon ton: dopo anni passati a parlare di fidelizzazione degli impiegati, di orizzontalità delle mansioni e distribuzione delle responsabilità tra tutti i dipendenti, l'opinione pubblica dei dirigenti e dei capi di governo non pensavano che la contrazione salariale e la negazione dei diritti sarebbe potuta arrivare all'assedio da parte dei dipendenti. Questo sconvolge nell'immagine delle camicie a brandelli dei membri di un Consiglio d'amministrazione, abituati ormai alla pacificazione aziendale e al diversity management che dovrebbero annullare di conseguenza qualsiasi discriminazione o percezione del comando sul lavoro. Ebbene, l'immagine scattata a Roissy rivela proprio il rimosso della politiche aziendali e delle teorie contemporanee di gestione della forza lavoro. 

E’ evidente quindi che episodi come quello accaduto a Roissy il 5 ottobre destano un senso di allarme e preoccupazione per le élites economiche e politiche contemporanee, proprio perché eccedono uno schema di relazioni sociali contenute forzatamente dentro i crismi della pacificazione. Senza dare un’enfasi eccessiva all’accaduto è bene sottolineare come il mondo del lavoro non può essere pacificato senza colpo ferire e come forme radicali di resistenza di classe siano ancora possibili.

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