100 anni fa Sykes - Picot: inventarono il Medio Oriente e tutti i suoi disastri

17 / 5 / 2016

“Non esiste più alcun confine. Ora tutto questo è un unico paese, inshallah. Baghdadi è il distruttore di confini. E questo è solo l’inizio, altri confini cadranno. Non ci sono nazioni, siamo tutti musulmani. C’è un solo paese”.

Abu Safiyya, che la didascalia presenta come cileno, si muove in una zona desertica. Aiuta i suoi spettatori, indicando una cartina, come si fa con gli scolari. E annuncia che il confine tra Siria e Iraq non esiste più. Ma quella cartina è ancora più simbolica. E’ la linea che, davanti a una tazza di tè, un gentiluomo inglese e un gentiluomo francese hanno tracciato cento anni prima.

Abu Safiyya è uno dei miliziani dell’Isis, che dall’agosto 2014, travolgendo un impresentabile esercito federale iracheno, sono dilagati tra Siria e Iraq, passando con una ruspa (non metaforica) su quel confine che torna, spesso, nella comunicazione del gruppo sui social media.

Quel confine compie cento anni il 16 maggio. Perché è del 16 maggio 1916 la ratifica del trattato segreto tra Francia e Gran Bretagna, noto come trattato Sykes – Picot (dai nomi dei due gentiluomini), che prevedeva la spartizione delle spoglie dell’Impero Ottomano una volta finita la Prima Guerra mondiale che era in corso. Ma cosa conteneva quel trattato?

Iniziamo dai protagonisti. Chi sono Sykes e Picot? Il primo incontro avviene già a novembre 1915, quando la Gran Bretagna già da un anno tratta con Hussein, lo sceriffo della Mecca, unica figura capace ai loro occhi di essere il punto di riferimento per far insorgere gli arabi dell’Impero Ottomano contro i turchi, aiutando così l’implosione della Sublime Porta. Hussein, e i suoi quattro figli, trattano la sollevazione contro i turchi in cambio di un futuro stato arabo indipendente e nella mani della famiglia di Hussein.

Londra ha fretta. Tutti i documenti dell’epoca trasmettono con chiarezza come il controllo del collegamento tra il Cairo e l’India, cioè i possedimenti della corona britannica, passando per il Canale di Suez e il Mar Rosso, sia strategicamente fondamentale.

A tal scopo, al Cairo, è stato insediato un nucleo di esperti (chiamato Arab Bureau) del mondo arabo con l’incarico di profilare i vari leader e capire come farne degli alleati di Londra. La pubblicazione di questo ufficio, l’Arab Bullettin, è ancora oggi una lettura di straordinaria importanza. In quelle pagine, redatte da veri fuoriclasse dell’epoca, come Gertrude Bell, Thomas Edward Lawrence (Lawrence d’Arabia) e altri, mostra tutta la strategia dei britannici verso il Medio Oriente. Passata, presente e futura.

Mentre loro devono capire con chi trattare tra gli arabi, e dall’India cercano di dire la loro sulla regione, Londra immagina di non voler poi, a conflitto finito, dover litigare con la Francia alleata per una regione su cui Parigi ha delle mire. Meglio accordarsi prima. E mentre dal Cairo promettono mari e monti agli arabi, ecco che in Europa si pensa a spartirsi le stesse terre oggetto di promesse.

Il primo incontro avviene a Londra, novembre 1915, ma si chiude con un nulla di fatto. La situazione si sblocca quando a ragionare si trovano Sir Mark Sykes per la Gran Bretagna e Francois George Picot per la Francia. Picot, 45enne diplomatico di lungo corso, console a Beirut per anni, anglofobo noto, e figlio di quella scuola coloniale dell’assimilazione forzata. Il suo mandato è chiaro: portare a casa il dominio diretto della Francia su Palestina, Siria, Libano. Il resto son chiacchiere.

Al secondo incontro, per flettere la granitica posizione di Picot, la Gran Bretagna spedisce Sykes. Dieci anni di meno del suo omologo francese, rampollo dell’alta società londinese, a 25 anni aveva già girato mezzo mondo e scritto quattro libri. Veterano della guerra contro i boeri in Sudafrica, divenne deputato conservatore, portandosi dietro un’esperienza fondamentale: il controllo diretto delle colonie costava troppo e rendeva troppo poco. Era un esponente dell’ala del cosiddetto indirect rule, una sorta di protettorato sui territori.

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Mark Sykes – Francois Picot

La rigidità di Picot, contro la flessibilità di Sykes. Ecco trovata la chiave diplomatica per arrivare a un accordo. Sykes, inoltre, conosce bene quella regione del mondo ed è dall’inizio tra i consulenti del governo di Londra per gli affari mediorientali. Sykes, pragmaticamente, trova la soluzione tra un tè e i pasticcini alla vigilia di Natale. Traccia fisicamente una linea, su un’enorme mappa srotolata per terra.

Picot è snervate, con quei baffetti, ma allo stesso tempo, Sykes è sornione, dietro i suoi. E hanno tutti voglia di andare a festeggiare con le famiglie. Il lapis blu traccia la linea da San Giovanni d’Acri, sul Mediterraneo, fino a Kirkuk, nell’attuale Iraq, all’epoca Mesopotamia. Tutto quello che sta sotto, sarà sotto il controllo di Londra, tutto quello che sta sopra, sarà francese. Picot si tocca i baffetti, ci pensa. Può andare.

Manca un passaggio: andare dallo zar di Russia e ottenere da lui un via libera sostanziale all’accordo. Le alleanze sono importanti e si tenta, almeno sulla carta, di non generare nuove tensioni per il futuro. Marzo 1916: Sykes e Picot partono alla volta di Pietrogrado (l’attuale San Pietroburgo). Allo zar interessano solo gli accessi ai mari caldi, i Dardanelli, il Bosforo. E il controllo su quelli gli viene garantito. A maggio, il 9, del 1916 sulla mappa con le future sfere di influenza viene apposta la firma di Sykes e Picot. E’ fatta. Il 16 maggio seguente, il trattato segreto viene ratificato.

Ecco che, in poco più di sei mesi, due uomini, che rappresentano due paesi, hanno deciso delle sorti di milioni di arabi. Che nel frattempo, dall’altra parte del Mediterraneo, vengono blanditi con promesse di indipendenza. Questo compito spetta a Lawrence d’Arabia, che con loro divide il deserto, i combattimenti, le passioni e i sogni. Gli arabi, soprattutto Faisal, il primogenito di Hussein, si fida. E gli arabi nel 1916 si ribellano ai turchi.

Il Medio Oriente, quindi, viene ‘inventato’ a tavolino. A partire dal suo stesso nome, che si deve all’ammiraglio Usa Alfred Tahyer Mahan, che in un articolo del 1909 definisce così la regione, indicandone l’immenso valore strategico. Perché oltre alle rotte commerciali, all’inizio della seconda rivoluzione industriale, quel che emergeva con chiarezza era che il petrolio (con l’avvento del motore a scoppio) sarebbe stato l’oro nero del futuro. E gli arabi, inconsapevoli, erano seduti su una montagna di petrolio.

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La guerra finisce, l’Impero Ottomano collassa, ed è tempo di incassare il bottino. Il trattato Sykes – Picot non era più segreto, perché i rivoluzionari russi  – preso il potere – lo avevano reso noto per mostrare il vero volto della guerra imperialista. Gli arabi ci erano rimasti di sasso, ma avevano continuato a credere alle promesse di Lawrence (rassicurato a sua volta dai vertici di Londra) e dei britannici.

La situazione si svela invece nel 1919, durante la conferenza di pace di Versailles prima e quella di Londra dopo. Il trattato viene non solo reso ufficiale, ma la Gran Bretagna con un’abile gestione del proprio vantaggio tattico al tavolo delle trattative, recupera anche Mosul (che i servizi segreti annunciavano come una miniera d’oro di petrolio) che nella prima bozza era sotto l’influenza francese.

Gli arabi insorgono, il 1920 è anno di insurrezioni in ogni angolo della regione. Perché alla mancata indipendenza, si è aggiunto l’inganno della Palestina, promessa sia al movimento sionista israeliano che agli arabi. I francesi massacrano civili a Damasco, i britannici tengono l’ordine con fatica. Lawrence d’Arabia scrive articoli al vetriolo sul Times, prevedendo che il tradimento degli arabi avrebbe portato solo guai alla Gran Bretagna e ai suoi alleati. Aveva ragione.

E’ al Cairo che la situazione si cristallizza, almeno fino al secondo conflitto mondiale. Nei saloni scintillanti dell’Hotel Semiraminis della capitale egiziana, gli inglesi convocano una conferenza del Colonial Office di Londra. A Faisal, il figlio di Hussein, va il regno dell’Iraq creato ad hoc, la Transgiordania (le attuali Giordania e Palestina) all’altro figlio di Faisal, Abdullah, mentre a Ibn Saud – aggressivo leader beduino – il controllo dell’Arabia Saudita orientale. E da lì che la conquisterà e le darà il nome di famiglia. I curdi vengono smembrati tra quattro stati.

Ecco, a tavolino, tradendo promesse e impegni, puntando al controllo del petrolio e delle rotte commerciale, è stato inventato il Medio Oriente cento anni fa. Per noi è un’altra era geologica, per la rabbia e la frustrazione araba è carne viva. E l’Isis conosce il valore simbolico della distruzione di quelle barriere, della distruzione di stati tracciati sulla carta, senza alcuna idea e rispetto degli interessi delle popolazioni che li abitano.

Lawrence finisce malinconico e solo, entrando e uscendo dalle forze armate e dalle biblioteche, scrivendo un capolavoro (I sette pilastri della saggezza) che sarà per anni oggetto di polemiche e censure. Picot verrà nominato plenipotenziario in Siria e Palestina, finendo negli anni Venti in Argentina come ambasciatore francese e morendo ormai vecchio e in pensione nella sua Parigi. Sykes, invece, non riuscì a vedere neanche la fine del suo lavoro, colpito dall’epidemia di spagnola mentre c’erano le trattative di pace.

Tre uomini che hanno disegnato un mondo, ponendo tutte le condizioni per i disastri che da cento anni affliggono il Medio Oriente, senza essersene forse neanche resi conto.

Il rischio è quello di pensare che sia tutta colpa dei britannici o dell’Occidente in generale. No, sarebbe sbagliato, perché risulterebbe solo un altro modo di non riconoscere il diritto di decidere delle proprie vite ai cittadini della Siria, del Libano, dell’Iraq. Che invece hanno le loro responsabilità.

Di sicuro, però, sono cento anni che altrove vengono abbattuti o sostenuti i governi di quel pezzo insanguinato di mondo, lacerato da una storia che noi non consideriamo, e che invece per tanta gente è ancora oggi, alternativamente, alibi e dolore.

Se questo centenario può avere un senso, potrebbe essere quello di ripartire dal tentativo di conciliare differenti memorie storiche, guardando i fatti del passato non con l’occhio cinico del pragmatismo politico, né con quello retorico del nazionalismo, ma con quello critico degli errori commessi. Non lasciando che sia l’Isis o il macellaio di turno a impossessarsi dei simboli.

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