Zone rosse e città ad accesso differenziale

13 / 4 / 2019

Zone rosse precluse a chi è stato denunciato per spaccio, reati contro la persona, danneggiamento di beni o per vendita abusiva su suolo pubblico, in tutte le città italiane. Ecco la nuova traiettoria del securitarismo urbano all'italiana.

Atto di una lenta campagna di guerra ai poveri, indistintamente condotta dai vari governi che si sono succeduti in questi anni, oggi va contro il diritto alla città di chi, deprivato in maniera assoluta, si ritrova costretto a ingegnarsi in metodi illegali per procurarsi un minimo di reddito, necessario a garantirsi la sopravvivenza. Parliamo di soggettività deliberatamente costruite politicamente come nemiche, deprivate di diritti e reddito, in primis migranti, stigmatizzate in quanto pericolose e dunque da reprimere con ogni mezzo utile al potere. Si consuma così l’ennesima delega al garantismo, come principio di diritto derivante dall'esistenza di un insieme di garanzie costituzionali atte a tutelare le fondamentali libertà nei confronti del potere pubblico, in nome della pubblica sicurezza.

Il tutto avviene in un regime di proibizionismo sulle sostanze stupefacenti che ha dimostrato ampiamente come non funzioni socialmente, ma paghi politicamente. Da un lato c’è il sovraffollamento delle carceri e l’intasamento del sistema penale, dall’altro un’intera categoria sociale criminalizzata ad hoc: i diversi giovani migranti dediti, soprattutto nelle città del Nord e del Centro, allo spaccio nelle strade e nelle piazze, funzionali a mantenere l’assioma per cui i migranti sono delinquenti e, dunque, oggetto su cui fare campagna elettorale contro. Un regime dove la differenza fra consumatori abituali, piccoli spacciatori e narco-mafie scompare, diviene labile e intercambiabile, ma ugualmente da reprimere.

L’istituzione di zone rosse, appunto, sembra un ordine uscito da qualche romanzo o film fantascentifico, del genere distopico, nel quale, per via di qualche deviazione dalla nostra tempolinea, il mondo è regolato da un ordine sociale gerarchico totalizzante di forte esclusione, che regola ogni aspetto, anche privato dei personaggi di cui andremo a leggerne le avventure.

Invece succede oggi, nel 2019, nella "rossa" città di Firenze. Una città diventata un vero e proprio laboratorio del securitarismo politico e dell'ideologia del decoro, con una nuova ordinanza del Prefetto Laura Lega, con il beneplacito del delfino di Renzi, il sindaco Dario Nardella. Oggi città ad accesso differenziale. È di giovedì 11 aprile la notizia che la città di Firenze adotterà 17 “Zone Rosse” contro spaccio e degrado, per prevenire l’ingresso di soggetti indesiderati e la contaminazione del decoro urbano e dei cittadini “perbene” ivi presenti.

Queste 17 zone sono dislocate nelle vie e piazze che circondano il centro storico, vera bomboniera da preservare e lasciare incontaminata, ad uso delle migliaia di turisti che ogni giorno attraversano la città culla del rinascimento. Ma soprattutto interessano una serie di parchi e piazze, vivacemente vissute da chi ha nello spazio pubblico urbano il principale luogo di aggregazione (il parco della Fortezza dal Basso, il parco delle Cascine, piazza San Jacopino), oltre a colpire direttamente il Rione multietnico di San Lorenzo. Ancora una volta sono i migranti e l’insieme di micro-crimini dei poveri ad essere repressi e la strategia è di nuovo quello di periferizzare sempre più le forme di “degrado”.

L’obiettivo è purtroppo chiaro: preservare la purezza della città vetrina, svuotando e desertificando gli spazi pubblici di quelle soggettività indesiderate, definite a priori come pericolose. Pericolosità che non deriva neppure da una qualche condanna, penale o amministrativa, ma dalla semplice denuncia e dalla presunzione di colpevolezza.

Non è nulla di nuovo quanto avviene a Firenze, il precedente è successo a Bologna, il 17 dicembre 2017, all’indomani del decreto Sicurezza del Ministro dell'Interno Marco Minniti, per opera del prefetto Matteo Piantetosi, che poneva gli stessi limiti di accesso al ben noto parco della Montagnola, da estendersi poi alle zone universitarie, troppo compromesse da quella movida meticcia. La stessa ordinanza è stata poi replicata dal nuovo prefetto di Bologna, Patrizia Impresa, di cui ben conosciamo la cattiva gestione qui a Padova.

Firenze come Bologna, applicano il Daspo urbano, introdotto dalla legge Minniti e ampliato dalla legge 132/2018, creando sulla mappa delle zone d’interdizione volte a preservare il centro.

C’è chi è riuscito a fare di meglio: la città di Venezia, del sindaco Luigi Brugnaro, ha invece introdotto direttamente tornelli e biglietto d’ingresso per visitare quella bomboniera di calli e ponti internazionalmente conosciuta, complice la morfologia particolare che, avendo pochi punti d’ingresso, permette una scrematura tanto efficiente fra chi entra per consumare (ammesso) e chi per fare il “balordo” (non ammesso). Altro esempio di città ad accesso differenziale.

Merito del Sindaco Marco Ghezzi è, invece, quanto avviene nel comune di Calolziocorte, paesino di 13mila abitanti in provincia di Lecco, a 10 km da Pontida, che nel nuovo piano regolatore, varato in consiglio comunale lunedì 8 aprile, delimita la possibilità o meno in futuro di aprire centri di accoglienza per richiedenti asilo, istituendo una distanza di sicurezza di almeno 150 metri da 9 zone rosse - scuole e stazione ferroviaria - e 5 zone blu - nei presso di oratori e della civica biblioteca.

La città differenziale non passa solo dal Daspo urbano o da questi esempi. Decenni di ordinanze da parte dei vari sindaci sono andate a minare le attività tollerate all’interno delle città, allontanando e punendo le varie piccole “inciviltà” che disturbavano il quieto vivere dei cittadini “perbene”, sanzionando e reprimendo migranti, mendicanti, giovani chiassosi o troppo esuberanti nel gioco del pallone e tutti coloro che vivevano con troppa foga lo spazio pubblico. Sindaci sceriffo, questori aitanti e prefetti entusiasti che attraverso una ricca serie di ordinanze si sono resi ligi esecutori della tolleranza zero, derivante da quella dannata teoria delle finestre rotte degli anni ottanta: l’annullamento di ogni fonte di potenziale degrado, in quanto terreno fertile per potenziali comportamenti criminali, per tutelare la purezza del decoro.

L’insieme di ordinanze “anti-degrado” che dal finire degli anni novanta in poi si sono susseguite nelle città italiane, ha assecondato il senso di insicurezza generale, ponendo come assioma il legame fra decoro e sicurezza e di contro degrado e insicurezza. Purtroppo, però, grande è la confusione. Sicurezza e insicurezza possono essere misurabili sia come percezione di, attraverso indagini statistiche e sociologiche che solitamente mostrano come la criminalità sia in fondo alle preoccupazioni (ben dopo il lavoro, l’ambiente, la salute etc), sia in maniera assoluta attraverso l’analisi dei dati legati al numero e alla diffusione di fenomeni criminosi (in calo da decenni nelle statistiche dei reati denunciati). Decoro e degrado al contrario sono concetti discrezionali e arbitrari che derivano da una finta polarizzazione fra una società dei cittadini “perbene” e un’insieme indefinito di disturbatori dell’ordine. Decoro e degrado sono entrati come termini all’interno della normativa italiana nel 2017, con il Decreto Sicurezza 14/2017 del ministro PD Marco Minniti, giustificando un’insieme di misure securitarie e repressive.

 Ora l’attuale ministro dell’interno Matteo Salvini promette «via i balordi dalle nostre città! Non solo Bologna e Firenze, darò direttive affinché simili provvedimenti scattino in tutta Italia». Niente di nuovo, ma quello che si delinea è un futuro di città ad accesso differenziale, a partire da requisiti discrezionali che stabiliscono l’esclusione di migranti e soggetti indesiderati dalla polis, spogliando e desertificando gli spazi pubblici, periferizzando il disagio sociale, preservando la purezza della città vetrina: un brutto film o romanzo di fantascienza, insomma.

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