We are winning, once again

Note su Fridays for Future e i "movimenti climatici" tra condizioni materiali e processi di soggettivazione

6 / 12 / 2019

La bacchettata paternalista nei confronti di Fridays for Future di “Pigi” Battista, apparsa sul Corriere del 30 novembre, ci dice che le lotte per la giustizia climatica stanno andando nella direzione giusta. L’editorialista del Corriere taccia di pauperismo chi, senza troppi voli pindarici, aveva individuato nel Black Fridays l’acme di quel feticismo delle merci che è alla base del paradigma della crescita illimitata. Non c’è bisogno di scomodare la “teoria del valore” o invocare i fantasmi del comunismo per comprendere che il nesso tra espoliazione delle risorse, produzione e consumo è la causa fondante e di lungo periodo della crisi climatica.

Block Friday e narrazione mainstream

Una volta si diceva che le posizioni del Corriere rispecchiassero quelle della borghesia nazionale, anzi che fosse proprio il think thank di via Solferino a forgiare il pensiero di una classe storicamente priva di identità culturale. Probabilmente la situazione odierna è meno lineare, ma sta di fatto che a  Fridays for Future” è stata da tempo tolta l’aureola dei “bravi ragazzi”, e con essa la visibilità mediatica delle prime uscite.

Lo dimostra anche l’altro “bastione” del giornalismo nostrano – Repubblica- che il giorno prima dell’ultimo climate strike riservava a Fridays for Future solamente un trafiletto, insistendo non sui temi dello sciopero, ma sul fatto che alle manifestazioni avrebbero partecipato anche le Sardine, nuove predilette di Verdelli & Co.

Ma cosa è successo in questi mesi? Fridays for Future si è “radicalizzato”? È diventato il Movimento – con la M maiuscola – che attendevamo da tempo? Niente di tutto questo, forse qualcosa di molto più semplice che, però, sfugge a non sappia o non voglia inquadrare la crisi ecologica nello spazio e nel tempo del capitalismo industriale e post-industriale. Le cosiddette “lotte climatiche” hanno infatti un orizzonte che è intrinsecamente irriducibile, proprio perché si collocano nella fase più avanzata di un rapporto di classe che da decenni ha abbandonato la sua dimensione “pura” - quella tra capitale e lavoro - e si è allargato a tutto lo spettro del vivente. Un rapporto che non può che essere antagonistico perché, oggi come non mai, mette la continuità di un sistema produttivo in antitesi con la stessa riproduzione biologica della vita.

Una condizione drammatica ed esaltante allo stesso tempo, una condizione oggettiva – altro è quella soggettiva, su cui torneremo più avanti - che amplifica le diseguaglianze su cui il capitalismo si è impiantato e che ha sedimentato nel corso dei secoli. La “scialuppa di salvataggio” è troppo piccola e, nella lotta per salirci, si va determinando l’abbattimento degli atavici privilegi che hanno accompagnato il mondo verso la deriva. Ed è così che classe, razza, genere, relazioni coloniali diventano i pezzi di un prisma che si ricompone, lentamente ma inesorabilmente.

Ci abbiamo messo qualche decennio a comprendere che la “questione ecologica” non fosse solo un’appendice da relegare ai margini del dibattito di movimento e tirar fuori all’occorrenza, ma sia il tratto fondativo del conflitto di classe contemporaneo. Sono passati quasi 40 anni dallo shock petrolifero, che per la prima volta impone al capitalismo di confrontarsi con una duplice crisi, al contempo economica e ambientale, produttiva e riproduttiva. È lì che nasce il cosiddetto “post-fordismo”, che ha nel suo DNA la messa a valore in forma diretta della vita e della natura, in cui lo stesso concetto di “limite” inizia a diventare una nuova  fonte di accumulazione.

Green Deal?

Capitalismo fossile e “green economy” sono dunque attratti dialetticamente, come lo sono “sovranismo” e “globalismo”, categorie che l’attuale narrazione politica vuole farci leggere come punti antipodali. Rapina forsennata delle risorse e ricerca tecnologica “ecosostenibile” convivono perfettamente lungo la linea di un modello di sviluppo in cui tutti i fattori produttivi – vecchi e nuovi – sono comunque votati a uno schema perenne di crescita. Sempre più spesso all’interno di una stessa corporation vengono promosse strategie industriali in cui “fossil” e “green” si compongono come se fossero i numeri di un quadrato magico. Il caso di Eni o di altri colossi dell’energia sono senza dubbio emblematici, ma non è solo il settore energetico a essere direttamente coinvolto.

Il grande bluff della riconversione è il quadro in cui si sta muovendo la governance globale, alla ricerca di soluzioni che cerchino di far fronte alla crisi ecologica senza intaccare la compatibilità con il capitalismo. Se il dibattito politico statunitense verso le prossime elezioni presidenziali ruoterà, almeno in parte, attorno alla proposta lanciata dalla deputata democratica Ocasio-Cortez, la nuova Commissione europea a guida Ursula Von der Leyen, appena entrata in carica, ha assunto il Green Deal come programma di medio periodo, che verrà presentato in questi giorni alla Cop 25 di Madrid. In buona sostanza si tratta di una ricetta che tenta di far convivere i principali capisaldi dell’economia di mercato con alcune clausole di salvaguardia ambientali, ancora confusionarie e legate ai deboli dispositivi giuridici degli Accordi di Parigi del 2015. Proprio rispetto al quadro giuridico-politico continentale, un recente articolo da noi pubblicato chiarisce come l’Unione Europea, costituitasi ab origine come area di libero scambio, non sia nelle condizioni di adottare soluzioni che contrastino l’economia di mercato.

«We are winning»

Proprio nelle contraddizioni appena descritte, si stanno aprendo nuove possibilità di avanzamento per le lotte. Le istanze climatiche dialogano in maniera sempre più stretta con i tanti conflitti che costellano la scena globale in questa fase. Dalla Francia al Sudamerica, dal mondo arabo a Hong-Kong stanno emergendo con forza, sebbene in forme e contesti diversi, la “questione democratica” e quella della redistribuzione della ricchezza. O meglio, stanno riemergendo, visto che si tratta dei due cardini storici della lotta politica e di quella economica. La novità è che si stanno combinando in maniera inedita e rizomatica, riaggregandosi a una prospettiva globale di cambio di paradigma che ha inevitabilmente nel “conflitto climatico” il proprio detonatore.  «Fin du monde, fin de mois : même combat» è uno degli slogan più utilizzati dal movimento dei gilets gialli, riproposto con forza nello sciopero generale del 5 dicembre, che sintetizza in maniera limpida la nuova architettura del conflitto.

Se le condizioni oggettive sono queste, la questione rimane aperta su quelle soggettive. Tornando a Fridays for Future è innegabile che, a distanza di otto mesi dalla sua irruzione nello spazio pubblico e all’indomani del quarto climate strike, alcune considerazioni di bilancio è necessario farle. Sarebbe innanzitutto un errore strategico assolutizzare questa esperienza rendendola depositaria dell’intero bagaglio di lotte che si muovono sul terreno della giustizia climatica. Fridays for Future va inteso come spazio politico aperto e realmente in divenire, sempre soggetto a trasformazioni e al suo stesso superamento. Un passaggio, per certi versi epocale, nella sua capacità di aver rotto una narrazione sul clima intrisa di ineluttabilità, ma pur sempre un passaggio, che va collocato in una dimensione spazio-temporale complessiva per essere capito a fondo.

Lo stiamo vedendo in Italia, sia sul dato numerico – che soprattutto nell’ultimo sciopero si è assottigliato – sia su quello della soggettivazione e della consapevolezza collettiva. Aver centrato con chiarezza politica alcuni obiettivi legati al capitalismo fossile e alla produzione just in time, aver costruito con maggiore incisività i blocchi metropolitani: sono indicazioni preziose non per il prosieguo in sé dell’esperienza specifica, quanto per un avanzamento complessivo tanto delle pratiche quanto dell’organizzazione della composizione che stiamo intrecciando nelle piazze.

Consentiteci, nel finale, una nota di romanticismo politico. Caso ha voluto che il quarto sciopero climatico precedesse di un solo giorno il ventennale della battaglia di Seattle, che ha segnato un solco ineguagliabile nella storia dei movimenti globali. Senza addentrarci in improbabili parallelismi, scorgiamo in quella fase un’attitudine antesignana degli attuali movimenti: la transnazionalità, la critica profonda al neoliberismo, la capacità di rinnovare lessico e immaginare. «We are winning» era uno degli slogan della “battaglia di Seattle”, dove ad essere “vincente” era la consapevolezza di aver individuato le radici del problema e la potenza – rivoluzionaria – della soluzione. Ieri come oggi.

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