Viroluzione!

Un breve contributo dei centri sociali del nord-est.

29 / 4 / 2020

Una questione di prospettiva e di azione: guardare alle forme emergenti della solidarietà e della cura come alle forme della rivoluzione, qui ed ora. Un breve contributo dei centri sociali del nord-est.

La pandemia in corso è un effetto immediatamente percepibile di questo regime ecologico che chiamiamo capitalismo, del suo carattere estrattivo e predatorio nei confronti della natura. Non è una circostanza inspiegabile, è invece un’accelerazione tragica di quella stessa crisi che ha trasformato il clima e minaccia il pianeta; sta completamente dentro la logica della crescita infinita. È un fatto drammatico in termini di sofferenza e di morti, ed è, al tempo stesso, una battuta d’arresto del capitalismo globale. Ne acuisce la crisi, non ne decreta la fine, mentre il tempo della sospensione volge al termine. Prima che la macchina riparta, accelerata, nella direzione della distruzione della biosfera, il nostro compito deve essere quello di imporre un radicale cambio di direzione.

In questo momento, dunque, dobbiamo aggiungere una terza narrazione a quelle egemoniche. Né negazionismo, né distanziamento sociale ad oltranza.

Del negazionismo si fanno interpreti Confindustria e gran parte della destra, si mira ad una riapertura indiscriminata delle attività produttive, con disprezzo della salute pubblica e senza, naturalmente, accennare ad alcuno strumento di welfare.

Del richiamo al distanziamento sociale ad oltranza si fa prevalentemente carico il campo governativo, distanziamento che allude, anche qui, a una società in cui il carico del lavoro di cura (non riconosciuto) sia totalmente socializzato (in particolare alle donne) e che, in ogni caso, non mette in discussione l’impostazione neoliberista degli ultimi decenni. 

Questa dicotomia strumentale di fatto ripropone i due elementi che, negli ultimi decenni, hanno conformato la governamentalità neoliberale: securitarismo e mercato. Una continuità inaccettabile, a cui va invece contrapposta una reale discontinuità, che si basi proprio sulla dialettica tra libertà e cura, riconquista dello spazio pubblico e sicurezza dei diritti.

Certo, in questo tempo della sospensione molto si è mosso: forme di cura collettiva, mutualismo, welfare dal basso, campagne per un reddito di quarantena, proteste dei lavoratori di settori chiave quali la sanità, la logistica, lo spettacolo e la cultura. Ora è il momento di trasformare questi elementi da risposte emergenziali in altrettanti terreni di azione radicale.

Cosa vogliamo?

- Transizione ecologica subito: fuoriuscita dal fossile e dal modello delle grandi opere. Quest’ultimo certamente non abbandonato, anzi in attesa di rilancio. Possiamo scommettere che sarà uno dei punti di forza dell’annunciato decreto “sblocca paese”, evocato da Conte in questi giorni.

- Interventi di messa in sicurezza del territorio e delle case, un allargamento del patrimonio di edilizia pubblica e una sanatoria/regolarizzazione delle occupazioni abitative. 

- Reddito di Quarantena come passaggio verso un reddito di base universale e, d’altra parte, l’inserimento di misure che non facciano pesare sui più poveri la transizione ecologica.

- Cambio di rotta sulla sanità pubblica e riconoscimento della centralità del lavoro di cura in tutte le sue sfumature. Vogliamo una sanità che sia realmente un bene comune: più assunzioni, più posti letto, più presidi territoriali, più aderenza ai bisogni dei territori.

- Più investimenti in scuola e ricerca. La pandemia non deve essere usata come scusa per una transizione digitale dell’educazione. Non perché temiamo le tecnologie, ma perché scuola ed università devono essere terreni di incontro, di costruzione di legami e di sapere comune.

- Riconoscimento e rafforzamento dei centri antiviolenza femministi e dei servizi contro la violenza contro le soggettività lgbtqia+. Queste settimane di lockdown hanno acuito ciò che già accadeva all'interno delle mura domestiche dimostrando ulteriormente come la casa non sempre sia il posto più sicuro, e come la famiglia non sia affatto la struttura sociale che garantisce di passare indenni un momento complicato come questo.

- Rilanciare un’idea di Welfare del comune, tarato sulle esigenze del lavoro vivo e sganciato sia dallo statalismo novecentesco sia dalle logiche mercantili.

- La fine delle Istituzioni europee come garanti della politica del debito. L’alternativa a questa Europa non è il ritorno allo spazio nazionale, ma la costruzione di un’Europa come spazio solidale e di cura.

- Sanatoria subito! In Italia oltre 600.000 persone sono costrette alla clandestinità e quindi private di qualsiasi diritto. Cogliamo questo tempo per riaprire in maniera complessiva un terreno di rivendicazione per costruire un’idea inclusiva di cittadinanza, dove non prevalga la linea del colore.

- Trasformare la crisi politica che si va definendo in questa fase come terreno dove immaginare e costruire nuove istituzionalità e forme di democrazia diretta.

Per tutte queste ragioni è importante continuare i percorsi in atto, ma pure è necessario immaginare nuove forme di piazza, di mobilitazione, di costruzione di spazi comuni di confronto e azione. Sappiamo farlo in sicurezza e lo faremo, non aspettiamo!

** Pic Credit: Graffito comparso a Parma pochi giorni prima dell'inizio della quarantena. Foto di Federico Scirchio

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