Ma davvero la fine della crisi la possono vedere solo i morti?

Viareggio brucia, e la terra trema

Teorie del controllo, domande irrisolte di un paese difronte alla sua ennesima prevedibile tragedia

30 / 6 / 2009

Nelle edizioni del mattino dei telegiornali e soprattutto sui siti di informazioni istituzionali la rotta della tragedia era già tracciata. Tragica esplosione alla stazione di Viareggio, inferno di fuoco, palazzi caduti, vittime e dispersi; due tre ore di notizie che si inseguivano cifre di cadaveri e dispersi e pagine internet ricche di foto e pochi commenti.

Poi i soccorsi, la protezione civile, il suo deus ex machina Bertolaso, la tendopoli e all'ora di pranzo l'annuncio: arriva anche il premier. Tutto già visto, tutto molto simile, riproducibile, organizzato... ... ma a Viareggio la terra ha tremato  mentre un treno merci  di cisterne cariche di GPL, gas liquido estratto dal ciclo del petrolio, passava in stazione, spaccando il carrello di uno dei convogli di testa e scatenando un inferno di fiamme che ha devastato la stazione e le case limitrofe?!

A Viareggio si è creato, ancora, un nuovo stato di eccezione, cioè una nuova possibilità di normare e controllare un territorio e i corpi che lo attraversano. La tragedia diviene catastrofe, imprevedibile e cinico agguato del destino, come all'Aquila o a New Orleans, e serve a questo.

In Abruzzo, subito dopo il terremoto, si crea una zona rossa, poi una tendopoli, che ha uno suo statuto speciale, dai divieti di vino e caffè a quello di raggrupparsi ingruppi di più di 5 persone. Si passa tutto sotto il controllo della protezione civile, nuova struttura statuale a cui è demandato, in questi casi, il controllo politico e militare del territorio, mentre i media cominciano il loro lavoro di costruzione di cordoglio e solidarietà, primo vero antidoto alle proteste e al dissenso.

Ma se la terra non trema, qualcosa non torna. Come non torna oggi, a mesi dal sisma, in Abruzzo. A Viareggio con lo spegnersi delle fiamme appaiono incandescenti le domande sulle responsabilità, le modalità, le omissioni, i silenzi. In una parola il modello di sviluppo e di società che questo paese ha scelto per il proprio futuro.

Le domande riguardano a quale modello energetico abbia affidato il suo futuro un paese dalle aziende municipalizzate scatenate in guerre di concorrenza che mirano al prezzo più basso, senza il controllo diretto della produzione e della distribuzione energetica. Non stupirà l'affermazione che presto arriverà  sulla necessità del nucleare per evitare le tragedie legate ai possibili danni diretti e indiretti del ciclo del petrolio.

Quale è lo stato reale delle nostre infrastrutture se regioni e stato centrale sono rivolti alla esecuzione delle grandi opere, con i loro miliardari appalti, la Tav e le autostrade, con la realizzazione di pedemontane e varianti di valico?

Cosa sono diventate le Ferrovie dello Stato, e l'azienda che le controlla? Migliaia di pendolari costretti ogni mattina e ogni sera su carri bestiame, mentre le linee ad alta velocità hanno costi di trasporto e gestione altissimi. Traffico merci in totale dismissione e privatizzazione, solo nell'ultima settimana quatto deragliamenti e guasti strutturali ai convogli; manutenzione ordinaria e straordinaria frettolosa ed inefficace.

Allora, nel rispetto della teoria della shock economy, la gestione delle tragedie serve come atto di normazione per tutelare non le vittime, non i cittadini, ma quegli stessi processi politico economici che le hanno create.

Ma se l'attacco è rivolto ai territori e alle comunità che li vivono, la loro difesa non potrà che partire da lì. In Abruzzo questo cammino è cominciato, con segnali forti contro il governo e la gestione della protezione civile. Un cammino che vedrà un passaggio importante nelle giornate che porteranno al G8 dell'Aquila. Fondamentali le giornate del 6 luglio, la fiaccolata per il centro cittadino e i due giorni di convegno sulla ricostruzione del 7 e 8.

In altre parti d'Italia comunità resistenti pongono in essere processi di autonomia e di indipendenza, come accade a Vicenza con la lotta contro l'ampliamento dell'aeroporto Dal Molin trasformato in una enorme base di guerra statunitense, e che vedrà nella giornata del 4 luglio un appuntamento imprescindibile.

C'è chi tenta sottrarsi al tentativi di imposizione di uno stato che nel tempo della crisi ha puntato tutto sul controllo del territorio e le politiche sicuritarie.

Ma la domanda su tutte che l'Abruzzo,Viareggio e la prossima tragedia assolutamente evitabile di questo paese, pongono con sempre maggior forza è se sia possibile  liberarsi dal diktat di Platone "la fine della guerra (crisi) la vedono solo i morti".

Forse è una risposta, una possibilità, che andrà conquistata e difesa a partire già dai prossimi giorni.

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Fischi a Berlusconi a Viareggio


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