Venezia - S.a.L.E. docks e Teatro Valle riaprono il Teatrino Marinoni al Lido

Conferenza stampa ore 15e30

2 / 9 / 2011


Questa mattina gli attivisti del S.a.L.E. docks e del Teatro Valle hanno riaperto il  Teatrino Marinoni al Lido di Venezia.

Un luogo restituito alla vita culturale durante la kermes della mostra del cinema.

Con lo slogan "La bellezza non può attendere" precari del cinema e del lavoro culturale organizzeranno quattro giorni di eventi per porre l'attenzione sul tema del precariato culturale con reading proiezioni ed assemblee.

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Conferenza stampa ore 15.30.


comunicato stapa del S.a.L.E. docks 


"S.a.L.E-Docks è uno spazio veneziano nato nel 2007 su iniziativa di un gruppo di attivisti, di precari del lavoro culturale e di studenti. Il S.a.L.E. giudica inscindibile il nesso tra produzione culturale indipendente (che nel nostro caso significa soprattutto un impegno nell’ambito delle arti visive e del teatro) e pratiche volte all’affermazione della natura comune di questa stessa produzione culturale.

Per questa ragione abbiamo accolto con entusiasmo l’invito del Teatro Valle ad occupare temporaneamente il Teatro Marinoni, situato, tra l’altro all’interno di un’area sottoposta ad una concreta minaccia speculativa.

Questa azione comune non vuole significare un’identità totale tra Valle e S.a.L.E. che mantengono le loro rispettive specificità, bensì l’incontro di due esperienze che guardano all’autorganizzazione del lavoro culturale come elemento portante. Punto fondamentale è però la declinazione di questa caratteristica in senso aperto, non identitario e non corporativo. Del resto non avrebbe senso porre in atto meccanismi di settarismo nel momento in cui il lavoro tutto, non solo quello culturale, diventa precario sotto i colpi delle politiche di Austerity in tempi di crisi… Ci troviamo davanti uno scenario in cui si vorrebbe che le fabbriche diventassero sempre più simili ai teatri e ai musei per quanto riguarda il livello di precarietà e di erosione dei diritti.

Per questo motivo il S.a.L.E. è parte integrante di quel percorso aperto e allargato che va sotto il nome di Uniti Contro La Crisi.


Il S.a.L.E. è inoltre uno dei nodi della neonata rete dei Lavoratori dell’Arte che comprende artisti, curatori, critici, istituzioni, associazioni e collettivi legati al campo delle arti visive. Questa occasione ci pare quella adatta per divulgare, in anteprima, i contenuti del nostro secondo comunicato.

Per leggere il primo comunicato e per consultare la lista completa dei firmatari vi rimandiamo a questa pagina di Undo.net.

http://www.undo.net/it/argomenti/1311340171

Comunicato


I lavoratori dell’arte intendono dare una risposta alle numerose adesioni da parte di molti artisti e operatori culturali. Il Documento dei Lavoratori dell'Arte esprime la convinzione che sia necessario conquistare all’arte e alla cultura lo status di beni comuni e vuole rappresentare un punto di partenza per sviluppare pratiche e discussioni intorno alla necessità di costruire un nuovo welfare culturale.


Per questo motivo, noi Lavoratori dell'arte, dobbiamo cercare di esplicitare con chiarezza le condizioni di precarietà in cui ci troviamo ad operare. Specialmente laddove il termine precarietà appare ormai inflazionato, è necessario invece riconoscerne le dinamiche, l’ambivalenza, l’estensione, le forme. Del resto, in un momento in cui la crisi ha acuito la gravità delle nostre condizioni, dobbiamo partire da una diagnosi lucida per mettere in campo contromisure efficaci.

Cerchiamo di chiarire alcuni aspetti, per punti.

- Questo non è un manifesto

- Non siamo né vogliamo diventare un sindacato.

-Non ci interessa rappresentare qualcuno, ma vogliamo costruire un mezzo di auto rappresentazione.

- Non lottiamo per l’establishment italiano dell’arte contemporanea.

- Rifiutiamo l’estetizzazione delle lotte e l’idea di avanguardia, in arte come in politica.

- Conseguentemente vogliamo attraversare le lotte reali, aperte anche su terreni diversi, ma affini a quello delle arti visive (lavoratori dello spettacolo, della conoscenza e studenti).

- Non ci interessa riconfermare la distribuzione istituzionale di ruoli: l’artista, il curatore, il pubblico, ecc. Usiamo questi termini senza imbarazzo, ma preferiremmo rompere questi confini indicando nell’operatore del contemporaneo quella figura che ricompone la nostra frammentazione esistenziale, professionale, sociale, culturale e politica. L’operatore del contemporaneo è artistacuratorecriticodesigner-danzatoreautorepubblicocreativoguardasalastudentericercatorestagistascrittoreattoretecnicocopywritermaschera e molto altro ancora.

- Non ci interessa far funzionare questo sistema. Denunciamo le ingerenze politiche in campo artistico e la vergognosa governance pubblica della cultura non per affermare lo status quo dell’istituzione arte in Italia, ma perché pensiamo che da questa inadeguatezza si debba partire per inventare nuove forme istituzionali.

- Diciamo che reddito e welfare sono due temi che devono entrare nel dibattito critico intorno alle arti visive. Senza, non troviamo punti di aggancio con le lotte reali, ma ci limitiamo a ri-affermare il nostro piccolo posto nel sistema quali critici dello stesso. Non siamo gli utili idioti complici.

- Noi non chiediamo assistenza, vogliamo ciò che ci spetta. Laddove i discorsi e le pratiche artistiche istituzionali hanno già individuato la natura relazionale, sociale, cooperante e reticolare della produzione artistica contemporanea, ciò che manca è una distribuzione equa del valore che viene socialmente prodotto. Esso è concentrato nelle mani di pochi a discapito di molti (quei molti senza cui oggi l’arte non potrebbe funzionare se non nella ripetizione di modelli ormai esausti). Siamo dunque catturati all’interno di una parodia della dimensione comune dell’arte. A noi spetta il compito di prendere sul serio questo comune, ri-catturandolo attraverso un’inchiesta seria delle nostre condizioni di vita/lavoro, attraverso la messa in campo di forme di lotta adeguate e allo stesso tempo, attraverso pratiche critiche e artistiche che sappiano articolare i nessi tra arte, politica e lavoro.

- Diciamo che i linguaggi artistici sono un fatto politico e diciamo che la precarietà è un freno alla sperimentazione, all’ambizione, all’intelligenza, alla radicalità e al respiro globale dell’arte.


Questi pochi spunti generali dovranno, fin da subito, essere messi in pratica su due livelli paralleli. Il primo sarà quello delle mobilitazioni dell’autunno prossimo in cui gli operatori del contemporaneo possono ritagliarsi un ruolo di primo piano. Queste mobilitazioni avranno come bersaglio le politiche di austerity che, tra i molti effetti negativi, conteranno il risultato di porre un freno ulteriore alle pratiche artistiche indipendenti.

In secondo luogo dobbiamo elaborare degli strumenti legali e giuridici che possano iniziare a regolare i nostri diritti. A cosa ci riferiamo? Ad esempio ad un corpus di contratti che possa meglio tutelare la nostra produzione, ma anche ad una bozza di carta di responsabilità sociale applicabile al lavoro in ambito artistico.


Aderiamo alla “Giornata di stati generali di lavoratori della conoscenza” che si terrà al Teatro Valle Occupato a Roma il 30 settembre 2011, riconoscendola come un importante appuntamento nazionale di coordinamento di tutte le organizzazioni che fanno parte di questo movimento.


A partire da chi ha aderito al Documento dei lavoratori dell’arte, siamo particolarmente interessati a coordinare le forze con gruppi di lavoro che stanno già elaborando strumenti e ricerche inerenti all'agenda politica che stiamo promuovendo."


Comunicato stampa degli attivisti del Teatro Valle

"Siamo lavoratrici e lavoratori dello spettacolo e della cultura.

Il 14 giugno abbiamo occupato il Teatro Valle di Roma, simbolo del drammatico stato dell'arte in Italia per salvarlo da un futuro incerto a rischio di privatizzazione. Non abbiamo sigle che ci rappresentino e attraverso forme dirette e orizzontali di autorganizzazione rivendichiamo i nostri diritti. Ci occupiamo di ciò che è nostro, riappropriandoci del nostro tempo e dei nostri spazi.


Occupiamo il Teatro Marinoni, gioiello liberty della laguna veneziana, perchè è l'ennesimo spazio culturale abbandonato e al centro di una speculazione edilizia. Da questo spazio restituito alla cittadinanza guardiamo il più importante Festival del cinema italiano a poche centinaia di metri e invitiamo attori, registi, produttori, autori, tecnici e tutti i protagonisti del settore dell'audiovisivo a confrontarsi sulle criticità del sistema e a esporsi aprendo un dialogo.

Crediamo sia tempo di assumerci la responsabilità in prima persona: per spezzare il duopolio Rai Cinema/Medusa che domina i meccanismi di produzione e distribuzione, per costruire l'autonomia produttiva, espressiva e artistica fuori dal pensiero e dal mercato unico, per contrastare la tendenza alla delocalizzazione sostenendo le professionalità sul territorio nazionale, per un'equa ripartizione dei finanziamenti pubblici, per la trasparenza di nomine nelle commissioni contrastando l'ingerenza partitica, per rivendicare il diritto al reddito garantito per i tempi di non lavoro, per favorire la rinascita di molteplici narrazioni del presente.

Crediamo che il cinema possa essere un meccanismo virtuoso anche da un punto di vista produttivo: alle politiche di austerità contrapponiamo un diverso modo di pensare e fare cinema, un'altra concezione di ricchezza che metta al centro la qualità piuttosto che la mera logica dei profitti.

Non è più tempo per battaglie separate e di categoria: dobbiamo essere capaci di superare le divisioni tra singole vertenze, le sigle di rappresentanza, gli interessi particolari. Perché vogliamo che il cinema torni ad essere – veramente - un'opera collettiva e non fatta da individualismi.


Lo stato di emergenza in cui si trova il settore culturale nel nostro paese è frutto di scelte politiche precise: tagli violenti hanno colpito in questi ultimi anni teatri, musei, cinema, istituzioni culturali, ricerca e istruzione, dismettendo progressivamente il sistema pubblico. La stessa logica di profitto che sta trasformando il Lido di Venezia in una fabbrica di cemento minaccia l'esistenza di luoghi di forte identità storica e artistica, come gli studi di Cinecittà che diventeranno residence e centri benessere.

Il progetto di un nuovo Palazzo del cinema che doveva rilanciare la Mostra si è trasformato in un losco affare. In tre anni di scavi si sono spesi oltre 37 milioni di euro, per avere come unico risultato un gigantesco cratere. Si ferma il cantiere ma non si fermano i progetti speculativi che servivano a pagare l'opera.

Caso esemplare di come la destinazione culturale venga utilizzata strategicamente per giustificare piani d'emergenza e commissariamenti straordinari. Allo stesso modo Venezia è per sua natura un caso esemplare: un dispositivo unico di produzione artistica, culturale e intellettuale diffusa che si regge sullo sfruttamento e la fortissima concentrazione di precariato culturale.


Il Teatro Valle in oltre due mesi di occupazione si è trasformato in una forma diretta di autogoverno e in un laboratorio politico per immaginare insieme modelli nuovi di gestione – partecipata e cooperativa. Lo facciamo restituendo valore all'agire condiviso, per mettere in scena un'altra rappresentazione del potenziale liberatorio e costituente della nozione di beni comuni. Ogni luogo, il Valle come il Marinoni, per quanto bellissimo, se vuoto, è un luogo morto. Solo se attraversato dalla presenza viva dei corpi, da saperi, relazioni, esperienze e passioni assume un valore politico e civile. I beni comuni sono di tutti ed emergono nel momento in cui una collettività, a cui sono stati sottratti, lotta per riaffermarli.

Proviamo a farlo al Valle – ogni singolo giorno."


Vi aspettiamo tutti al Teatro Marinoni


In continuo aggiornamento

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Lido Venezia - Il Teatrino Marinoni riapre


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Venezia, Lido - Ilenia, Teatro Valle Occupato


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Occupazione teatro Marinoni - Intervista a Marco, Sale Docks-


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Foto dell'occupazione e della conferenza stampa by S.a.L.E. docks

Conferenza stampa


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Francis Ford Coppola saluta il Teatro Valle occupato


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