Uniti per un nuovo ciclo di lotte

6 / 5 / 2011

Ieri siamo stati “Uniti per lo sciopero”. In migliaia e migliaia, in tutta Italia, abbiamo percorso uno spazio vivo, comune. Fare l’elenco delle azioni, dai blocchi notturni e all’alba, fino alla presenza all’interno dei cortei della Cgil, sarebbe lungo, per fortuna. Questo significa che l’idea di “Uniti contro la crisi”, partita dai due grandi “no” di ottobre scorso, quello della Fiom a Marchionne e quello del movimento studentesco alla Gelmini, era giusta.

La “ricomposizione” non è solo una semplice sommatoria di settori, studenti e operai uniti nella lotta, ma invece può determinare qualcosa di nuovo per tutti, capace di difendere le singole “resistenze” ma soprattutto di costruire un’alternativa.

Facendo tesoro di ciò che abbiamo tutti imparato in questi mesi di lotte, ora siamo più in grado di prima di leggere la realtà, anche quella che ieri ci ha riempito la giornata e in qualche caso anche il cuore.

Lo sciopero generale ha chiuso un ciclo, iniziato in ottobre e dalle caratteristiche straordinarie.

Ma l’ha chiuso bene, dandoci tante possibilità di rilancio per il prossimo autunno. In questi mesi, e ieri è stato evidente, abbiamo accumulato un patrimonio di pratica politica e conoscenza sociale, molto importante. La pratica del comune, di un comune sociale e politico insieme, è diventato il modo con il quale dare nuovo significato alle nostre relazioni. La tattica, le alleanze, le rappresentanze, ne hanno sofferto: questo è già un grande risultato.

Perché segnala che solo mettendo in crisi ciò che esisteva prima, compresi tutti noi, potremo affrontare chi ci fa pagare la crisi. Le lotte sociali in questo paese avvengono in un vuoto pneumatico, ormai imbarazzante, di “politica”. Non esiste nessuna visione, nessun programma che sappia rispondere alla complessità che esse pongono, non esiste l’opposizione politica a Berlusconi. 

E’ per questo che “tatticamente”, secondo la politica che ci tocca, bisogna essere un po’ Marchionne e un poco della Fiom, oppure un po’ studenti e ricercatori e un po’ Gelmini, un po’ banchieri e un po’ precari.

Secondo la visione di chi dovrebbe essere l’altro dalla cricca di Arcore, bisogna essere un po’ di tutto. Come quei poster che reclamizzano le centrali nucleari attorno alle quali giocano i bambini e pascolano le mucche. Un imbroglio.

Uniti contro la crisi ha sperimentato in questi mesi che costruire una alternativa significa invece essere di parte, ma è proprio questa parte che va ripensata.

Il ciclo di lotte con cui ieri siamo arrivati allo sciopero generale, ha posto il problema della precarietà come condizione generale del lavoro. Del reddito e dei salari come articolazione della conquista di un nuovo welfare.

Della conversione ecologica come chiave di costruzione di una nuova democrazia dei beni comuni, fondata sulle persone e sulla qualità della loro vita piuttosto che sugli affari.

Questa consapevolezza, questa maturità, è un bene prezioso. Sapremo ora utilizzarle come strumenti potenti per rilanciare l’autunno del cambiamento in questo paese? Non è scontato, ma dobbiamo e vogliamo provarci più convinti di prima. Intanto sembra una buona pratica quella di accorgersi anche di ciò di cui non siamo diretti protagonisti.

In Sardegna partite iva e pastori, commercianti e operai, studenti e ricercatori, si sono messi insieme, oltrepassando i modelli sindacali, politici e di movimento conosciuti prima, per sconfiggere gli strozzini di Equitalia.

Stanno costruendo il comune contro chi lo vuole distruggere, per averci divisi, deboli e senza futuro.

E’ la strada giusta, e come sempre arriva da dove meno te l’aspetti.

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