Un’arma in più "del diavolo": taserizzateci tutt*

18 / 3 / 2022

Il TASER o - come preferisce denominarlo il Ministero dell’Interno, in un’ottica di non pubblicizzazione del marchio depositato - “l’arma ad impulsi elettrici”, è diventato realtà lo scorso 14 marzo per l’equipaggiamento della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza nelle quattordici Città Metropolitane e nei capoluoghi di provincia di Caserta, Brindisi, Reggio Emilia e Padova. La sperimentazione è in realtà in atto dal 2018.

Da quanto comunicato dalla Ministra Lamorgese, emergerebbe che questo non è nient’altro che l’inizio, infatti, l’estensione del “servizio” ai reparti delle restanti aree del territorio nazionale e delle specialità, sarà gradualmente avviata dal mese di maggio.

Tale consolidamento nasce dall’eredità – di certo non considerata scomoda – del Governo capitaneggiato da Matteo Salvini, fautore dei due decreti sicurezza i cui dispositivi normativi restano ancora in piedi nonostante la debacle politico leghista. Nel febbraio 2018, infatti, si dava riviviscenza ad un decreto legge del 2014, sino ad allora rimasto volontariamente silente, con la quale si demandava ad un decreto del Ministro dell’interno per “l’avvio da parte dell’Amministrazione della pubblica sicurezza, con le necessarie cautele per la salute e l’incolumità pubblica e secondo principi di precauzione e previa intesa con il Ministro della salute, la sperimentazione della pistola “Taser” per le esigenze dei propri compiti istituzionali”.

Durante il Governo Conte I, poi, nell’ottobre del 2018, Salvini divenne promotore del decreto legge poi convertito nella legge 132/2018 con la quale si introduceva l’utilizzo di tale strumento.

Ed oggi, dopo il periodo di sperimentazione, dopo la presunta ed adeguata formazione delle forze di polizia sull’utilizzo “corretto” di tale strumento (con tanto di diffusione di video esplicativi di azioni su manichini), ben 4482 (dal costo di 1600€ cadauno) taser targati Axon (ex TASER International) sono approdati tra i cinturoni delle forze dell’ordine.

Un’arma classificata come propria, estremamente pericolosa e che, nonostante venga definita – per avvalorarne l’utilizzo - quale sostitutiva della più fatale arma da fuoco, nella realtà diviene semplicemente il surrogato, più pericoloso, dello storico quanto vintage manganello.  

Quest’arma, inoltre, come verificato dagli studi che l’hanno riguardata, presenta un rischio di mortalità pari allo 0,25%, un rischio di cui è ben conscio il Ministero che, nel luglio 2020, ne sospendeva temporaneamente l’impiego perché non aveva superato le prove balistiche previste. Se volessimo guardare anche sul fronte internazionale, le rivolte BLM hanno insegnato che tale strumento ha effettivamente efficacia letale, altro che dissuasiva.

Viene da chiedersi quale sia la reale opportunità di questo strumento, specie nel momento in cui entra a far parte della dotazione di Forze dell’Ordine già ampiamente note per i diversi fatti di cronaca caratterizzati da forti ambiguità, usi illegittimi della forza e delle armi, eccessi colposi di legittima difesa oltre che dei più gravi fatti di tortura, lesioni e abusi di autorità; d’altronde è passato pochissimo tempo dall’ultima macelleria messicana riprodottasi tra le mura del carcere di Santa Maria Capua a Vetere: un ricordo vivido che da solo dovrebbe far desistere dall’idea di estendere tale arma anche alla Polizia Penitenziaria, così come richiesto a più riprese dai fronti leghisti.

Lo stesso Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha ricordato che l’utilizzo dell’arma deve essere effettuato con estrema cautela e in situazioni assolutamente eccezionali, specificandone l’obbligo del suo non impiego in luoghi chiusi privativi della libertà personale, raccomandandone la speciale cautela nel suo utilizzo nei confronti di persone di particolare vulnerabilità psichica o comportamentale. Nel comunicato diffuso il 15.03.22 ha inoltre richiesto alle autorità preposte di vigilare con grande attenzione al fine di evitarne un improprio utilizzo che può avere gravi conseguenze per la salute soprattutto dei soggetti più deboli o addirittura configurare un trattamento in violazione di obblighi nazionali ed internazionali.

Della serie, anche un organismo istituzionale di tale stregua “conosce i propri polli”.

Negli scorsi anni diverse organizzazione internazionali come Amnesty International e come addirittura l’ONU, anzitempo, hanno denunciato la pericolosità di questo strumento e anche il rischio che se ne abusi, definendo addirittura la pistola taser una “forma di tortura”.

Gli anni trascorsi hanno, ovviamente, aumentato il desiderio nel voler provare il taser a tutti i costi, il prima possibile, ed è così che, il giorno stesso dell’adozione, alle ore 23.30, in via Santa Rita da Cascia a Tor Bella Monaca, i poliziotti che dovevano notificare a due conviventi, già agli arresti domiciliari, l'aggravamento della misura cautelare, hanno utilizzato il taser per bloccare l’uomo da episodi di autolesionismo e dalle minacce agli agenti con un mero taglierino.

Verrebbe da chiedersi, capovolgendo il dibattito in un’ottica garantista, era realmente necessario rendere ancora più pericolose le nostre strade?

È giusto che un Paese già noto alle cronache per eventi come la scuola Diaz e la caserma Bolzaneto durante il G8 del 2001 sino ai casi già citati di SMCV, oltre che gli innumerevoli casi di ingiustizia ed abusi di Stato, debba sempre più investire sulle armi, e sempre meno su welfare come forma di disincentivo dalla criminalità, ad esempio?

Come al solito, ad averla vinta, resta il populismo penale.

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