Una crisi da paura

27 / 8 / 2009

Gli apprendisti stregoni hanno lavorato bene, forse troppo, se anche il sindaco Alemanno è “costretto” a coprire i buchi mediatici di una cartolina romana sfregiata da una escalation impressionante di aggressioni, violenze e intimidazioni. L’ultimo protagonista è tal “Svastichella”, 40 anni, ex pregiudicato di Laurentino 38, prototipo post moderno del “sottoproletariato” fascista e razzista di certa periferia romana. Succede che in una sera come altre, un ex pugile fallito annusa l’aria eccitante della preda e decide senza battere ciglio di picchiare selvaggiamente due ragazzi all’uscita del Gay Village. L’episodio avviene sotto gli occhi divertiti e su di giri di un gruppo di amici dell’aggressore, che lo aiutano a fuggire tra le vie dell’Eur. Non passano nemmeno 48 ore dall’arresto di Svastichella, ottenuto grazie a una pressione pubblica sulla procura romana, che un attentato incendiario colpisce un luogo simbolo della comunità omosessuale, il Qube di Casalbertone, locale che ospita ogni settimana le serate del Muccassassina, organizzate dal circolo Mario Mieli. Un messaggio, allo stesso tempo, intimidatorio e di esplicita solidarietà all’arrestato.

Se leggiamo con attenzione le reazioni all’ennesimo atto di squadrismo, emerge con difficoltà un punto di vista autonomo sulle cause di fondo di questa “crisi di civiltà” e le possibili vie d’uscita. Anche le associazioni Gbltq si sono affrettate a chiedere più controlli, più sorveglianza, più polizia, oltre all’inasprimento delle pene carcerarie per le violenze legate alla discriminazione sessuale. E’ toccato al presidente della provincia Zingaretti parlare di fallimento delle politiche della destra, di un “clima sociale favorito dal razzismo diffuso”, della “inutilità delle pattuglie dell’esercito e delle ronde”, della necessità di un “lungo percorso di intervento culturale”.

Le cronache di questi giorni – i morti in mare, le carceri che scoppiano, gli affondi xenofobi della Lega, la tenaglia sull’informazione - ci consegnano un quadro fosco degli effetti di una politica di comando fondata sulla paura, il controllo, la “guerra tra poveri” come gestione materiale della crisi sociale ed economica. Ma la novità di paradigma, che trasforma le categorie tradizionali del conflitto sociale, è che non si tratta soltanto di meccanismi di mistificazione, di “distrazione di massa” dalle presunte “vere” ragioni della crisi: paura, controllo, razzismo, ri-territorializzazione identitaria, rappresentano dispositivi costituenti di una nuova idea di società, nuove forme – terribili – di relazioni sociali.

In questo senso, la crisi della rappresentanza (crisi del vecchio compromesso riformista)  produce, dall’alto, un inasprimento della “guerra alla società”; dal basso, lo sdoganamento delle istanze più brutali e la rottura dei vincoli di solidarietà, cooperazione, convivenza, rendendo difficili possibili percorsi comuni di resistenza e liberazione. Appare in questo modo, la faccia scura delle diverse “autonomie” liberate dai vincoli del patto sociale storicamente determinato nella società italiana del secolo scorso.

Da questo punto di vista, la riproposizione di una sotto cultura omofobica e razzista andrebbe analizzata nella sua esemplare contraddittorietà. Nei quartieri di qualsiasi città,  nelle scuole di periferia come nelle palestre,
nei set di “Amici” o nei programmi di Mtv, il look e l’estetica giovanili ammiccano continuamente a un modello femminilizzato e interculturale. Ma quanto più a livello di massa si affermano modelli legati a un immaginario transgender o meticcio, tanto più trovano spazi di espressione i rigurgiti identitari, localistici, neofascisti.

In questo difficile crinale politico e culturale si devono muovere i movimenti sociali che rivendicano una idea diversa di convivenza, di diritti, di libertà. Senza dimenticare, però, le specifiche caratteristiche del modello
italiano e della sua capitale: da una parte, un presidente-papi, simbolo della più compiuta secolarizzazione e mercificazione occidentale, che intende festeggiare la Perdonanza di papa Clementino V per riannodare i fili dell’
alleanza con le gerarchie vaticane; dall’altra, un sindaco con la celtica al collo, che nega il patrocinio al Gay Pride perché trattasi di “una manifestazione di tendenza”. Quasi un incubo.

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