Turchia - Da Gezi Park alla resistenza all’Isis, «verso il sole per fermare le lacrime»

Turchia. La società che sfida ogni giorno il carcere e la repressione

2 / 11 / 2014

Le ragioni della vio­lenza fisica, eco­no­mica e poli­tica che hanno coin­volto e tut­tora, con­ti­nuano a por­tare in piazza ogni giorno una buona parte della Tur­chia sono alla base della resi­stenza dei popoli di Kobane.
In que­sti ultimi quin­dici anni il Paese col feti­ci­smo dello svi­luppo insieme alla por­no­gra­fia delle lacrime ha fatto una virata aumen­tando i fem­mi­ni­cidi, le morti sul lavoro, la disoc­cu­pa­zione fem­mi­nile, la cen­sura, il fon­da­men­ta­li­smo, gli omi­cidi dell’odio, l’omofobia, la tran­sfo­bia e la cementificazione.

Le masse che pro­te­stano per le strade del Paese per i gior­na­li­sti in car­cere, per un’istruzione gra­tuita ed indi­pen­dente, per un Paese laico, per il lavoro sicuro, per i diritti sin­da­cali, per i diritti delle donne, per riven­di­care i diritti civili di tutti i cit­ta­dini e per difen­dere il bene comune desi­de­rano le stesse cose di chi resi­ste nel nord della Siria, a Kobane. Difen­dere il ter­ri­to­rio, la vita, la casa, la fami­glia, i pro­pri cari, il pas­sato ed il futuro, sono i motivi che hanno spinto le per­sone della Tur­chia e di Kobane ad assu­mersi il rischio di per­dere la vita e met­tere in gioco la quotidianità.

La rivolta del Parco Gezi ha coin­volto circa 3 milioni di per­sone in 79 città della Tur­chia. Sono morte 10 per­sone, più di 5 mila sono rima­ste ferite e circa altre 5 mila sono state arre­state. Durante le mani­fe­sta­zioni soli­dali a Kobane 46 per­sone hanno perso la loro vita, 682 sono rima­ste ferite e 1974 donnne e uomini sono stati arrestate.

Durante la rivolta di Gezi, l’allora Primo Mini­stro Recep Tayyip Erdo­gan aveva accu­sato i mani­fe­stanti di essere dei van­dali; ora, anche come Pre­si­dente della Repub­blica ha uti­liz­zato la stessa parola per defi­nire le per­sone che mani­fe­sta­vano per Kobane.

Il bene pri­vato dan­neg­giato, la ban­diera bru­ciata ed i mezzi della poli­zia distrutti sono state le prin­ci­pali pre­oc­cu­pa­zioni del Governo sia nella prima che nella seconda ondata di pro­te­ste. Sia nel primo caso che nel secondo i media main­stream, vicini alla linea poli­tica ed eco­no­mica del Governo hanno adot­tato nei titoli e negli arti­coli le stesse parole di Erdo­gan e dei suoi colleghi.

Sono anni che le per­sone in Tur­chia, a periodi alterni, cer­cano di rea­liz­zare un sogno, che potrebbe essere defi­nito con le parole di Nazim Hik­met «con­qui­stare il sole per fer­mare le lacrime e togliere le catene dai colli». In ogni sol­le­va­zione popo­lare il sistema ha rispo­sto, con diverse vesti, ma con la stessa logica dell’ordine pub­blico della pro­te­zione nar­ci­si­stica della pro­prietà pri­vata, ponendo tutto que­sto su una bilan­cia nazio­na­li­sta, reli­giosa, ses­si­sta e militarista.

Sia Gezi sia Kobane rap­pre­sen­tano il desi­de­rio di creare un nuovo modello di vita mon­diale. Par­lano di ugua­glianza, fra­tel­lanza, con­di­vi­sione, pace e met­tono in discus­sione una serie di mec­ca­ni­smi del capi­ta­li­smo. Sia Gezi che Kobane dimo­strano le debo­lezze ed i fal­li­menti della demo­cra­zia elet­to­rale della bor­ghe­sia par­ti­tica e del capi­tale. Sia Gezi che Kobane gri­dano la voglia di vivere una vita libera senza cen­sure e repres­sione dove non è il petro­lio oppure la mate­ria stra­te­gica di turno ad essere il cen­tro delle pre­oc­cu­pa­zioni così come le pro­get­ta­zioni poli­ti­che, legi­sla­tive ed economiche.

I punti comuni della rivolta del Parco Gezi e la resi­stenza di Kobane sono tanti e devono essere sco­perti, cono­sciuti e amati per creare un forte legame tra tutti i popoli dell’Anatolia e della Meso­po­ta­mia che da secoli ven­gono sfrut­tati per ser­vire i pro­getti del capi­ta­li­smo. Così che possa cre­scere sem­pre di più la forza per resi­stere e lot­tare per un altro mondo pos­si­bile. Le parole del poeta Can Yucel rias­su­mono l’essenzialità di que­sta unione: «La distanza più grande non è l’Africa, né la Cina, né l’India / né i pia­neti, né le stelle che si illu­mi­nano di notte / la distanza più grande è quella che sta tra due teste che non si comprendono».

Ieri, in diverse città del mondo si sono svolte mani­fe­sta­zioni di soli­da­rietà con la resi­stenza kurda di Kobane. Un’iniziativa lan­ciata quasi un mese fa da parte di diverse orga­niz­za­zioni e vari per­so­naggi pub­blici di rilievo inter­na­zio­nali come Noam Chom­sky, Adolfo Pérez Esqui­vel, Moni Ova­dia, Dario Fo, Tarik Guner­sel. È stata un’occasione impor­tante e signi­fi­ca­tiva per dire che non esi­ste una buona guerra, e che vale la pena di lot­tare per una pace giusta.

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