Trento - Processo agli attivisti e alle attiviste No Base: tutti assolti!

La provincia deve restituire ad un uso sociale e collettivo i terreni espropriati alla città.

23 / 4 / 2013

A distanza di quasi 5 anni questa mattina presso il tribunale di Trento si è tenuto il processo a carico di 17 attivisti e attiviste del movimento contro la costruzione della cosiddetta base militare di Mattarello.

Difesi dagli avvocati Canestrini, Chiariello e Bertolini dalle accuse che spaziavano da occupazione di terreno a violenza privata ed interruzione di pubblico servizio per le azioni risalenti al giugno 2008, quando, all’inizio dei primi lavori di preparazione del terreno del nuovo polo militare, il movimento decise di ostacolare l'apertura del cantiere. Il 16 giugno 2008 gli attivisti furono poi sgomberati dal presidio allestito qualche giorno prima e portati in questura per l'identificazione.

L'allestimento del presidio di quelle giornate era semplicemente il culmine di una molteplicità di iniziative che andavano ad esprimere il sentimento di una larga parte di comunità che aveva cominciato a lottare contro le servitù militari e il saccheggio del proprio territorio.

Oggi sotto processo era non solo l'agibilità politica di chi lotta, quella che spinge quotidianamente a riempire le piazze e costruire una Trento fuori dalle logiche barbariche della guerra, ma anche la possibilità dei percorsi di movimento di incidere nelle scelte da fare sul territorio, e quindi la capacità di autodeterminarsi e autogovernarsi. Capacità che spesso, se non si esprime anche attraverso il conflitto, non potrà mai coincidere con l'“Autonomia”, una parola svuotata e utilizzata da chi governa la Provincia Autonoma per dettare ed imporre grandi opere inutili, dispendiose e devastanti.

Oggi, però, siamo tutt* assolt*, e ne siamo felici.

Ci sentivamo già assolt* perché abbiamo sempre saputo di avere ragione: una delle tante dimostrazioni è la solidarietà che abbiamo avuto negli anni dalle persone che sono sempre state al nostro fianco in questa battaglia.

Avevamo ragione poiché quel progetto scellerato, che avrebbe dovuto deturpare 30 ettari di terreno agricolo con l’ennesima colata di cemento e creare un nuovo avamposto militare in Trentino, è stato abbandonato a causa della mancanza di quei 500 milioni di euro che dalla comunità sarebbero stati pagati - e perciò sottratti al welfare. Probabilmente in una fase di crisi non è un’allocazione giustificabile agli occhi della collettività che subisce la crisi il “fare la guerra”: in realtà non lo è mai stato!

Ed è per questo che oggi usciamo vittoriosi e felici.

Ora sta a tutta la comunità trentina pretendere che quei 30 ettari, solo in parte danneggiati con materiale di riempimento, non diventino un altro luogo appetibile alle lobby del mattone dove speculare, ma siano ripristinati al verde e dati ad un uso sociale e collettivo. Perché sia un nuovo terreno simbolo di pace, perché diventi un luogo di costruzione di alternative concrete alle logiche perdenti della guerra.

C.s.o. Bruno

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