Trento 31.05.14 - WS 2: “Altre Economie"

3 / 6 / 2014

La crisi del capitalismo finanziario impone ai movimenti sociali, ai gruppi organizzati ed alle soggettività che si oppongono alle dinamiche di sfruttamento globale di costruire tra di loro sinergie e progettualità che rappresentino di fatto un'alternativa allo stato di cose presenti; in questo workshop quindi, la discussione si è articolata sulla capacità di costruzione dal basso di un'altra economia, che nel divenire della discussione, abbiamo definito come "economia conflittuale": ossia un processo che rappresenta la possibilità dal basso di opporsi al capitalismo e contemporaneamente costruire un nuovo modello sociale alternativo.

 Dalla pratica delle occupazioni delle fabbriche dismesse o in fallimento da parte degli operai all'occupazione delle terre, passando per la costruzione di forme di reddito dal basso, lo spazio di discussione che abbiamo alimentato si è posto l'obiettivo non di narrare di piccole isole felici, ma di trovare la connessione tra loro per costruire una rete delle alternative.

Chiaramente la costruzione dell'alternativa risulta più semplice in alcune situazioni piuttosto che in altre. Un esempio che svela semplicemente questa diversità è il rapporto che sta tra la "facilità" di costruire un gruppo di acquisto solidale e la difficoltà di rimettere in produzione un comparto industriale dal basso, magari attraverso forme di occupazione e resistenza come può rappresentare Ri-Maflow a Milano; è certamente più semplice costruire la prima azione che dare vita all'autogestione di un comparto produttivo, ma non è assolutamente detto che le due cose non trovino tra loro interconnessioni forti come proprio l'esperienza milanese ci consegna.

Questa interconnessione tra le economie altre e conflittuali è data dal fatto che se viviamo la crisi economica del capitalismo finanziario ne viviamo anche la crisi ecologica, e che quindi è stretta la connessione biopolitica tra terra, produzione e reddito.

Costruire una filiera delle resistenze è quindi la parola d'ordine per un'economia altra, e questo vuol dire per esempio immaginare il recupero degli spazi dismessi dalla produzione fordista, come nel caso di Milano, per farli diventare una "cittadella dell'Altra Economia", che fa da contraltare molto meglio di tanti discorsi ai ragionamenti che porterà l'Expo 2015 di Milano.

Le dinamiche del reddito, dicevamo, si intrecciano in maniera forte alle dinamiche dell'autoproduzione e dell'autogestione; riuscire infatti a eliminare la quota di profitto che appartiene al padrone e riuscire in forma cooperativa e di mutuo soccorso a costruire questi legami di produzione dal basso, rappresenta la possibilità anche di produrre reddito in una forma completamente slegata dall'economia capitalista, di liberare tempo e riprendere nuovamente un concetto dove il lavoro è per tutti e il tempo del lavoro diminuisca liberando spazi di vita. (concetto lavorare meno per lavorare tutti).

Il capitalismo non lascia abbandonati solo i luoghi della produzione fordista che possono essere riconquistati dal conflitto e riconvertiti ad una produzione sostenibile, bensì per mantenersi divora terreni e ambiente. Preservare, difendere l'ambiente è quindi sempre più legato al fatto (e qui chi accusa queste lotte di essere nimby sbaglia quindi clamorosamente) che o cambia il sistema oppure non basterà vincere una singola vertenza.

Il capitalismo onnivoro di terre e montagne, dal TAV al Monte Amiata, e mai sazio di cemento, pretende inoltre di comandare come e che cosa si coltiva sulla terra, dalle monoculture al monopolio dei semi. Le colture Ogm e la leva che le multinazionali usano per imporle al mondo contadino, si scontrano con la stessa resistenza che trovano gli stati che impongono le grandi opere, e in questa forbice, sta la capacità di rovesciare questo quadro per disegnarne un'altro.

Infatti quello della terra è un altro terreno dove il rapporto reddito ed economia conflittuale trova un'immediata applicazione: coltivare la terra ed occupare i terreni, magari destinati a grandi opere e, invece, trasformarli in orti collettivi significa abbracciare sia una dinamica di reddito, ma anche confliggere con le dinamiche di distruzione ambientale il capitalismo finanziario. 

Il rapporto quindi tra lotte territoriali con dinamiche di autorganizzazione produce un diverso modo di utilizzare la terra, magari in un modo che sta al di fuori della burocrazia, in un mondo clandestino dove, non è la certificazione e il bollino a fare biologico un prodotto, ma lo sviluppo di una conoscenza e di untrattamento del terreno compatibile con le dinamiche ambientali e, al tempo stesso, incompatibile con le multinazionali delle sementi come la Monsanto che tentano di imporre al mercato contadino una produzione agricola che non rispetta i parametri ambientali.

 Ri-Maflow per quanto riguarda la riconversione industriale è un esempio, ma lo è anche Iris che ha rilevato un pastificio in chiusura e lo ha trasformato in una cooperativa agricola adottando i principi del mutualismo, grazie ad un azionariato popolare e della ricostruzione di filiere locali a partire da terreni incolti.

C'è, quindi, una grande l'incompatibilità con l'Expo 2015 di Milano nel momento in cui viene strutturato come grande evento e non tocca minimamente la capacità dei movimenti  e dei produttori che cercano di portare avanti dei ragionamenti nuovi per la costruzione di un'alternativa reale e possibile.

 Il problema quindi non è solamente come si produce ma anche cosa si produce a partire dal fatto che la dimensione sviluppista non ha più futuro. Bisogna interrogarsi sulla relazione tra lavoratori e di come funziona la relazione con l'esterno senza riprodurre quindi gli stessi meccanismi dell'economia capitalista. Costruire l'accesso ai mezzi di produzione è possibile grazie al finanziamento alternativo, che risalta la reciprocità e la costruzione di processi di economia alternativa, semplicemente costruendo un nuovo modello in cui il profitto al padrone viene a mancare e dove, quindi, esiste il profitto collettivo con possibilità di cooperazione tra le soggettività e la produzione per il comune.

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chiara spadaro