Trasformazioni urbane nella crisi e proprietà collettiva

Un documento prodotto a seguito del dibattito del 4 novembre a Mezzocannone Occupato (Napoli)

12 / 10 / 2013

Reclamare il diritto alla città significa rivendicare il

potere di dare forma ai processi di urbanizzazione

si modi in cui le nostre città vengono costruite e ricostruite

e di farlo in maniera radicale

D.Harvey, città ribelli

La discussione dell’assemblea/dibattito di venerdì 4 ottobre, tenutasi nell’ambito della tre giorni contro lo sgombero degli spazi di mezzocannone 14, ha provato da una parte a segnare una continuità con i momenti di incontro che l’avevano preceduta a Milano e a Pisa, e dall’altra ad approfondire, anche attraverso strumenti teorici, i temi che riguardano il rapporto tra le trasformazioni urbane nella crisi e la proprietà collettiva. Questo testo non sarà chiaramente esaustivo, non riuscirà (e non ha l’ambizione di farlo) a restituire la varietà e la profondità dei contributi teorici e politici che si sono susseguiti durante la discussione.

Tuttavia ci interessa sottolineare alcune questioni che rendono tridimensionale e sfaccettato il modo agendi comune che abbiamo definito come assalto alla proprietà e diritto alla città. L’occupazione nella crisi, come pratica condivisa di riabitazione dello spazio urbano, è di fatti un esercizio di diritto alla città che sfugge evidentemente al feticcio della normazione. L’esercizio di questo diritto ha immediatamente a che fare con l’accesso e con l’individuazione dei soggetti della decisione. Chi occupa di fatti sottolinea la volontà di interrompere la sovraderminazione di governance e proprietà sul destino e sull’uso degli spazi e dei servizi della città stessa. La crisi accentuando evidentemente i meccanismi di dismissione e di abbandono, smantellando gli apparati economici e produttivi che ingrossavano alcuni dei principali flussi della metropoli, apre di contro uno spazio di iper-responsabilizzazione delle occupazioni stesse. Non più solo, come già si accennava a Pisa ed a Milano, delle isole contro-culturali e resistenti ai tentacoli del biopotere neoliberale, ma soprattutto delle fucine aperte sulla città, dove produzione e riproduzione procedono intrecciandosi e non escludendosi mai. L’occupazione, da sempre e probabilmente in maniera particolarmente evidente in questo presente di macerie sociali, sancisce una serie di linee di fuga: la de-monetizzazione dell’accesso alla socialità e alla cultura, l’attacco all’isolamento e alla solitudine, la deflagrazione del principio di riconoscimento nel lavoro e infine la de-naturalizzazione del destino sociale.

Ecco probabilmente perché la sua diffusione negli ultimi anni sta investendo luoghi della città e composizioni sociali assai eterogenee. In stretta ed evidente continuità con la storia di cui la stessa pratica gode in Italia, una storia trentennale che ha stabilito criteri di negoziazione eccezionali e che è oggi buona parte del sostrato politico su cui viaggiano i percorsi più recenti. Non ci interessa in alcun modo, alla luce di quello che siamo stati e di quello che proviamo ad essere oggi, alzare confini e barriere tra “vecchie” e “nuove” occupazioni. Molti tra noi sono stati quelli che hanno aperto le porte sia di quelle recenti che di quelle più lontane nel tempo. Ci interessa piuttosto sottolineare la trasformazione delle condizioni storiche che hanno dato impulso alla nascita dei centri sociali, così come di quelle che oggi motivano la pratica diffusa che dai teatri, alle officine, dal co-working, ai centri polifunzionali e di servizi , si diffonde capillarmente. La crisi, la forma di governo nella quale le nostre vite sono immerse già da qualche anno, ha generato una moltitudine di soggetti poveri da sempre o impoveriti dopo essere stati coattamente sbalzati fuori dalla forma di vita che li vedeva occupati e con un reddito. Questa soggettività composita, spesso a partire dai propri bisogni, da una materialità che si fa prepotente ed urgente, occupa in barba agli angusti confini delle legalità, sfida le norme, si assume soggettivamente un rischio altissimo. Spesso questa stessa soggettività riesce a mettere in comune le capacità accumulate attraverso la formazione permanente e il lavoro sottopagato. Emerge evidentemente una trasformazione della pratica militante, del rapporto tra tempo libero e tempo liberato.

Come già detto, la caratteristica principale di questo ciclo di occupazioni, di questo inarrestabile contagio, è l’apertura sullo spazio urbano. Spazi senza mura, difesi dalla città stessa che si nutre della loro esistenza mentre il pubblico disinveste e abbandona tutto quello che ha a che fare con la cultura, la socialità, i servizi. Restano in piedi roccaforti di privilegio è si riafferma una nuova democrazia del censo. Entri, dappertutto, solo se paghi. Le occupazioni invertono questa rotta e dimostrano che nelle città può esistere un'opzione non monetizzata.

Le nuove occupazioni napoletane, quelle d Via Mezzocannone, non si sono date un nome ma hanno scelto di prendersi il nome della stessa strada, diventando la strada stessa. Esistono e da quando esistono sono cambiati visibilmente i flussi, i luoghi della socialità. Un pezzo di centro storico che si è rianimato senza ricorrere ai progetti ingegneristici sulla “movida”, sempre conditi da iniezioni massicce di polizia e carabinieri nelle strade.

A partire dall'esempio di Mezzocannone, ed allacciandolo alle storie di tutti gli altri spazi e comitati presenti, in una discussione viva e ricca di interrelazioni tra esperienze e spunti teorici, abbiamo analizzato la città come spazio che si sottrae costantemente alla normazione, uno spazio di cui è difficile definire l'inizio e la fine, i confini, il dentro e il fuori. La città è il teatro delle contraddizioni. Il luogo dell'insieme e della solitudine. Il teatro dei momenti più incisivi di liberazione e così dell'arte di governare gli uomini, di ogni dispositivo biopolitico. , In n epoca post-fordista diventa ancora di più spazio determinante per i flussi produttivi e dunque come funzione stessa della produzione. Come sostiene Harvey nel suo recente testo “Città Ribelli” lo sviluppo del capitalismo e quello dell'urbanizzazione sono interdipendenti, e proprio questo legame ci permette di raccontare l'urbanizzazione come un fenomeno di classe.

Siamo in una fase storica complessa e senza precedenti, una fase in cui da una parte, il pubblico si ritira lasciando enormi fette di deserto metropolitano in balia dell'abbandono, dall'altro , parallelamente alla nuova accumulazione del Capitale nella crisi assistiamo ad una ri-feudalizzazione dello spazio urbano che attraverso la rendita e la finanziarizzazione fa diventare lo stesso terreno dell'espropriazione, non indirettamente, come avvenne nell'epoca delle grandi trasformazioni metropolitane, ma direttamente, attraverso l'espropriazione, la dismissione, la svendita.

Ecco perchè abbiamo inteso il diritto alla città come una pratica extra-normativa che produce innanzitutto spazio e non altri diritti, che mira alla sconfitta anzitutto dell' isolamento e dell'emarginazione,così come alla produzione di nuova cittadinanza.

Lo facciamo in giro per il paese, occupando, presidiando, costruendo comitati di quartiere. Lo facciamo giorno dopo giorno, cambiando i luoghi che abitiamo, quelli che ci hanno resi insoddisfatti, quelli che abbiamo visto cambiare con la crisi, quelli che vediamo abbandonare dalla nuova emigrazione, quelli che vediamo mettere all'asta.

Per tutto questo assaltare la proprietà è la risposta moltitudinaria alla protervia dell'1%. E' la pratica insorgente delle città ribelli.

Mezzocannone Occupato

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