Tra liberal-darwinismo e barbarie

Sull’editoriale del CorSera “Troppe ipocrisie sugli immigrati” e il referendum a 5 Stelle

14 / 1 / 2014

Tratto da tpo.bo.it

Di Detjon Begaj, Làbas Occupato.

Ad essere maligni, si potrebbe pensare che nella burrascosa giornata di ieri che ha visto protagonista l’ennesimo test alla macchina dell’iper-democrazia grillina (reato di clandestinità, tema a dir poco scottante e affatto coagulante nel Movimento), non sia un caso che il Professore alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, nonché editorialista del Corriere della Sera, Angelo Panebianco abbia scelto di dire la sua rispetto ad un dibattito in cima alla lista dell’agenda politica e culturale italiana.

Certo è, come si legge da “beppegrillo.it”, come lo stesso Beppe Grillo ci tenesse molto a rassicurare (ma il terremoto di queste ore è sintomo che non è bastato) in fretta i 9.000 iscritti che hanno “cliccato” per il mantenimento del suddetto reato, precisando che il voto parlamentare non sfiora minimamente la disciplina dell’espulsione amministrativa.

L’inquietante superficialità con cui Casaleggio ha delegato la decisione di voto dei parlamentari grillini su una questione riguardante i diritti umani, la vita o la morte, la cancerizzazione selvaggia di chi è colpevole di uno “status” (non certamente di una qualche condotta di per sé offensiva), allo strumento della finta -e meno responsabilizzante possibile- partecipazione democrazia on-line (su cui sappiamo bene essere in coppia con Grillo l’unico garante/scrutatore dei “clic”), non disterebbe molto dall’altrettanta superficialità con cui il Prof. Panebianco definisce il concetto di “ipocrisia” come “mancanza di convenienza”.

Ad essere benigni, invece, si potrebbe pensare che i risultati dei sondaggi proposti in ogni articolo de  “ilcorriere.it”, in cui il lettore può cliccare su quale stato d’animo ha suscitato la lettura, non c’entrino nulla con la linea editoriale del maggior quotidiano italiano per tiratura (e diffusione).

Sondaggi in cui trionfa il “soddisfatto” al 78% rispetto l’editoriale di ieri, contro il 71% di “indignati”, qualche tempo fa, alle dichiarazioni del PD che definiva l’accoglienza “valore fondante”di Lampedusa. Vale la pena citare un buon 48% di altri “soddisfatti” raggiunto da un pezzo intitolato: “Salvini: gli immigrati disinfettati vengono da noi a rubare”.

Ad essere realisti, infine, il pezzo incriminato che ha acceso il dibattito nel web è pura spazzatura giornalistica di una gravità inqualificabile, aggravata dall’essere elaborazione di un docente universitario.

La giustificazione utilitaristica di una sorta di selezione bio-economica (con parametri basati su capacità lavorative “razziali”, natalità, religione) di chi può “entrare”, a dir vero, non è un ago nel pagliaio europeo, ma oltre a stimolare, nei modi in cui presentata, da un lato la memoria di deportazioni a fini schiavistici da epoche assai lontane fino ad altre fin troppo vicine, dall’altro la strenua difesa dell’identità cristiana (ma condannandone l’eccessiva solidarietà, freno dell’efficienza statale) , si riduce ad essere l’ennesima e inaccettabile speculazione sulla confusione e lo smarrimento che imperversa in Italia.

Chiunque infatti, oggigiorno, dagli intellettuali bipartisan agli iper-cittadini divenuti parlamentari, può presentare come degne di discussione strampalate, bizzarre, strabilianti soluzioni ai mali economici, sociali, politici e perfino (sic!) medico-scientifici.

Contro la presunta naturalezza del fare “selezioni convenienti” tra migranti come se si debba scegliere se importare un prodotto piuttosto che un'altro (magari per poi buttarlo via se non ci serve più o se ne si trova uno migliore), la risposta che riteniamo unicamente (e seriamente!) naturale è l’apertura delle frontiere della Fortezza Europa.

Il diritto ad una vita degna, il diritto alla libera circolazione, il diritto di essere liberi ed autodeterminarsi in qualsiasi tempo e spazio non sono barattabili, non possono classificarsi in “serie A” e “serie B” (nell’articolo “di un primo tipo e di un secondo tipo”), non possono nemmeno essere oggetto di una qualche “concessione” che decida tra “l’accoglienza forza-lavoro” e il respingimento in mare che significa morte, come recenti e meno recenti cronache ci hanno abituato.

E’ per questo che il nostro metro di giudizio non può essere né un insegnamento su presunte convenienze, né un sondaggio on-line, bensì quello che rende protagoniste le tantissime (e sempre di più) persone che mettono in gioco i propri corpi da anni contro i CIE e le strutture della non accoglienza, contro lo sfruttamento lavorativo dei migranti, contro i trattati-barricata della UE, contro ogni forma e livello di razzismo.

Ed è per questo che non abbiamo dubbi su chi vogliamo che siano i nostri compagni di viaggio e su chi sia, ancora una volta, nostro nemico (che sia virtuale, cartaceo o in carne ed ossa).

L’unico dibattito che ci interessa e che prendiamo in considerazione è quindi quello che, dal basso e con una quantità straordinaria di realtà, organizzazioni, associazioni e movimenti italiani ed europei stiamo costruendo sulla via della scrittura de “La Carta di Lampedusa”.

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