Taranto: note sparse per superare la crisi, uscendo dal Novecento.

20 / 1 / 2013

E’ l’ennesimo atto di una strategia della tensione che le varie articolazioni del potere economico, statale e mediatico, locale e nazionale, stanno imponendo da mesi a cittadini e a lavoratori. Una risposta governativa che si preannuncia di polizia, ad un problema che è economico, politico, sociale; a una richiesta di dignità, e libertà. Sono le camionette dei carabinieri davanti alla fabbrica, i blindati della polizia che fanno continuamente capolino dalla città allo stabilimento Ilva, e viceversa. E’ il Prefetto Claudio Sammartino che ha minacciato di precettare i lavoratori in sciopero, - cioè in pratica che se non tornano a lavorare, la magistratura ne può disporre l'arresto per interruzione di pubblico servizio - e sono questi, e tanti altri segnali tutti insieme, ad indicare che la vertenza Taranto sta per essere ricondotta ad una questione di ordine pubblico.

La città, intanto, è in attesa che martedì 22 il presidente Ilva Bruno Ferrante, ed il giorno dopo il ministro Clini, vengano a Taranto a giocare l’ennesimo ricatto all’insegna del pensiero unico, del non c’è alternativa. A perorare l’applicazione di una legge incostituzionale che ha permesso ad un’azienda accusata di disastro ambientale di continuare la produzione, e vendere il corpo di quel reato. Il decreto legge 231 approvato il 24 dicembre dal parlamento quasi all’unanimità, che contrasta con cinque articoli della costituzione, contro principi supremi del nostro ordinamento quali l’indipendenza dell’organo giudiziario, la separazione dei poteri, e soprattutto con il principio di uguaglianza, formale, e sostanziale, riconosciuto all’articolo 3. Che “consente alla società Ilva Spa la commercializzazione dei prodotti, ivi compresi quelli realizzati precedentemente alla data di entrata in vigore del decreto”, e che quindi è anche retroattiva. Una legge che obbliga, si, l’impresa, ad applicare un’autorizzazione integrata ambientale più “stringente”, a produrre solo a determinate condizioni, ma il cui rispetto è stato affidato semplicemente al cosiddetto “garante aia”, ad un ex magistrato in pensione della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito,che per un compenso di duecentomila euro annui, ha risposto a Mario Monti, che lo ha indicato, “a sua disposizione”. Evidentementecome rispose all’ex presidente del Senato Nicola Mancino che l’anno scorso cercava di intercedere, presso di lui, appunto, allora Procuratore generale della Cassazione, per poter conoscere le risultanze dell’inchieste sulla trattativa stato-mafia che vede coinvolto proprio Mancino. “A sua disposizione, adesso vedo questo provvedimento e poi ne parliamo. Se vuole venirmi a trovare, quando vuole” dice l’alto magistrato nella telefonata intercettata; lo stesso che ora dovrà vigilare sulla cosiddetta “salva ilva” su cui ora pende un ricorso alla corte costituzionale da parte della procura della Repubblica di Taranto, che ha sollevato il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato. La prima udienza davanti ai giudici della consulta, è stata intanto fissata per il 13 febbraio prossimo.

Alcune di queste premesse, forse, erano doverose e necessarie per poter comprendere l’evoluzione continua e drammatica degli eventi che si susseguono in questi giorni in terra ionica, ma anche per poter provare ad aprire un ragionamento su come si possa provare ad uscire in maniera definitiva dalla crisi sociale economica ed ambientale che attanaglia la città di Taranto. Perché la sensazione, qui, - oltre che quella di poter ripiombare da un momento all’altro nella frattura tra fabbrica e città che, invece, proprio l’azione di ricomposizione del comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti era riuscito ad evitare - è quella che si sta per uscire da un’epoca. E che si sta attraversando un passaggio tragico, molto tragico, che non potrà mai essere solo una questione locale. Anche a Taranto, che ne era l’ultimo baluardo, infatti, sembrerebbe ormai finito il ciclo lungo del fordismo. Di colpo, anche qui “tra i due mari” sembra essere finito il Novecento, il fantasma di un secolo che continua comunque a trattenerci con la forza spenta delle sue antitesi non risolte. Il secolo in cui, l'uomo è stato ridotto alla sua funzione produttiva, ed il mondo a realtà fabbricata. Il novecento finisce dunque anche a Taranto, ripresentandocidrammaticamente irrisolti quasi tutti i nodi che con la potenza delle mobilitazioni estive si era tentato di tagliare. A cominciare naturalmente da quella che forse ne è stata l'ambivalenza più devastante, la clamorosa contraddizione tra l'onnipotenza dei mezzi tecnici che il secolo ha trovato a propria disposizione, senza dubbio superiore a quella mai raggiunta in ogni altra epoca storica, e la drammatica incapacità da esso dimostrata di raggiungere, senza per forza dover pagare un prezzo sproporzionato, fini sociali, etici politici ed economici. Il dislivello disperante tra l'ossessiva volontà di costruzione del mondo, che ne ha acceso la febbre del fare, e la fragile, incompleta e alla fine dissolta, capacità di controllo sulla distruttività delle proprie macchine e dei propri gesti. Ecco Taranto è una città che oggi sconta proprio la fine dell’antropologia fondata sulla centralità dell’homo faber, di una società ridisegnata sulla pervasività della produzione siderurgica, che sulla totalità del lavoro ha visto rifondata la sua etica.

Occorre, invece, in questo passaggio storico, coagulare forze, risorse culturali ed economiche che provino a costruire percorsi all'interno di queste antinomie. Che provino a connettere ciò che può apparire separato, distante, intrinsecamente estraneo. Non si vuole indicare quindi a priori quale dovrebbe essere la via d'uscita dal labirinto novecentesco. Ci si vuole piuttosto iniziare ad interrogare, perché in fondo non è mai stato fatto, sul significato di lavoro, a Taranto. Quella potenza che tutto genera, simbolo di tutti i mezzi rovesciatisi in fini e di tutte le promesse di liberazione trasformatesi in prigioni. Come possiamo descrivere altrimenti la vita all’interno di un siderurgico, di una raffineria, di un cementificio, se non come la lenta ma inesorabile marcia di conquista, da parte del lavoro, dell'intero universo sociale. Come la colonizzazione di ogni mondo vitale, la sottomissione di ogni sfera dell'esistenza da parte di una logica che ha ridotto gli uomini alle loro funzioni produttive e queste al «regime di fabbrica», cioè alla concatenazione razionale delle azioni utili in vista di un risultato economico.

La crisi di Taranto mette in luce proprio la necessità del superamento di quella che è stata definita come la società del lavoro totale, nella quale il potere di disposizione dell'uomo organizzato sul proprio ambiente è parso raggiungere livelli mai prima immaginati e in cui, allo stesso tempo, il tasso di socialità e la capacità di stabilire relazioni autonome, è tuttavia precipitato ai propri minimi storici.

E allora che fare? Come uscire dal paradigma fordista che l’ha governata? Come superare il Novecento? Con una riconversione totale di una fabbrica, certo, ma soprattutto di un territorio. Sviluppando praticamente una alternativa concreta alle imposizioni della competitività globale, quella che ha portato il mondo del lavoro in tutta Europa sull’orlo di un baratro. Attraverso un collegamento tra le diverse componenti che hanno oggi il centro della scena sociale. Quell’esercito di precari a cui è stato rubato il futuro, che anche a Taranto, attraverso le realtà autorganizzate, rappresentano quell’universo di donne e uomini che proprio a partire dalle condizioni della precarietà hanno creato forme nuove ed autonome di aggregazione e cooperazione.

E’ in atto certo, un’aggressione alle condizioni di lavoro, e ai diritti, a cui sono esposti i lavoratori e le maestranze di molte aziende, in particolare dell’indotto Ilva. Ma questo, altro non è che il modo in cui vengono fatti pagare i costi della crisi, i vincoli della globalizzazione, la competizione sfrenata che riguarda il settore siderurgico, quello a maggior impatto ambientale e occupazionale al mondo. Ed una risposta a questa aggressione, a Taranto, non potrà prescindere dalla difesa ad oltranza della salute dentro e fuori i luoghi di lavoro, così come non potrà prescindere dalla ricerca di modelli di consumo e di organizzazione della produzione alternativi a quelli attuali.

E’ chiaro a tutti quanto la parabola della siderurgia tra i due mari attraversi una parabola discendente. Ed allora tanto vale iniziare da subito un processo che possa da subito in forma graduale e consapevole, piuttosto che poi, nelle forme catastrofiche e sotto l’incalzare della crisi ambientale, un percorso concreto e condiviso che porti a raggiungere una condizione ed uno stile di vita più liberi e sicuri.

Ci si limita comunque soltanto a voler dare delle suggestioni, anche perché, come sappiamo tutti, la soluzione immediata non ce l’ha nessuno. Non si possono accettare, tuttavia, soluzioni semplicistiche e rinunciatarie. Come la nazionalizzazione, ad esempio, un vocabolo che in queste ore corre da una bocca all’altra, dalla sinistra alla destra, dalla Fiom, ad Oscar Giannino, attraversando anche una parte significativa dei movimenti locali. La sfida della riconversione, non può che lasciarsi alle spalle la finta alternativa tra i Riva e lo Stato, imboccando, invece, la strada della sperimentazione continua, per poter sottrarre invece i beni alle attività criminose, tanto degli interessi privati, quanto delle diverse articolazioni del potere statale, per promuovere invece una gestione fondata su forme semplici e trasparenti di autogoverno.

Strettamente collegato al tema della riconversione, si pone con urgenza il tema di chi dovrà effettivamente pagare la crisi della città. L’Ilva Spa che ha un patrimonio netto di quasi 3,8 miliardi, ma che attraverso la su controllante società capogruppo Riva Fire, registra debiti verso le banche, tutte italiane, per giunta pari a 1,8 miliardi di euro? Lo stato, quella che sta mandando al collasso la sanità, la scuola e che a malapena riesce a garantire i servizi pubblici essenziali? L’Europa che ci impone di tagliare definitivamente lo stato sociale? Meno che no, anche se oltre le Alpi ci sarebbe un modello a cui Taranto potrebbe guardare, ad una regione, la Ruhr tedesca, il cuore industriale della Germania, che nel 2010 ha ottenuto l’ambito riconoscimento di capitale europea della cultura, dopo aver iniziato un processo significativo di dismissione del vecchio apparato industriale.

Oggi la Ruhr conta 120 teatri, cinque università, centinaia di centri di ricerca e le immense distese di rifiuti industriali, sono al centro di ambiziosi progetti di riqualificazione naturalistica. Anche se comunque secondo dati relativi al 2011, su oltre cinque milioni di abitanti 275mila erano disoccupati e la stretta economica ha messo in crisi gli sforzi della riconversione. Si consiglia allora di dare un’occhiata ai dati diffusi una settimana fa dall’assessorato provinciale al lavoro, dati che parlano di un buon cinquanta per cento di disoccupazione, in specie quella giovanile! E nonostante il comparto industriale più importante del mezzogiorno….

Ma chi pagherà allora la crisi? Certamente non la dovranno pagare i cittadini e gli operai di Taranto, che al massimo, proveranno nei prossimi mesi ed anni, a superarla, oltre quel paradigma fordista di novecentesca memoria che l’ha condanna, da cent’anni, alla subalternità, in nome di scelte geopolitiche e strategiche a cui Taranto non vuole più sottostare.

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