A Taranto sorgerà un nuovo parco eolico di fronte alla costa: 10 turbine giganti alte come 10 grattacieli di 40 piani. I rischi per la salute e la biodiversità e un nuovo attacco alla costa jonica già deturpata dalla grande industria.

Taranto - Il business del vento

di Andreina Baccaro

6 / 5 / 2013

Questa non è propriamente una storia di veleni. Ma potrebbe diventarlo. Nella tromentata estate tarantina del 2012 non è stata solo l'Ilva a catalizzare l'attenzione dell'allora Ministro dell'Ambiente Corrado Clini e dei tecnici del dicastero. Due giorni prima di quell'ormai famoso 26 luglio, che con il sequestro degli impianti del siderurgico ha dato il via al lungo braccio di ferro non ancora concluso tra il lavoro e la salute, tra il Governo e i magistrati, il ministro Clini firmava il Decreto di compatibilità ambientale per un parco eolico nella rada esterna del porto di Taranto, di concerto con il Ministero dei Beni e della Attività culturali.  

 Il progetto del parco eolico in mar Grande,  presentato nel 2010 dalla Societ Energy spa e poi ceduto tramite fitto di ramo d'azienda alla Beolico s.r.l, società italofrancese, prevede la realizzazione di un parco eolico "near shore", cioè vicino alla costa, costituito da 10 aerogeneratori, ognuno di tre megawatt di potenza, capace di generare trenta megawatt di energia. Le 10 turbine, alte 110 metri ciascuna, saranno disposte in due diverse aree del Mar Grande: sei esterne alla diga foranea e quattro esterne al molo polisettoriale. Le torri si ergeranno sul mare fino ad un'altezza equivalente a un grattacielo di 40 piani ciascuna, e convoglieranno l’energia prodotta alla rete nazionale attraverso un cavo sottomarino lungo circa due chilometri, che genererà a sua volta un campo elettromagnetico. Per sorreggere le giganti pale si dovrà scavare nel fondale marino fino a  35 metri per un diametro di 5. I trenta megawatt di energia saranno utilizzati per rendere il porto di Taranto autonomo sul piano del fabbisogno energetico. Una megaopera da circa 80 milioni di euro che occuperà uno specchio di mare di 110 ettari, distante 100 metri dalla costa e 7 chilometri in linea d'aria dal centro di Taranto. 

La Commissione del ministero dell'Ambiente ha motivato il via libera  negando che il parco eolico alteri un paesaggio «il cui sfondo è costituito dalle grandi infrastrutture per la movimentazione dei container e quindi già fortemente alterato nella sua naturalità». Aggiunge inoltre che «non si ritiene che il progetto costituisca un elemento detrattore e nocivo delle qualità paesaggistiche, anzi si può, al contrario, riconoscere a questo progetto il merito di aver identificato correttamente il numero massimo di aerogeneratori compatibili con il sito e la loro collocazione coerente con lo stato di fatto». Coerente con lo stato di fatto, dice il ministero, cioè un'opera che non può rovinare ciò che è gia deturpato. Ammesso che deturpare un paesaggio già devastato dalla grande industria possa essere considerato un male minore, nonstante i pareri negativi espressi dalla Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici, dalla Regione Puglia e dalla Provincia di Taranto. 

Chi dice no

«È appena il caso di osservare – scriveva già nel 2010 la Soprintendenza – che lo specchio acqueo in cui si colloca l'impianto, fa da sfondo ad un tratto costiero, da un lato caratterizzato dall'area industriale, e dall'altro dalla presenza delle Isole Cheradi, con particolare riferimento all'Isola di San Pietro. All'interno dell'area industriale insistono complessi monumentali quali il compendio demaniale Abbazia benedettina di S. Maria della Giustizia e la Masseria e Torre di Mondello, sottoposti alle disposizioni di vincolo storico-architettonico. Inoltre, con affaccio diretto verso il molo polisettoriale, insiste il quartiere residenziale di Lido Azzurro. Nonostante le modifiche apportate negli ultimi 50 anni – fa notare ancora la Soprintendenza – l'area costiera a Nord di Taranto interessata, conserva tratti ancora integri dell'originaria configurazione, quale la Punta Rondinella e quel che resta dell'Isola di San Nicolicchio, oltre ai complessi monumentali già citati, che potrebbero costruire i punti di forza di un'auspicabile risistemazione dell'area industriale che coniughi gli aspetti tecnologici propri degli impianti produttivi e delle attività portuali con i caratteri paesaggistici, archeologici e monumentali del sito. In un futuro scenario che veda le attività produttive dell'area meglio integrate nel contesto, il mare assume un ruolo centrale, legato anche alle origini mitologiche della città, che vedono in questa costa sbarcare Taras a cavallo di un delfino. Sembrerebbe dunque che alle alterazioni prodotte lungo la costa, il progetto in esame voglia avviare un'analoga azione questa volta sul mare, quel mare fino ad ora tenuto fuori dal processo di stravolgimento del paesaggio». Al contrario di quanto sostenuto dal Ministero per i Beni artistici e culturali, la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici ha bocciato dunque il progetto, considerandolo una significativa alterazione del paesaggio, che mortificherebbe la visione del mare e dell'orizzonte marino. 

La Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia, invece, pur riconoscendo che le perforazioni necessarie all'installazione dei pali potrebbero provocare la perdita di eventuali relitti o altri resti archeologici sedimentati nel fondale marino, ha rilasciato parere positivo, prescrivendo però gli obblighi di effettuare prospezioni archeologiche subacque e di porre sotto controllo archeologico qualsiasi lavoro interfersica con il fondale marino. Il Ministero per i Beni e la Attività culturali, rilasciando il via libera, ha comunque ammesso che «sebbene l'impianto eolico proposto interferisca con le libere visuali dai territori costieri vincolati, l'area oggetto della realizzazione ha come sfondo, nelle diverse visuali, una zona fortemente industrializzata».

I fondali marini

Lo stesso Ministero dell'Ambiente, nel decreto di compatibilità ambientale, ha introdotto alcune prescrizioni in merito soprattutto alla pericolosità degli scavi da effettuare sui fondali marini, fortemente contaminati. Lo specchio di mare su cui si ergeranno le turbine non è balneabile perché inquinato da decenni di scarichi industriali e fognari,  ciò non toglie che la movimentazione dei sedimenti dovuta ai lavori di peforazione possa provocare un'ulteriore contaminazione delle acque. Il pericolo, altamente probabile, è che andando a perforare il fondale si sollevino e rimettano in circolazione sabbie e polveri contaminate sedimentate. Il Ministero ha perciò previsto che, al fine di minimizzare la dispersione dei sedimenti, i lavori dovranno essere effettuati utilizzando teli e gomme di contenimento sino alla profondità del fondale. Il materiale di risulta dragato, sabbie e fanghi altamente inquinati, dovrà essere riutilizzato o comunque smaltito di concerto con la Regione Puglia. 

E che dire dell'impatto che, sia i lavori di scavo e realizzazione dell'opera, sia la messa in esercizio delle turbine, potrebbero avere sulla popolazione marina? Il mar Jonio è popolato da numerosi delfini e l'attività di pesca è ancora una delle principali eonomie cittadine, nonostante anche questa abbia risentito dell'inquinamento marino causato soprattutto dall'Arsenale militare. A tal proposito, il Ministero ha prescritto che durante le fasi di battitura del  palo e di lavorazioni rumorose in genere, si dovrà "verificare visivamente" la presenza di cetacei nell'arco di 1 miglio e tramite il posizionamento di segnalatori idrofoni fino a una distanza di 10 km dall'area del cantiere. 

Ma non è solo il rumore e la pericolosità per gli animali a preoccupare gli scettici dell'eolico. Molti studii hanno dimostrato che il livello acustico del rumore per una centrale di 10 aerogeneratori scende al di sotto del livello di quiete solo ad una distanza di 1500-2000 metri. In assenza ancora di dati certi e normative a riguardo, l’Accademia della Medicina Francese ha raccomandato la sospensione dell’installazione di aerogeneratori di potenza superiore a 2,5MW a meno di 1500 metri dalle abitazioni e uno studio dell’Associazione inglese per lo Studio del Rumore raccomanda una distanza di un miglio. Uno studio dell’Università di Groningenii sui residenti in prossimità delle torri eoliche in Olanda ha rilevato che «il rumore è l’aspetto che provoca più disturbo delle pale eoliche, da questo e da precedenti studi sembra che il rumore delle torri eoliche sia relativamente irritante: allo stesso livello sonoro causa più fastidiodel traffico stradale o aereo. Un carattere sibilante è notato da tre su quattro persone». 

Eolico in Italia

Inutile ricordare che l'energia eolica è alternativa ai tradizionali combustibili fossili, dal momento che è rinnovabile, pulita in quanto non produce gas a effetto serra.  Secondo il Rapporto statistico del Gestore Servizi energeticiiii, a fine 2011 in Italia erano presenti 807 impianti eolici, per una potenza efficiente lorda di 6.936 MW e un aumento percentuale, in termini numerici, rispetto all'anno precedente del 66%. Le prime stime del 2012 parlano invece di 7.970 MW. In Puglia a fine 2011 erano presenti 257 impianti per un potenza complessiva di 1.393,5 MW. Secondo il Rapporto delll'Associzione europea dell'energia eolica Pure Power, Wind Eenrgy Targets for 2020 and 2030iv, la capacità di produzione di energia eolica in Italia nel 2020 sarà compresa tra i 15.000 e i 18.000 MW. Un incremento con il quale necessariamente si dovrà fare i conti quando gli impianti arriveranno a fine vita, oggi stimata in 25 anni di media. L'Osservatorio sull'impatto dell'energia eolica in Italiav denuncia che «Un importante impatto invisibile, perché ancora ignorato e negato, consiste nel problema del destino dei basamenti delle torri eoliche al termine delle vita operativa degli impianti. A fine vita, l’unica soluzione percorribile per la rimozione di un basamento consiste nella distruzione dei pali per mezzo di idonei sistemi di perforazione, la rimozione dei materiali di risulta estratti ed il riempimento con materiale idoneo. Tale operazione ha un costo medio di almeno 100 €/m di pali e, avendo il basamento uno sviluppo lineare in pali di almeno 2.000 m, il suo costo complessivo per singolo impianto ammonterebbe ad almeno 300.000 €, tenendo conto di tutti i costi relativi al trasporto ed allo smaltimento dei materiali di risulta. Se nel computo generale dei costi esterni dell’energia eolica questo valore venisse correttamente conteggiato, tutti i parametri economici sarebbero cambiati, sia in termini di resa generale che di costo corrente dell’energia prodotta». Ciò significa che oltre ai costi che già oggi ricadono sulle casse pubbliche in termini di incentivi all'eolico, lo Stato dovrà sostenere anche il costo dei danni ambientali e della rimozione dei basamenti che ammonterebbero a circa 500mila euro per aerogeneratore. «In ogni caso la previsione di 15.000 MW comporterà un costo di bonifica pari a non meno di 7 miliardi a carico dello Stato» conclude l'Osservatorio Via dal Vento.  

La domanda, oggi, dovrebbe venire spontanea: in una città già stretta nella morsa dell'inquinamento provocato dalla grande industria, è giusto autorizzare un nuovo megaimpianto con troppi "se" e poche certezze? Il consiglio comunale tarantino ha già dato una risposta circa un mese fa, esprimendo parere negativo. Un parere non vincolante ma che comunque sarà espresso dai rappresentanti dell'ente civico all'interno della Conferenza dei Servizi programmata per il 10 aprile al Ministero dell'Ambiente e poi rinviata. «Il nostro no è convinto – ha dichiarato al Corriere del Mezzogiorno il consigliere Filippo Iliano, presidente della commissione Ambiente in Comune - perché quell’impianto rischia di deturpare il paesaggio e perché a Taranto in passato si sono detti troppi sì a Ilva, Eni, Cementir e discariche». È sicuramente un terreno minato, non solo metaforicamente, quello in cui oggi si trovano a muoversi gli amministratori tarantini, guidati da un sindaco finito sotto inchiesta giudiziaria per la vicenda Ilva. Nella città del siderurgico più grande d'Europa, con le più alte percentuali di malattie oncologiche del resto d'Italia, la città della fabbrica di calcestruzzi Cementir, della  raffineria Eni, del nuovo progetto di raffinazione del petrolio dei giacimenti lucani di Tempa Rossa, delle tre discariche per rifiuti speciali, tre inceneritori autorizzati (più il progetto di combustione del cdr della stessa Cementir), delle cozze distrutte perché contaminate, l'alternativa potrebbe essere portata dal vento ma quello che i cittadini di Taranto chiedono non è sicuramente una nuova realtà industriale che metta i profitti prima della tutela dell'ambiente e del paesaggio, il lavoro prima della salute. Sarebbe davvero un smacco per la città che, dopo 50 anni, si ribella al ricatto del dover scegliere tra salute e lavoro, ritrovarsi di fronte alla costa 10 colossi rotanti in nome dell'industria locale specializzata e dell'occupazione che il parco porterebbe in città. Una storia già sentita. 

 

Andreina Baccaro, tarantina, 32 anni, giornalista professionista e attivista. Dopo la laurea a Bologna e vari giri per l'Italia e il precariato, è tornata a vivere e a lavorare all'ombra del più grande siderurgio d'Europa. Si è occupata soprattutto di diritto dell'informazione e censura per il giornalismo di guerra. Oggi scrive per un settimanale locale di cronaca, attualità e politica. 

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