Taranto - Dai centri sociali alle parrocchie. Così a Taranto l’accoglienza dei profughi si fa dal basso

7 / 3 / 2013

Ha chiesto scusa, a nome dell’amministrazione, sabato pomeriggio, il consigliere comunale Gianni Liviano, nell’affollatissima sala degli specchi del Comune di Taranto, dove si stava svolgendo un convegno - seminario organizzato dall’associazione “la città che vogliamo”, e che vedeva come relatrice la parlamentare europea Rita Borsellino. Ha chiesto scusa alle decine di cittadini del mondo, profughi, esiliati politici che da quasi due anni abitano il nostro territorio e che fanno parte di quelle quasi ventimila persone, profughi in fuga dalla guerra in Libia, che dal 28 febbraio, in seguito ad una circolare emanata dal Dipartimento Libertà Civili ed Immigrazione del Ministero dell’Interno che in pratica stabilisce le regole per la fine dell’accoglienza, in tutta Italia, si sono trovati quasi letteralmente in mezzo ad una strada.

Ha chiesto scusa, non solo ai profughi, per l’accoglienza indegna che hanno ricevuto. Perché hanno trascorso tre notti dormendo a terra, sul pavimento, nella struttura comunale della ex Codignola, al quartiere Salinella, senza materassi, letti, e persino servizi igienici funzionanti, senza che nessuna istituzione si fosse occupata di loro, tempestivamente. Ma ha chiesto scusa anche a chi, invece, da subito, in città ed in provincia, si è attivato nel dar vita ad un sistema di accoglienza dal basso, che va dalla parrocchie ai centri sociali, dalle associazioni, alle cooperative, agli enti di tutela, come l’associazione Babele, che da mesi aveva lanciato l’allarme. Denunciando le storture del sistema di gestione dei profughi, in particolare, e dei flussi migratori, in generale, interamente amministrato da prefetture, Viminale e protezione civile, e da cooperative che in tutta Italia hanno fiutato l’affare accoglienza, il business che ruotava attorno a soldi pubblici che sarebbero stati assegnati a strutture albergatrici, senza gara d’appalto, in regime di emergenza.

“Sono mesi che stiamo sollecitando i comuni e le prefetture a trovare una soluzione per queste persone che hanno vissuto due anni di violazione dei diritti e di cancellazione del diritto d’asilo. Esiliati politici che il ministero ha pensato solo a liquidare, con 500 euro e con tanti comuni che invece, si sono mostrati sordi alle nostre istanze”, denuncia Angela Todaro, volontaria di Babele, nella sala degli specchi del Comune, dove si stava svolgendo l’iniziativa a cui partecipava la sorella del giudice assassinato dalla mafia. Però, evidentemente, le mobilitazioni di questi giorni hanno dato i suoi primi, parziali frutti, prosegue Angela nel suo appassionato intervento. “Dato che in queste stesse ore la nostra associazione è presente ad un incontro che si sta tenendo nella parrocchia di Don Francesco Mitidieri ( parroco che ha garantito ai quaranta ragazzi l’attivazione di un servizio mensa più che adeguato e una serie di altri servizi, nella parrocchia di Paolo Sesto) con il sindaco Stefano e l’assessore ai servizi sociali Lucia Viafora, e con altre associazioni, per cercare di trovare una soluzione di accoglienza adeguata. Per questa gente, che conosce quattro lingue, questi cittadini del mondo che non sono mai stati messi nelle condizioni di rendersi autonomi, indipendenti e di inserirsi concretamente nel nostro territorio. Non solo non sono mai stati attivati percorsi reali di integrazione. “E non siamo stati ascoltati perché avevamo anche proposto, insieme a libera, di considerare come ricovero un bene confiscato alla mafia”. Si attendono, comunque per oggi, intanto, il mantenimento degli impegni presi nella stessa giornata di sabato dal sindaco Stefano. Quello di garantire anche come istituzione, dall’alto, quindi, quello che a Taranto, ed in tantissimi altri posti d’Italia, invece si fa dal basso. Garantire concretamente il diritto all’esistenza per i soggetti in assoluto più fragili, quelli più colpiti dalla crisi che sono rimasti per strada senza alcuna prospettiva. Siano essi migranti, oppure italiani. L’amministrazione, l’ente locale ha chiesto scusa, dunque. E’ora che lo faccia anche la prefettura di Taranto, forse. Perché nonostante la stessa circolare del Min. Interni del 18/2 stabilisca che “debbano rimanere in accoglienza in carico alle Prefetture i soggetti vulnerabili”, è bastata una semplice dichiarazione di tacito consenso dell’ente di tutela (subentrato all’associazione Babele nelle strutture di accoglienza, dopo il loro rifiuto di sottoscrivere il rinnovo delle convenzioni) a mettere in strada, anche i soggetti più fragili, anche i minori, nonostante la loro vulnerabilità, appunto. Per fortuna che almeno l’accoglienza degna non è mancata. E non sta mancando. In queste stesse ore, l’archeotower del parco archeologico, la struttura occupata un anno fa da decine di studenti e precari e in cui da qualche tempo è attivato anche uno sportello migranti, è diventato punto di riferimento, per quanti, militanti di partiti come i giovani di Sel, di associazioni come Libera, Arci e gli Scout, cooperative come la bottega del mondo Equociqui, stanno concretamente attivando un sistema di accoglienza degno, o almeno ci stanno provando, con tutte le difficoltà. In una rete di solidarietà che va dalle parrocchie ai centri sociali, appunto.

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