Taranto, città sold out

Se ad Archinà era stato promesso persino lo sgombero del centro sociale

8 / 12 / 2012

Quella mattina di giugno del 2010, certo che la ricordiamo. Perché quel giorno, a Taranto, ad un’intera generazione fu impedito di continuare a coltivare sogni, desideri, passioni; di gestire spazi, di condividere saperi, di costruire insomma un’altra idea di città. All’alba di una giornata afosa, carabinieri, polizia, e vigili, irrompono nella struttura occupata dal collettivo Cloro Rosso, nei locali della ex scuola Martellotta, che da posto abbandonato all’incuria e al degrado, in pochi anni, grazie all’apporto offerto da tante donne e uomini, si è concretizzato in oltre 200 iniziative di carattere culturale, artistico e politico, che hanno reso quel posto un luogo vivo, attraversato dalla cittadinanza, in cui sono stati realizzati col tempo diversi progetti: una Palestra Popolare, la Mustakì, un laboratorio teatrale, uno studio di registrazione, solo per citarne alcuni.

Quella mattina fu il triste, primo, parziale epilogo di un lungo braccio di ferro tra l’amministrazione comunale guidata da Ezio Stefano, trasformatosi in poco tempo da pediatra dei poveri a sindaco con la pistola, - eletto in quota a rifondazione comunista, e poi passato a Sel - e quelle donne e uomini che attraverso l’autorganizzazione, hanno reso quelle quattro mura un bene comune da salvaguardare e valorizzare. Un contenzioso che era cominciatoper la questione della messa a norma della struttura, in una città dove fino a pochi anni fa non era a norma neanche la sede della Questura. Tocca alla scuola Martellotta e al Cloro Rosso, così, cominciare la normalizzazione. Una trattativa cominciata con i migliori auspici, sulla base delle parole più volte pronunciate dal sindaco in favore degli occupanti.

Ma cosa successe, davvero, in quei giorni di giugno 2010 ce lo ricorda, ora, qualcuna delle migliaia di intercettazioni contenute nell’inchiesta della procura di Taranto denominata Environment sold out, “ambiente venduto”. In particolare, in una di queste telefonate intercettate, l’ispettore della Digos di Taranto Aldo De Michele conversando con Girolamo Archinà, capo delle relazioni istituzionali Ilva, lo informa “chequelli del cloro rosso stanno tappezzando il quartiere Tamburi di scritte contro Riva, e non riusciamo a pizzicarli; hanno anche adottato un nuovo clichè, uno stencil, insomma, uno stampo, (attenzione città inquinata). Su di loro ci sono sia i carabinieri che la polizia”, dice l’ispettore. Come se quegli attivisti fossero dei pericolosi serial killer a piede libero.

Pochi giorni, dopo, poi, in particolare, è lo stesso funzionario, al telefono, ad informare l’uomo dell’ Ilva, questa sorta di Bisignani dei due mari, che “l’abbiamo sequestrato stamattina nella loro sede il clichè dello stampo che hanno fatto sui muri e sui marciapiedi. Abbiamo fatto il sequestro penale degli oggetti rinvenuti. Perché abbiamo fatto lo sgombero stamattina” rassicura De Michele. “Ah avete fatto lo sgombero”? Chiede dubbioso l’Archinà, ”Perché ho visto l’assessore regionale (alle politiche giovanili Fratoianni), che stamattina è arrivato in Comune con tutta rifondazione comunista ed il sindaco sembra che si sia rimangiata la parola”. Quella stessa mattina, infatti, mentre i muratori del Comune sono già pronti alla tumulazione della struttura, il sindaco, pressato dal gruppo consiliare di Rifondazione che allora sosteneva la giunta Stefano, e dall’assessore regionale Fratoianni, dichiara la revoca temporanea ed immediata dello sgombero.

“Il sindaco si è rimangiato la parola”, continua Archinà, nella medesima telefonata.

Ma verso chi? Verso quella generazione che è sempre più esclusa dai luoghi della decisione istituzionale, anche a Taranto, e che di contro è sempre più irrimediabilmente distante e disillusa dai meccanismi della rappresentanza politica? E a cui era stata data rassicurazione, più volte,attraverso la stampa locale, di voler trovare una casa a “questi ragazzi”?

No, perché tanto l’unico investimento fatto nei confronti dei giovani della città è stata una tonnellata di mattoni serviti per la tumulazione che arriverà comunque di lì a poche settimane. Un muro, di fronte ai sogni giovanili per una città migliore. Un muro costato la bellezza di 16929 euro, (determina n.508 dell’assessorato ai lavori pubblici del 19 agosto 2010).

Quindi Stefano si sarebbe rimangiato la parola. Ma a quanto pare verso lo stesso Archinà, il quale si lamenta, infatti, con il funzionario della questura: “Stamattina sentivo parlare il sindaco con Fratoianni. Si è rimangiato tutto perché l’hanno messo sotto schiaffo. Poveri a noi! Questa è la situazione! Eh, in mano a chi stiamo!”, questo il tenore del loro dialogo. Ma ad Archinà sembra importare anche un altro aspetto che riguarda il centro sociale, e precisamente delle conseguenze penali nei confronti di quei ragazzi che fanno le scritte contro i Riva.

E gli interessa soprattutto che fine abbia fatto quel pericolosissimo clichè: Infatti chiede: “va beh, ma ora con il clichè che succede? E così gli risponde De Michele: “il clichè…. è stato fatto il sequestro penale e...viene trasmesso il verbale di sequestro alla magistratura che deve convalidare il sequestro, no anche perché è stato fatto a carico degli occupanti del Cloro Rosso. Ed ancora Archinà: Va bè e mo che succede? Va bè si apre un processo?... no, un procedimento? Subito spiega, con dedizione alla causa, De Michele: “no, no e si apre un fascicolo...penale che è già in corso dopo...”. In simbiosi perfetta con il poliziotto De Michele chiude poi il dialogo l’Archinà: “dopo… quelli che vennero accertati!”. Quale sia qui la voce dell’azienda e quella della questura è difficile accertarla. Sembra quasi unica.

E’evidente, inoltre, dalla lettura del brogliaccio che contiene le intercettazioni, non solo, che l’amministrazione comunale, nonostante tre anni di trattative con gli occupanti, non ha in nessun modo mostrato di riconoscere e affrontare la problematica legata agli spazi sociali a Taranto. Ma anche di non avere, nei fatti, alcuna strategia politica rivolta a favorire processi di partecipazione dal basso delle nuove generazioni. Quelle stesse generazioni che in tutta Italia stanno dimostrando, in questi ultimi giorni di mobilitazioni studentesche, di essere l’unico soggetto di rinnovamento di questo Paese.E’evidente, inoltre, quanto pervasivo sia il potere dell’Ilva nei confronti, quasi, dell’intera città, dell’amministrazione comunale, degli stessi organi deputati al controllo del territorio, siano essi Arpa, o questura, per Archinà non fa differenza, all’Ilva si deve tutto.

Ma per fortuna da queste parti continuano ad esserci tante persone che mettendosi in moto tramite una gestualità, che è quella dell’occupazione, restituiscono a chi abita i quartieri spazi pubblici di cittadinanza dando inizio a nuove forma di vita, produttiva di intelligenze, di solidarietà, di saperi condivisi, di nuovi e diversi flussi estetici ed espressivi. Da quella mattina, infatti, di lì a qualche mese precisamente il 23 dicembre del 2010, le porte e i muri della ex scuola Martellotta furono “riaperti”, gesto con cui si costrinse l’amministrazione Stefano a firmare un protocollo ufficiale d’intesa con cui si stabilivano tempi certi per la messa a norma della struttura. Lavori che un anno e mezzo dopo la firma ufficiale di quel protocollo, sono finalmente partiti. Mentre un’intera generazione composta da associazioni, e singoli, precari, studenti, continua a rivendicare l'ex scuola Martellotta, non nei termini di una battaglia identitaria, ma come un'opportunità concreta per chiunque voglia mettersi in gioco per un'altra Taranto possibile. Perché questa città senza Cloro Rosso ha perso qualcosa. Uno spazio di democrazia innanzitutto. Che si configura certamente come una risorsa per chi vuole, dal basso, costruire un' altra Taranto, visto che dinnanzi a noi scorgiamo solo le macerie di quella attuale. I centri sociali autogestiti sono come fiori che sbocciano nelle miserie della metropoli tarantina. Diamanti preziosi di cui se ne deve custodirne il valore e l’importanza. Che danno ricchezza ai nostri quartieri dormitorio, producendo cooperazione tra le persone, presentazioni di libri, dibattiti pubblici, momenti musicali e di scambio politico-culturale.

Come accade da febbraio nel quartiere solito corvisea, dove è stato occupata e ripulita dal degrado in cui versava da dieci anni, l’archeotower del parco archeologico, divenuto ora un laboratorio giovanile di idee e buone pratiche, attraversato da tanti abitanti della zona, e non solo. I centri sociali autogestiti, gemme in un territorio martoriato. Piccoli passi verso la difficile costruzione di una città che sappia parlare di solidarietà ed accoglienza, di dignità ed inclusione, dove non esistano più ghetti e periferie, dove si spera non debba più esistere, prima o poi, il sacrificio di una notte in altoforno, la frustrazione di chi un lavoro non ce lo avrà mai, dove non si sia costretti a emigrare ma pronti ad accogliere. Utopia, certo. Ma nel senso di concretamente e politicamente realizzabile. Dunque, questa è la sfida che incarna ancora quelle quattro mura dell’ex scuola Martellotta. Questa è una delle scommesse che tante ragazze e tanti ragazzi di questa città svenduta al miglior inquinatore, stanno continuando a giocare nella vertenza spazi sociali e che non hanno nessuna intenzione di perdere.

In relazione alle inchieste della magistratura, poi, che svela un intreccio perverso di poteri putridi e nauseabondi che ha governato Taranto, un sistema di cui siamo sempre stati comunque, almeno in parte a conoscenza, tutto è ancora da scoprire. Forse siamo ancora all’inizio. E certamente ne vedremo ancora tante.

Intanto, per adesso, almeno qui tra i Due mari, lunga vita al buon governo, alle Fabbriche e alla Puglia migliore, esempio di quella buona politica che vuole legittimarsi dal basso.

Lo scrivemmo, ironicamente, esattamente così, su questo portale, proprio quella mattina di giugno del 2010.

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