Sugli arresti di Parigi: tra vendetta di Stato e show mediatico

28 / 4 / 2021

Dopo gli arresti avvenuti in Francia, sta andando in scena il solito show mediatico. Si brinda all’arresto dei “sette brigatisti”, si sprecano i riferimenti ai soliti “anni di piombo”, si mandano in Tv video dove con assoluta indifferenza compaiono le immagini del rapimento di Aldo Moro, un corteo di disoccupati organizzati, le giornate di marzo del ‘77 bolognese, persino la foto di Francesco Lorusso(!!). Il governo brinda all’operazione, il vicedirettore di Repubblica cinguetta sulla nascita della “nuova Europa”(quella che sta gestendo così brillantemente la pandemia?) e rimarca come finalmente ci siamo lasciati alle spalle “il Novecento”.

Di fronte a un simile bombardamento inevitabilmente si rimane annichiliti, in primis coloro della mia generazione che sono chiamati di nuova in causa. In questo caso, per non pochi, anche con un legame di amicizia e militanza passata con uno degli arrestati. Allora proviamo a ragionare partendo prima da alcune doverose precisazioni.

Non conosco le condizioni di salute di tutti gli arrestati. Posso dire che Giorgio Pietrostefani, 78 anni a novembre, da anni combatte contro una grave malattia e le sue condizioni sono evidentemente incompatibili con la carcerazione e anche con gli stessi arresti domiciliari.

Giorgio Pietrostefani è stato condannato a più di venti anni di carcere, insieme ad Adriano Sofri e Ovidio Bompressi, dopo una lunga odissea giudiziaria, iniziata nel luglio del 1988, e conclusasi agli inizi del Duemila, da far impallidire lo stesso Kafka. Tanto per capire, la cosiddetta “confessione spontanea” dell’altrettanto cosiddetto “pentito” Marino, maturò dopo diciassette giorni di colloqui con i carabinieri senza avvocato difensore, come emerse nel corso del primo processo.

Non sono stati arrestati “sette brigatisti”, per la semplice ragione che Lotta Continua, di cui Pietrostefani fu dirigente nazionale, era una cosa completamente diversa dalle Br e dalle altre formazioni clandestine, perché, cosa che dovrebbe essere nota, si trattò di un’organizzazione della sinistra extraparlamentare che fece politica alla luce del sole.

Rispetto alla stagione di quella che è stata definita “lotta armata”, il giudizio non può che essere netto: la spirale innescata dalle formazioni brigatiste nel mietere lutti e dolori, da entrambi le parti, avviluppò come un’ombra nera tutto il Paese favorendo la sconfitta dei movimenti sociali, già in atto, accelerandola e, soprattutto, dopo il sequestro e l’uccisione di Moro e della sua scorta, mettendo una pietra tombale per diverso tempo su qualunque istanza di dissenso e di dinamica sociale.

Detto questo, entrando in  merito, alla scelta del governo Draghi e della sua ministra di giustizia di sollecitare l’arresto dei sette, è inevitabile constatare come, pur cambiando gli scenari politici, gli esecutivi, e di conseguenza la classe dirigente al potere, il rapporto con quella lontana stagione politica rimane sempre la stesso, come uguale è la logica che emerge, improntata ad una vendetta politica. Si dice spesso, a ragione, che la storia la scrivano i vincitori non i vinti. E anche l’intera vicenda legata al decennio 68/78 ne è una ennesima conferma.

Evidentemente non si tratta di bypassare sull’esigenza da parte dei famigliari delle vittime di avere giustizia. Stiamo parlando di persone che hanno visto uccisi il proprio padre, il proprio fratello. Ma giustizia non può essere appunto vendetta. Cioè non può non tenere conto sia del contesto storico in cui si svolsero quei fatti e soprattutto di come da tempo i protagonisti di allora si siano rifatti una vita, siano pienamente reinseriti nel contesto sociale dove hanno avuto l’opportunità di vivere in tutti questi anni. La nostra Costituzione non propone una visione rancorosa della giustizia, ma sottolinea la necessità del recupero nel consesso civico di chi è chiamato a rispondere dei propri delitti.

Ma non basta. Il problema di una visione punitiva e vendicativa è squisitamente politico ed è legato a come da alcuni decenni è stata ricostruito il decennio in questione. Il trionfo di una definizione superficiale e anche un po’ cialtrona come “anni di piombo”, è figlia di una ricostruzione storica a senso unico. Si omette che l’Italia, come tutto il mondo, ma in un lasso di tempo molto più lungo, fu attraversata da un sommovimento politico e sociale che per alcuni anni pratico una conflittualità ampia, diffusa che contagiò tutti gli ambiti del paese, dalle fabbriche, alle scuole e università, dalle città fino alle caserme. Un patrimonio di lotte ed esperienze che ebbe anche una ricaduta positiva dal punto di vista legislativo, seppur in ritardo. Una vicenda di fronte alla quale è nota la risposta stragista e repressiva degli apparati dello Stato, nonché le pulsioni golpiste e autoritarie. Solo nella seconda parte del decennio a fronte anche di profondi mutamenti internazionali, nonché  della trasformazione della struttura sociale e produttiva del Paese, con il graduale rifluire dei movimenti, iniziò a prendere campo la strategia delle organizzazioni che avevano sciaguratamente scelto un’altra strada.

Il non aver voluto fare i conti con questa storia, proponendo una lettura unilaterale di comodo, evitando di affrontare le vicende giudiziarie con un’ottica equilibrata e non vessatoria, facendo anche riferimento a scelte fatte in Paesi lontani da noi di fronte a tragedie ancora più grandi, ha provocato grossi disastri. E come dimostrano gli arresti di queste ore, continua a provocarli.

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