Parma - Rete diritti in casa

Storie di donne alle prese con il problema della casa e della precarietà

Racconti di vite degne.

23 / 4 / 2010

Intervista doppia a Lorenza e Clara, due donne che attraverso lo sportello della Casa Cantoniera hanno lottato per i propri diritti, hanno ottenuto una soluzione al loro problema, ed oggi continuano a partecipare al percorso della Rete diritti in casa affinché la loro vittoria possa essere quella di tante altre donne e uomini che vivono una simile situazione.
A partire da due biografie molto differenti, Lorenza e Clara sono state entrambe interessate dalle problematicità della precarietà abitativa e lavorativa, e allo stesso modo sono state in grado di non arrendersi.

Come mai ti sei rivolta allo sportello della Rete diritti in casa? Che tipo di problema avevi?

L: Mi chiamo Lorenza, sono italiana e vivo a Parma dal 2003. Sono single e ho un figlio di 17 anni. Tutto è iniziato nell’autunno del 2005. Io e mio figlio avevamo preso una casa in affitto e dopo neanche un mese, con l’attivazione dei termosifoni, si è verificata una fuga di monossido di carbonio. I vigili hanno sigillato il contatore del gas e dichiarato l’inagibilità dell'appartamento. Il proprietario di casa si è reso irreperibile per non sistemare il danno, approfittandosi della situazione di affitto in nero senza contratto. Io così ho perso circa 4000 euro di cauzione e di affitti già versati. Mi sono rivolta ai servizi sociali per chiedere una soluzione d’emergenza. Ci hanno ospitato in un residence pagato dal Comune (1400 euro mensili), fino a quando, senza alcun preavviso, a maggio 2006 ci hanno sbattuto in strada, dicendomi che il Comune non avrebbe più pagato per noi. Avrei dovuto pagare il residence di tasca mia ma non potevo. Da lì abbiamo iniziato a dormire in macchina. Passavo la notte a spostarmi da un parcheggio all’altro, cacciata via prima dai Carabinieri, poi dai vigilantes dei supermercati, poi dalla Polizia etc, non potevo lavarmi, ho perso il lavoro e mio figlio è stato messo in una casa famiglia, lontano da me. Nel frattempo ho continuato a fare i bandi per la casa d’emergenza, ma nonostante avessi 14 punti non c’erano case disponibili e per il fatto di vivere in strada il Comune da zero punti. Fortunatamente ho conservato la residenza nella vecchia casa (nonostante il proprietario di casa ne avesse richiesto la cancellazione) altrimenti senza la residenza avrei perso anche il diritto ad essere assistita dai Servizi Sociali, oltre ad aver già perso il lavoro, la casa e un figlio.

C: Mi chiamo Clara, sono nata in Costa d’Avorio e abito a Parma dal 2001. Ho una famiglia di 5 persone: io, il mio compagno, due figli minorenni e mio padre anziano. Praticamente quattro figli! Avevo trovato casa tramite un’agenzia immobiliare che gestiva i tanti appartamenti del proprietario, ma ho capito solo dopo diversi anni che l’agenzia mi ha truffato facendomi firmare un contratto finto, mai depositato, di cui il vero proprietario non sapeva nulla (questo perchè possiede oltre 200 appartamenti). Io pagavo affitto e condominio ma l’agenzia non gli dava i soldi. Quando se n’è accorto ha denunciato l'agenzia immobiliare e a me ha fatto un nuovo contratto. Il problema però erano tutti gli arretrati delle spese condominiali che io avrei dovuto ripagare, a cui poi si è aggiunto anche il problema del lavoro. Lavoravo nei prosciuttifici e nel 2009, con la crisi, sono stata licenziata. Così è arrivato lo sfratto. Sono andata ovunque, fino in Comune, ma tutti mi dicevano che non potevano fare niente. L’assistente sociale ha perfino detto all’Ufficiale Giudiziario di sbattermi fuori così se fossi finita in strada avrei avuto più punti per la casa d’emergenza! Alla fine hanno proposto il residence per me e i bambini ma l’ho dovuto rifiutare perché non avrei mai potuto lasciare in strada il mio compagno, e soprattutto mio padre, che è anziano e cardiopatico. Lui ha bisogno della mia assistenza 24 ore al giorno. Come potevo abbandonarlo? A quel punto mi hanno proposto di andare alla Caritas oppure di tornare in Africa con i bambini e di lasciare qui in Italia il mio compagno che lavorava e che mi avrebbe mandato i soldi. Le assistenti sociali mi hanno anche minacciato dicendomi che mi avrebbero tolto i bimbi se non avessi accettato le loro condizioni e fossi finita in strada.

Come sei venuta a conoscenza della Rete diritti in casa? A chi ti sei rivolta prima?

L: Ho visto un servizio su Tv Parma in cui stavate difendendo una casa occupata dallo sgombero. Per risolvere le cose, l’unica possibilità che avevo era di denunciare il comportamento del Comune e di rendere pubblica tutta la vicenda. Allora sono andata alla redazione di Polis e ho chiesto il vostro contatto telefonico. Prima che finissi in strada mi ero rivolta al SUNIA (Sindacato inquilini della Cgil) per chiedere una consulenza legale. Dopo aver fatto la tessera di circa 30 euro, mi hanno messo in contatto con il loro avvocato. Quando gli ho fatto il nome del proprietario di casa mi ha consigliato di rinunciare. In realtà io la causa l’ho fatta, con un’altra avvocatessa, e l’ho anche vinta!

C: Sono andata ovunque: alla Cisl, al Sunia, ma niente! Poi ho parlato con un avvocato ma anche lui si è rifiutato di fare causa contro l’agenzia immobiliare, dicendomi che non voleva farsi umiliare da una persona così potente. Allora sono andata al Comune, poi alla Caritas ma niente! Ero disperata, non sapevo più cosa fare, fino a quando un mio connazionale mi ha parlato di voi. Così sono arrivata in Casa Cantoniera: benedetto quel giorno!

Come si è risolta la vostra storia? Perché continuate a frequentare lo sportello per il diritto alla casa?

L: Quando sono arrivata, allo sportello c’erano altre persone che avevano problemi simili al mio, legati allo sfratto e alle graduatorie per le case del Comune sempre più immobili. Allora abbiamo organizzato tutti insieme presidi pubblici e conferenze stampa, portando alla luce anche il comportamento dei Servizi Sociali. Solo così si sono sentiti in obbligo di riprendere il nostro caso in mano e di darci un appuntamento con l’Assessore Lasagna. Inizialmente ho dovuto rifiutare la proposta di CasAdesso perché per un bilocale avrei dovuto pagare 450 euro, pari quasi al mio stipendio. Era una soluzione inaccettabile per me  emio figlio. Finalmente a marzo 2009 ho ottenuto una casa del Comune attraverso il bando per l’emergenza abitativa. Continuo a frequentare lo sportello della Rete e a rendermi il più possibile attiva perché mi sono resa conto che sono tante le famiglie che vivono la  mia stessa esperienza. Grazie a questo ho anche smontato il pregiudizio che mi ero costruita nei momenti di maggiore disperazione: io ero arrivata a pensare che per i migranti il Comune mettesse a disposizione maggiori aiuti. Oggi mi rendo conto che viviamo tutti la medesima condizione: i servizi sociali a me dicevano di trasferirmi dai parenti a Milano e ad una donna migrante dicono di tornare in Marocco o in Costa d’Avorio.

C: Il mio è stato un atto di forza. Li abbiamo obbligati a trovare una soluzione per me e la mia famiglia. Prima ero solo un numero tra tanti, poi ho trovato voi della Rete diritti in casa. Quando sono entrata mi sono sentita capita e sostenuta. Abbiamo vinto perché avevamo la forza di rendere pubbliche le cose. Alla fine hanno bloccato il mio sfratto e ho ottenuto una casa che fa parte del progetto “Agenzia casa”: il Comune mi aiuta a pagare l’affitto e il condominio per un anno, poi continuerò da sola con un contratto 4+4. Nel frattempo faccio i bandi per la casa definitiva. Continuo a venire allo sportello perché è importante essere in tanti. Voglio far parte anch’io di quei "tanti" per aiutare qualcun altro.

Tratto dal numero di aprile 2010 della rivista "Dormire Fuori", realizzata dalla Rete dormire fuori con il sostegno del progetto "Xenia - Oltre la pelle"

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