Spirito di Corpo o Corpo che si fa Spirito?

Neuropatologie del rapporto tra governance e apparati coercitivi.

9 / 5 / 2014

 

“L'agente che scambiò la ragazza per uno zainetto” non è il titolo di un saggio neurologico di Oliver Sacks, ma la versione accreditata in ordine al comportamento dell'artificiere della questura di Roma nel compimento del suo gesto eroico durante la manifestazione del 12 aprile scorso. Gesto abbondantemente documentato e di cui già abbiamo ipotizzato una lettura. A corroborare l'ipotesi che è delle malattie del sistema nervoso centrale - e dei relativi disturbi della motilità, della sensibilità, dell'equilibrio e del linguaggio - che occorre occuparsi è intervenuto successivamente il convegno del sindacato autonomo di polizia Sap tenutosi a Rimini il 29 aprile. Assurto alle cronache per la standing ovation di cinque minuti tributata agli assassini di Federico Aldrovandi è stato giustamente liquidato da questa testata con un francesismo di indubitabile significazione, che in italiano suona pressappoco: siete solo delle merde. Ma superato il disgusto immediato è forse possibile condividere qualche riflessione.

Negli anni settanta i sociologi della polizia teorizzavano come verosimilmente il nostro paese viaggiasse verso un'organizzazione politica della società che non avrebbe avuto più bisogno di disporre di un apparato dotato del monopolio legittimo dell'uso della violenza. Pensiero inscritto nella visione dogmatica di uno Stato che, in un'epoca di altissimo conflitto sociale, era “costretto” a incentivare l'uso della forza fino al punto di dare mandato alle sue polizie di torturare i prigionieri politici. Le foto dei genitali ustionati del brigatista Cesare Di Lenardo nei primi anni '80 fecero il giro del mondo e nessuno si sognò mai di parlare di mele marce o di schegge impazzite a proposito dei suoi torturatori: era lo Stato che torturava per mezzo dei suoi agenti, se ne assumeva la responsabilità e con questo mandava un messaggio forte e chiaro a tutta l'area sovversiva. Così come l'aveva mandato qualche anno prima quando, per citare un solo episodio, l’attivista diciottenne Giorgiana Masi veniva assassinata durante una manifestazione a Roma da squadre speciali in borghese del ministero dell'Interno, per l'occasione dotate di armi fuori ordinanza. Tutto debitamente documentato, fotografato e provato.

Il controllo politico sulle forze dell'ordine era garantito ulteriormente dall'adesione fattiva alle pratiche repressive della sinistra istituzionale, che riconosceva nelle dinamiche del conflitto i germi dello sgretolamento che di lì a poco avrebbe iniziato a consumarla. Ma esaurita la stagione delle normative liberticide e premiali, delle catture che la magistratura fingeva di ignorare lasciando i fermati in balia degli agenti per giorni o settimane, dei processi per eversione e delle relative condanne, questo potere di controllo ha iniziato a indebolirsi. Il processo inizia proprio negli anni '80 con la riforma della polizia, la sua smilitarizzazione e la nascita delle sue rappresentanze sindacali: alle storiche aggregazioni si contrappongono in via sempre più massiccia le formazioni di destra - Sap, Consap e Coisp - che negli ultimi decenni aumentano in modo esponenziale il proprio peso interlocutorio nei confronti della governance. Un'accelerazione che il ventennio berlusconiano incentiva drasticamente e che trova nelle giornate di Genova G8 2001 un punto di svolta e di estrema visibilità. Non solo nell'uso feroce della forza sul campo, che esibisce una propria autonomia di selezione dell'obbiettivo, della gradualità dei mezzi da impiegarsi, delle tecniche e delle regole di ingaggio che culminano nell'omicidio. Ma soprattutto nei processi penali che seguono, frutto di una capacità di denuncia e documentazione forse non attentamente preventivata.  Processi nei quali, prima durante e dopo, viene senza mezze misure invocato un salvacondotto giudiziario che il peso acquisito rende non procrastinabile.

Lo spirito di corpo trascende così se stesso per farsi sinonimo di vita propria, forza vitale autonoma e decisiva, distinta dalle chiavi di consegna della politica e tuttavia con essa interagente in forma corporativa. Mentre da 15 anni il reclutamento del personale delle nostre polizie privilegia per legge i volontari che hanno prestato servizio militare nelle missioni all'estero - con ciò rafforzando il ruolo di esercito da guerra interna in cui i soldati rispondono solo al proprio diretto superiore e non anche ai funzionari “civili” e contribuendo alla diffusione del rambismo anche nelle municipalizzate - ecco che si può leggere l'applauso del Sap, ma soprattutto l'atteggiamento dallo stesso tenuto nei giorni a seguire, come rivendicazione di massima autonomia comportamentale: non più Corpo separato, ma Spirito autonomo svincolato dalla Legge. La stessa Legge in nome della quale dovrebbe agire viene vanificata nella misura in cui colpisce (nella forma peraltro assai lieve del delitto colposo) quattro suoi rappresentanti attraverso una sentenza passata in giudicato, che si pretende essere il risultato di una campagna mediatica. Al capo della polizia che condanna e dice a Patrizia Moretti “capisco il suo dolore ma non posso cacciarli” risponde con un sonoro e cameratesco “me ne frego” pretendendo la revisione del processo. Qui non stiamo parlando di un idiota come Giovanardi che ancora farnetica di Aldro morto di infarto, ma di quale sia lo stato del comando sulle forze dell'ordine, di chi ha (ancora?) l'autorità di stabilire quali illegalità possano essere tollerate e quali punite, di come la magistratura possa essere costretta a valutare con pari dignità la versione fornita dal cittadino contro quella del poliziotto, dell'abolizione di tutti i salvacondotti di impunità non scritti ma sempre in uso, della rimozione dal servizio di chi sia riconosciuto colpevole di un reato commesso ai danni del cittadino.

Mentre il ministro dell'Interno dichiara perentoriamente di essere contrario alle sigle alfanumeriche identificative sulle divise degli agenti - in ciò confermando di essere solo un loro ostaggio e la patologia che ha colpito il sistema nervoso centrale della governance - è di tutta evidenza il passaggio cruciale che sta attraversando la campagna per l'ottenimento di questo adeguamento a uno standard minimo di civiltà assieme a un'amnistia immediata, la resa in trasparenza delle regole di ingaggio, norme certe sull'uso delle armi, l'introduzione del reato di tortura. Nella scollatura tra corporativismo poliziesco e potere esecutivo si sta aprendo un varco sempre più ampio: ai movimenti il compito di occuparlo.

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