Spagna - Barcellona Plaza Catalunya

20 / 5 / 2011

«Avete una doppia responsabilitá, per voi che siete qua e per quelli che sono rimasti a casa. Noi ci siamo riusciti con condizioni piú difficili, senza cellulari, senza internet,… non potete fare meno di quanto siamo riusciti a noi». Questo l’intervento di un ragazzo egiziano all’assemblea di mercoledì sera 18 maggio in Plaza de Catalunya, Barcellona.

Pochi, tra i partecipanti [noi tra loro] hanno visto prima un’assemblea con oltre 1.500 persone, con le diverse commissioni che presentano decine di proposte in modo ordinato. Ma come siamo arrivati a questo? La crisi ha duramente colpito la Spagna e la sua gente. La reazione si é fatta aspettare, ma poi é arrivata. Il 25 settembre 2010 i movimenti avevano occupato – proprio in questa piazza di Barcellona – l’edificio che era stato la sede del Banesto, il Banco Español del Credito. Mancavano quattro giorni allo sciopero generale per protestare contro la riforma del lavoro. Gli «esclusi e le escluse» avevano deciso creare un centro logistico per coloro che non potevano scioperare: migliaia di precari-e, disoccupati-e, immigrati-e illegali e casalinghi-e. Lo sgombero liberò l’edificio, ma non la voglia di stare insieme e il bisogno di cambiamento.

4-160x151.jpgIn dicembre i socialisti perdono le elezioni e il governo della Regione Catalana passa al partito Convergenza Democratica, una colazione di due partiti [uno di ispirazione liberale e l'altro di matrice cristiano-democratica]. La svolta neoliberale si fa sentire ed iniziano i tagli alla spesa pubblica. Durante la primavera del 2011 i lavoratori dei settori pubblici di salute ed educazione iniziano a mobilitarsi. Nel frattempo il governo di Madrid approva la riforma delle pensioni che ritarda di due anni l’anno di pensionamento.

La lista delle riforme problematiche é lunga. Potremmo aggiungere la Legge Sinde sulla regolazione di internet e la proprietá intellettuale, la riforma dell’universitá, l’eliminazione della prestazione straordinaria di 400 euro per coloro che hanno terminato il sussidio di disoccupazione.

Tuttavia ció che andava crescendo non era il semplice disgusto per le politiche pubbliche, ma una vera e propria perdita della legittimitá della classe dirigente. A parte i numerosi casi di corruzione emersi negli ultimi anni, si é messa in discussione la gestione politica della crisi. Sono quasi cinque milioni i disoccupati, ovvero il 20%. Il tasso di disoccupazione giovanile é al 43%. Si é generalizzata la sensazione che fossero le persone comuni a pagare la crisi creata da altri [banchieri e politici]. Mentre lo stato approvava le riforme che tagliavano la spesa pubblica, continuava a destinare fondi al settore finanziario, 800.000 milioni di euro nel 2010 [circa il 2% del Pil]. Se ne é accorto anche Jean-Claude Trichet, presidente del Banco Centrale Europea, che, durante una recente visita in Spagna, ha detto: «Nessuno accetterá di salvare un’altra volta le banche». Aveva ragione.

Mancava un’occasione di aggregazione. Lo sono state le elezioni municipali del 22 maggio. Il movimento «Democrazia reale adesso!» aveva convocato una manifestazione per il 15 maggio in cinquanta cittá spagnole per dimostrare che i cittadini «non sono mercanzia in mano dei politici e dei banchieri». A decine di migliaia hanno risposto. Poi sono rimasti nelle piazze, Plaza del Sol a Madrid, Plaza de Catalunya a Barcellona e molte altre [qui trovate la mappa completa].

Fino a ieri, il centro era stato a Madrid. Poi gli accampamenti sono cresciuti in altre cittá, inclusa Barcellona. «Finalmente i giovani sono scesi in strada», dice un agente delle forze dell’ordine. Ovvero nessuno ha osato criminalizzare il movimento. Fino ad ora i politici, i media e le forze dell’ordine hanno mostrato rispetto. Sará che c’é un’ampia condivisione delle rivendicazioni? Sará la non-violenza diffusa? Sará la paura? Difficile a dirsi, ma per il momento le proteste si sono consolidate.

In Plaza de Catalunuya sono state create diverse commissioni. Comunicazione e stampa, Attivitá e azione, Contenuti, Estensione [per portare la protesta fuori dalla piazza], Cucina, Infrastruttura, Relazioni internazionali ed Economia. Ognuna lavora in modo separato, con discussioni in piccoli gruppi che preparano le proposte. La sera poi, vengono votate dall’assemblea generale. Ieri alcune centinaia si sono fermati a dormire.

Si dichiarano «indignati». Vengono dai movimenti sociali piú vari, sono studenti, precari, disoccupati e migranti. Dichiarano la loro sfiducia nei politici, ma non nella politica. Le opinioni sono variegate. Sembra che la maggior parte condivida la proposta di non andare a votare alle elezioni di domenica 22. Nel frattempo la Junta electoral [Commissione elettorale], organo superiore dell’Amministrazione elettorale, potrebbe dichiarare illegale l’accampamento in altre cittá, dopo Madrid. Per il momento si é disposti a resistere in piazza fino a domenica. Nel frattempo si lavora perché questa sono sia solo una protesta, ma un generatore di proposte.

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