Smontare la gabbia: lotta più-che-umana nell'orizzonte della crisi climatica

22 / 10 / 2020

I veri incontri sono trasformativi, e spesso trovano spazio nella pratica della lotta. L'obiettivo di smontare la gabbia ha segnato una giornata per molti versi inaspettata, piena di vita, in quel senso veramente singolare che ha la parola “vita”: il fatto di produrre qualcosa di nuovo dall'eterogeneità. Intorno al Casteller si sono incontrate soggettività molto diverse, che hanno saputo portare insieme voci, sensibilità, corpi, intelligenze in un evento ribelle che ha raccolto istanze umane e non umane. Si è dovuto procedere con delicatezza, distanziarsi, abbassare il volume delle dichiarazioni per non disturbare gli orsi, procedere in modo meditato e attento, prendersi cura delle diversità.

Praticare lotte più-che-umane può dare la sensazione straniante di un terreno molle. Sono mobilitazioni di frontiera, che si svolgono su un confine, la linea della specie, che segna in modo profondo le forme di vita contemporanee. Ma si tratta anche di mobilitazioni della frontiera, poiché ne scompaginano i termini fino alle radici. Nulla resta intoccato, nemmeno il concetto stesso di frontiera, nemmeno la pratica della trasformazione, il suo significato e la sua direzione.

La realtà della lotta comune per la liberazione degli orsi ha sollevato la necessità di interrogarsi ancora sulla relazione tra istanze antispeciste e quelle per la giustizia climatica. Nel campo variegato delle lotte ambientali si affronta spesso il tema delle relazioni di specie passando per la questione del veganismo: stile alimentare e di vita, ma anche complesso di discorsi, valori e pratiche che riconfigurano la relazione tra umani e non umani. È ormai conclamato il ruolo chiave dell'allevamento industriale intensivo nella produzione di gas climalteranti, nei fenomeni di eutrofizzazione delle acque, inquinamento delle falde, deforestazione e consumo di suolo, nella riduzione della biodiversità.

Le pratiche ecologiste si trovano perciò a fare i conti con la questione animale, quanto meno nella necessità pratica di combattere contro questo settore produttivo estremamente impattante. Ciò però porta spesso a domande più generali riguardo alla relazione con gli altri animali e il resto della biosfera, infatti produzione e consumo di cibo sono un elemento chiave del metabolismo socio-ecologico. Nell'alimentazione si 'incarna' (letteralmente) la relazione dinamica tra umano e non umano; vi si sedimentano complessi di valori, desideri, abitudini, culture. Rimodulare le pratiche alimentari significa trasformare profondamente disposizioni soggettive e incorporate, oltre che configurazioni materiali.

Il campo di riflessione che si apre circa i rapporti di specie nel contesto della crisi ecologica si dimostra quindi estremamente ampio, e mi pare portare a delle considerazioni generali circa l'implosione del modello dominante. La crisi ecologica segna innanzitutto il fallimento del grande progetto moderno-capitalista di dominio sulla natura ad opera dell'uomo [sic] e porta ad interrogare più a fondo le relazioni socio-ecologiche per come sono andate definendosi negli ultimi secoli. Questa problematizzazione necessariamente investe anche le relazioni di specie e l'antropocentrismo quale dispositivo che pone l'umanità in una condizione di privilegio rispetto al resto degli animali e della biosfera in generale. Esso, infatti, giustifica simbolicamente e articola materialmente l'appropriazione, l'utilizzo strumentale, la svalorizzazione e la devastazione dei territori e delle forme di vita che ospitano.

Non si tratta soltanto di relazioni tra specie animali, ma delle modalità profonde con cui l'essere umano si rapporta al resto del vivente e a se stesso. Il nodo del privilegio di specie rientra perciò di diritto in qualsiasi discussione critica circa la crisi ecologica. Ma se l'analisi si orienta alla trasformazione delle condizioni materiali di esistenza, non può non considerarne le forme concrete e situate. 'Vedere' lo specismo dentro il regime ecologico tardo-capitalista dà la possibilità di individuarne le contraddizioni e, di conseguenza, gli spazi possibili di antagonismo e i percorsi alternativi di soggettivazione.

 

Nel modello industriale di allevamento e consumo della carne “a buon mercato” gli animali sono ridotti materialmente e discorsivamente a oggetti anonimizzati, vite già morte e prive di qualsiasi singolarità, funzionali alla valorizzazione su larga scala, consumabili distrattamente. Anche nel discorso dell'allevamento 'etico', la vita 'felice' dell'animale è mobilitata, a livello di mercato, soltanto ai fini di un'ulteriore estrazione di valore dalla carne dell'animale macellato. Ciò vale anche fuori dagli allevamenti, poiché la vita animale è sempre più intesa in quanto vettore di “valorizzazione dei territori” o “capitale naturale”, riserva di biodiversità per migliorare la resilienza di ecosistemi costantemente sotto attacco.

Tutto ciò si può leggere all'interno di una più ampia costruzione della Natura: una natura-oggetto priva della capacità di agire, sentire, desiderare, esprimersi. Pura cosa soggetta a leggi deterministiche, esterna e tuttavia riducibile alla volontà dell'uomo-soggetto attraverso dispositivi tecnoscientifici di misurazione, manipolazione, gestione. L'animalità è natura, 'segna' soggetti minori: donne, soggetti razzializzati e migranti, non sessualmente conformi, corpi.

Questa articolazione del privilegio di specie ha una relazione molto stretta con il capitale e il valore, in due sensi. Innanzitutto, il dispositivo dell'animalità separa il vivente in soggetti valorizzati e oggetti svalorizzati. Questi ultimi divengono liberamente appropriabili in quanto forza vitale, lavoro, vita stessa, all'interno della macchina produttiva. La vita animale che diventa carne da macello ne è l'espressione più compiuta: vi si compie un'estrazione pressoché assoluta di plusvalore; il sacrificio dell'esistenza al profitto appare nella sua forma più immediata e violenta perché non contenuta dal diritto. Non a caso quello di carne e derivati rimane uno dei settori chiave dell'economia capitalista globale nonostante le sfide della crisi climatica.

In secondo luogo, la condizione animale incarna in un modo estremo ed evidente le forme della valorizzazione capitalista, dove la mercificazione riduce l'esistenza ad uno schema rigido di intercambiabilità, selezione, misurazione e quantificazione, efficienza; dove i tempi e gli spazi di vita sono rimodulati in funzione della realizzazione del profitto e dell'accumulazione infinita di capitale. Ma ne dimostra anche le contraddizioni. Per esempio, il modo in cui la crescita degli animali negli allevamenti è accelerata in modo artificiale per monetizzare più rapidamente sulla loro carne provoca patologie (umane e non), o ribellioni animali: sintomi dei limiti di questo processo.

Le forme di r-esistenza animale nel capitalismo contemporaneo sembrano così parlare del sistema nel suo complesso: un “mondo-fabbrica” che include in principio tutto il vivente, dove ogni forma di esistenza vale solo per il tempo in cui produce valore, dove la singolarità e la produttività vitali vengono sottoposte alla legge annichilente dello scambio. Sono anche testimonianza del fatto che il capitalismo necessita della costante riproduzione di un margine di esclusione oltre a cui porre dei (s)oggetti sacrificabili, che offrono forza-lavoro, corpi, affetti, materia, spazio e tempo a basso costo.

Il veganismo come stile di vita è un passo importante di lotta contro questa violenza, ma senza un'articolazione apertamente anticapitalista rischia di non scardinare la logica intrinsecamente specista del sistema. Una svolta 'vegan' del capitalismo continuerebbe a negare la vita al di fuori degli allevamenti: nello sfruttamento intensivo dei territori in monocolture specializzate, nell'utilizzo di fitofarmaci, nella vendita della vita animale in quanto merce da intrattenimento. Infatti, anche la produzione di cibo a base vegetale, se sottoposta alle stesse logiche di produzione industriale e massiva per il mercato, si dimostra ecologicamente problematica.

 

In questo senso, non si dà liberazione animale senza critica al dominio capitalista; ma, oggi, la lotta anticapitalista si trova ad interrogarsi sui rapporti tra e oltre la specie in forme nuove. Nella modernità si è spesso dato per scontato che l'emancipazione dell'essere umano dovesse implicare il dominio sulla natura. La crisi ecologica dimostra che questo progetto, lungi dal portare alla liberazione, ha prodotto nuove e più sottili forme di dominio e auto-dominio. La scissione alienante tra umanità e natura ha rafforzato gli apparati tecno-scientifici ma indebolito la capacità di costruire relazioni sensibili, “respons-abili”, con il resto del vivente. L'animalità (umana e non umana) trova spazio o in quanto disciplinata e funzionale o in quanto minaccia da annullare.

Gli orsi rinchiusi al Casteller incarnano questa condizione: reintrodotti nella speranza di “valorizzare” il territorio, sono stati annullati quando hanno dimostrato la propria irriducibilità al disegno delle istituzioni, di quegli umani che li volevano funzionali all'arricchimento. La loro “linea di fuga” intercetta le istanze per la giustizia climatica che si oppongono alla sacrificabilità della vita e del desiderio al capitale. Nel momento in cui l'utopia del controllo sul non-umano implode, l'anticapitalismo è in qualche modo già 'oltre la specie' e sperimenta modi di co-abitare non distruttivi. Smonta il margine che divide soggetti umani e oggetti non umani per articolare una linea di antagonismo comune: da un lato, il capitale con le sue istituzioni coercitive, dall'altro, il vivente, le soggettività ribelli, irriducibili, in costante definizione. L'obiettivo, comune, è la liberazione in quanto opposizione sistematica al dominio. Se dei corpi umani si sono messi dalla stessa parte della barricata, non è stato per prendersi carico in modo paternalistico di non-umani deboli, ma per esprimere la stessa potente spinta a rompere la gabbia del capitale, del valore, dello sfruttamento e della distruzione sistematica della vita.

Immagine di copertina: Sherwood Foto.

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