Se il lavoro si fa gig? Bisogna resistergli

5 / 2 / 2020

Ritorna «La maledizione di Adamo», la rubrica di Globalproject dedicata al tema del “lavoro” nelle sue articolazioni contemporanee, con un nuovo articolo di Lorenzo Cini, ricercatore in sociologia politica alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

L’ultimo libro di Colin Crouch, Se il Lavoro si fa gig, uscito in Italia nell’autunno del 2019 per il Mulino, è una ricostruzione molto esaustiva della letteratura internazionale sul tema dei nuovi lavori, sviluppatisi con la creazione delle piattaforme digitali, che offre due ottimi spunti di riflessione sulle trasformazioni del lavoro oggi, molto significativi in particolare per il dibattito pubblico italiano. 

Ripartire dal (buon) lavoro

Il primo grande merito di questo libro è quello di entrare sulla questione delle piattaforme digitali, e più in particolare della gig economy, a gamba tesa senza tanti fronzoli o timori. In Italia, ossia nel dibattito politico italiano, ci sono infatti almeno due grandi problemi oggi, quando si parla di lavoro:

1. Il primo è che si parla soltanto di come incrementarlo. Di come far ripartire la crescita economica. In altre parole, si discute per lo più di come creare nuova occupazione, ignorando quale tipo di occupazione si punti, o si abbia interesse, a creare (vedasi anche alla voce Jobs Act). E quando diciamo questo, pensiamo ovviamente in modo particolare ai principali attori politici e sociali deputati tradizionalmente alla difesa e/o rappresentanza del lavoro: partiti del centro-sinistra (PD) e sindacati confederali.[i] L’impressione (abbastanza suffragata da fatti) è che questi attori abbiano abdicato al loro ruolo (in particolare il PD) di rivendicazione di buoni lavori per limitarsi alla richiesta di più lavori e più occupazione. Al contrario, il libro di Crouch ci dice proprio questo; che non c’è soltanto bisogno di nuovi lavori ma anche (e soprattutto) di buoni lavori. Di lavori di qualità in termini di organizzazione e diritti. Sembra una banalità riconoscere questo tema, ma purtroppo non è così scontato nel dibattito politico delle forze cosiddette progressiste in Italia.

2. Il secondo significativo problema nel discorso pubblico in Italia, che in parte è connesso al primo, è che quando si parla di lavoro digitale e innovazione tecnologica c’è una visione (ovviamente da molte parti interessata) ottimistica e acritica, legata alle “magnifiche sorti e progressive” che il progresso fornirà in termini di benessere anche per i lavoratori.[ii] I lavori digitali sono nuovi e quindi belli per definizione. Non si può contrastare o criticare l’evoluzione delle forme in cui si sta concretamente dando il lavoro digitale oggi. Chi lo fa è un “vetero comunista”. Al contrario, Crouch ci dice che questi lavori non sono per nulla e necessariamente nuovi, poiché in realtà dietro tale retorica “tecno-utopista” si mascherano durature relazioni di potere e vecchie pratiche di sfruttamento, che si riflettono nelle loro stesse forme contrattuali. Non è tutto oro ciò che luccica, ma necessita di essere osservato alla luce di queste criticità.

Gig economy: controllo verticale senza responsabilità

E qui si arriva al secondo grande merito dello studio di Crouch. Quello di vedere la gig economy più che come un settore tecnologicamente innovativo dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro, come un settore dove si stanno sperimentando forme estreme di precarietà del lavoro, ammantate e mascherate dalla retorica dell’innovazione tecnologica. In particolare, come già evidenziato in altri studi internazionali (si veda, ad esempio, De Stefano 2016), ciò che viene giustamente rilevato (e criticato) è il fatto che la gig economy permetta un controllo verticale del lavoratore senza alcuna responsabilità giuridica per il datore di lavoro. Pensiamo ai ciclofattorini della consegna di cibo. Un certo utilizzo dell’algoritmo permette il loro controllo a distanza e allo stesso tempo aiuta il datore di lavoro a mascherare la relazione di subordinazione, che in realtà sussisterebbe tra lui ed i propri lavoratori, presentandola così come mera collaborazione. La conseguenza di questo mancato riconoscimento del rapporto di subordinazione è ovviamente il mancato riconoscimento dei diritti e della protezione giuridica per questi lavoratori che tale rapporto implicherebbe. Sembra di essere arrivati all’apogeo della distopia capitalistica. Controllo verticale in assenza di responsabilità per i padroni. Come non era, nemmeno, nell’epoca del capitalismo fordista dove all’operaio, concentrato nello spazio definito della fabbrica, erano riconosciute tutte le tutele giuridiche e i diritti del lavoro subordinato. Oggi, invece, parrebbe che il sogno del Capitale si stia avverando. Tuttavia, e scavando dentro questi processi, non tutto è ancora, per fortuna, perduto.

Controllo verticale ma anche “rivisibilizzazione” del padrone

In primo luogo, la verticalizzazione del controllo permette anche una rivisibilizzazione del datore di lavoro e, quindi, del target potenziale del conflitto e della mobilitazione dei lavoratori. Elemento politico che si era un po’ perso nel capitalismo del post-fordismo e della finanziarizzazione. Parto da quest’ultimo aspetto, che al momento sembra per la verità più un’ipotesi di lavoro, basandomi sulle intuizioni sviluppate nei recenti studi di un sociologo del lavoro svizzero, Roland Erne, che guarda ai processi di transnazionalizzazione delle lotte operaie nell’Unione Europea di oggi.[iii] Si prendano ancora ad esempio i casi di mobilitazione dei ciclofattorini che stanno emergendo in tutta Europa, e che stanno rivendicando diritti nei confronti delle piattaforme della consegna di cibo.[iv] Secondo Erne, si può ipotizzare che l’utilizzo dell’algoritmo come forma di organizzazione verticalizzata del processo di lavoro permette a questi lavoratori di individuare il centro del loro controllo (e di sfruttamento) e, quindi, potenzialmente di organizzare forza collettiva contro di esso. Questa intuizione potrebbe sembrare, in prima battuta, controintuitiva rispetto all’idea comune sul fatto che l’algoritmo spersonalizzi e offuschi la natura del controllo sul processo di lavoro, invisibilizzando la figura del padrone e, dunque, rendendo l’opposizione più difficile. Paradossalmente, invece, la natura spersonalizzante del comando algoritmico potrebbe, in realtà, anche aiutare questi lavoratori a vedersi come soggetti subordinati ad un rapporto di lavoro collettivo, perché rende palese le dinamiche operative generali e uniformemente arbitrarie dei dispositivi tecnologici preposti al controllo della forza lavoro. Il palesarsi di forme di controllo algoritmico ‘generalizzate’ e impersonalmente arbitrarie permette così il superamento della dinamica individualizzante tipica dei rapporti di lavoro ‘post-fordisti’, basati sull’autonomia e l’autodisciplina, e facilita pure una potenziale generalizzazione del conflitto e delle rivendicazioni (sia trans-piattaforma che trans-nazionale). Ovviamente siamo di fronte ad un processo ambivalente: l’organizzazione collettiva dei lavoratori può infatti darsi come no. Però non sembra un caso il fatto che le varie aziende multinazionali (come Glovo, Deliveroo o Foodora), che detengono ed elaborano l’algoritmo, stiano oggi diventando anche il centro delle mobilitazioni dei lavoratori. Il ragionamento è questo. Se sono le piattaforme digitali le aziende che detengono l’algoritmo, allora le mobilitazioni e rivendicazioni dei ciclofattorini si concentreranno su e contro di loro, perché sono loro i nuovi padroni visibili (e non solo dell’algoritmo) nel capitalismo digitale.

Ma il controllo non è totale

In secondo luogo, non tutto è perduto anche perché non è nemmeno vero che il controllo sul lavoro digitale sia totale. Prendendo ancora spunto dai casi di mobilitazione dei ciclofattorini, il controllo delle piattaforme non riesce ad essere assoluto. L’organizzazione e la mobilitazione collettiva dei ciclofattorini è stata infatti possibile grazie a risorse e capacità che questi lavoratori sono stati in grado di sviluppare ed esercitare sia dentro il luogo di lavoro che nel contesto urbano circostante. I ciclofattorini sono riusciti a creare ed utilizzare quattro diverse risorse e capacità per la loro mobilitazione:

1) La piazza come spazio di incontro, di conoscenza e scambio di informazioni. Una parte consistente di ciclofattorini ha iniziato a considerare le piazze e i luoghi in cui sono soliti andare ad aspettare gli ordini dei clienti come spazi per incontrarsi e conoscersi a vicenda. In questi luoghi, chiacchierano, bevono e mangiano insieme, sviluppando così un sentimento di identificazione di gruppo e un senso di solidarietà collettiva, elementi che costituiscono i pilastri emotivi per l'organizzazione di qualsiasi tipo di azione politica.

2) Lo smartphone come strumento di (contro) comunicazione. I ciclofattorini hanno poi esibito un'alta capacità di contro-uso tecnologico. Lo smartphone, il dispositivo tecnologico chiave della loro organizzazione del lavoro e del controllo manageriale, è stato (ri)utilizzato dai lavoratori per perseguire e raggiungere obiettivi alternativi. Più in particolare, la creazione e l'uso di chat di WhatsApp alternative sono state centrali in tutte le loro attività di organizzazione politica, dall'organizzazione delle assemblee alla messa in scena degli scioperi digitali e degli eventi di protesta.

3) Gli spazi sociali autogestiti come momento di organizzazione. In tutte le città dove sono avvenute le mobilitazioni, la presenza di spazi autonomi e autorganizzati, dalle case e ciclo-officine occupate ai centri sociali e i circoli studenteschi e giovanili, è stata determinante nell’offrire a questi lavoratori momenti e opportunità di incontrarsi, collaborare, scambiare informazioni e quindi moltiplicare e rafforzare i legami sociali. La presenza di questi legami tra ciclofattorini e attivisti, sviluppati regolarmente nei vari spazi di cui sopra, ha permesso l’organizzazione di varie iniziative politiche, così come la costruzione di diverse forme di solidarietà collettiva.

4) Un segmento militante della forza lavoro. Le prime mobilitazioni dei ciclofattorini sono state promosse e organizzate grazie alla presenza di una parte significativa di lavoratori variamente politicizzati, che hanno volontariamente deciso di mettere a servizio la loro esperienza e competenza politica militante per migliorare la loro condizione lavorativa e quella dei loro colleghi.[v]

Questi quattro fattori insieme hanno facilitato la creazione di collettivi di lavoratori e l’intervento e formazione di sindacati autonomi che stanno rivendicando diritti contro le piattaforme del food delivery (e vincendo qualcosa).

Basta sposare il punto di vista del sistema e ritornare ad un approccio di parte

Ma allora i sindacati confederali? Che cosa stanno facendo al momento? Un approccio di partenza già compromissorio nei confronti della controparte aziendale (o di governo) non aiuta certo a far aumentare la loro credibilità politica tra questi settori della nuova forza lavoro. C’è, in altre parole, una certa sfiducia, se non proprio ostilità, nei confronti delle organizzazioni tradizionali della rappresentanza del lavoro. Si sente la necessità di riprendere un punto di vista di parte, di ritornare a difendere i lavoratori (vecchi e nuovi) senza se e senza ma.[vi] D’altra parte, non sembra un caso che anche tra gli analisti del lavoro e di economia politica più mainstream sia tornata in voga l’idea di rimettere al centro la lotta di classe. Nella sociologia politica come in quella economica.[vii] Allora riportiamo con coraggio e fino in fondo il punto di vista di classe, anche nelle nostre analisi e soprattutto nelle nostre raccomandazioni militanti. Rovesciare il punto di vista attraverso cui guardiamo a questi processi di trasformazione del lavoro e di sviluppo dell’economia digitale. Iniziamo a dirlo con forza: la difesa dell’efficienza del sistema economico non spetta all’organizzazione sindacale o al lavoro, ma alla sua controparte. Ai sindacati dovrebbe interessare la rappresentanza degli interessi dei lavoratori. Per far emergere un punto di vista di parte. Il loro. Per i compromessi c’è spazio e tempo nella negoziazione, ma non si può partire già con un approccio remissivo e arrendevole. Prendiamo lezione dalle recenti lotte della logistica nella pianura padana (nell’area tra Milano, Piacenza, Padova, Bologna), portate avanti con coraggio e senza compromessi da una forza lavoro migrante, coadiuvata da una rappresentanza sindacale di base.[viii] Questi lavoratori hanno lottato e vinto, ottenendo aumenti salariali, migliori contratti e maggiore protezione legale, grazie al loro approccio determinato e radicale nelle mobilitazioni. A loro non interessa nulla dell’azienda e del suo profitto. In questo senso, sono lontani dalla mentalità “da perdenti già in partenza” che purtroppo oggi domina il comportamento di molti lavoratori e sindacalisti italiani. Quella mentalità figlia dell’idea che se “l’economia va male è giusto che l’azienda ti licenzi. L’azienda deve fare il profitto”. A sua volta, corollario dell’idea che il profitto sia un valore. Al contrario, questi lavoratori ci insegnano che il profitto non è un valore. Si è deciso nella società capitalista che il profitto debba essere un valore; è una scelta, non è naturale che sia o debba essere così.

Sono i rapporti di forza sociali che plasmano l’intervento legislativo

Per concludere e ritornare al punto di partenza. Gig economy, innovazione tecnologica e intervento legislativo. Questa volta dobbiamo fare nostro l’insegnamento di un grande studioso di tecnologia, Davide Noble (1986), per il quale la tecnologia è il risultato dei rapporti di forza a livello sociale. Più in particolare, per Noble, l’innovazione tecnologica nel luogo di lavoro è plasmata dalle relazioni sociali in almeno due modi: sia nella formazione/designazione che nella sua implementazione.

“La tecnologia di produzione è quindi determinata due volte dalle relazioni sociali di produzione: in primo luogo, è progettata e messa in opera secondo l’ideologia e il potere sociale di coloro che prendono queste decisioni; e in secondo luogo, il suo effettivo utilizzo nella produzione è determinato dalle vicissitudini delle lotte tra le classi nei luoghi di produzione” (Noble 1986).

Ecco, noi dovremmo fare altrettanto quando parliamo dell’intervento legislativo sul tema del lavoro. Vederlo in questi due modi che Noble ci ha indicato. Come espressione dei rapporti di forza a livello sociale che si esercitano su due dimensioni, quello della designazione legislativa e quello della sua implementazione. È lì che le organizzazioni della rappresentanza dei lavoratori dovrebbero esserci con credibilità politica e forza conflittuale per difendere gli interessi dei propri assistiti. E, più in generale, della classe lavoratrice nel suo complesso.



[i] A questo proposito, si veda ad esempio il documento unitario firmato dalle tre confederazioni sindacali adottato come piattaforma di rivendicazioni al Governo italiano durante l’approvazione della legge di Bilancio (dicembre 2019), intitolato significativamente, Più Lavoro Crescita Sviluppo: mobilitazione Cgil Cisl Uil: https://www.cgilimola.it/wordpress/wp-content/uploads/2019/12/Volantone-dic19.pdf.

[ii] Si veda, per esempio, un recente documento politico prodotto dalla CGIL, Conferenza di Programma CGIL 2018. http://www.rassegna.it/tag/conferenza-di-programma-cgil-2018.

[iii] Si veda, ad esempio, Erne (2017).

[iv] Callum e Mogno (2020).

[v] Si veda in particolare l’inchiesta sulle mobilitazioni dei ciclofattorini italiani di Caruso, Chesta e Cini 2019, ma anche quella comparativa tra Italia e Inghilterra di Tassinari e Maccarrone (2019).

[vi] Si vedano, a questo proposito, i risultati di un’inchiesta collettiva sulle periferie italiane, pubblicata da Ediesse, Popolo chi? Classi popolari, periferie e politica in Italia, edita da Bertuzzi, Caciagli, Caruso. In particolare si veda il capitolo dedicato al tema del lavoro (“Sul lavoro. Conflitti e identità sociali”: pp. 61-84).

[vii] Si veda ad esempio lo stesso Crouch (2019), ma anche Streeck (2013) e Baccaro e Howell (2017) per gli studi di sociologia del lavoro e di economia politica. Si veda, invece, della Porta (2015) per la sociologia politica.

[viii] Cini (2018).

 

Riferimenti bibliografici

Baccaro L., Howell C. (2017). Trajectories of Neoliberal Transformation. European Industrial Relations since the 1970s, Cambridge: Cambridge University Press.

Callum C., Mogno C. (2020). Platform Workers of the World, Unite! The Emergence of the Transnational Federation of Couriers, South Atlantic Quarterly, doi: https://doi.org/10.1215/00382876-8177971.

Caruso L., Chesta R., Cini L. (2019). Le nuove mobilitazioni dei lavoratori nel capitalismo digitale: una comparazione tra i ciclo-fattorini della consegna di cibo e i corrieri di Amazon nel caso italiano, Economia e Società Regionale, 1: 61-78.

Cini L. (2019). Sul lavoro. Conflitti e identità sociali, in Bertuzzi N., Caciagli C., Caruso L. (a cura di). Popolo chi? Classi popolari, periferie e politica in Italia, Roma: Ediesse, pp. 61-84.

Cini L. (2018). Sulle lotte nella logistica. Appunti per un sindacalismo conflittuale, Global Project, https://www.globalproject.info/it/in_movimento/sulle-lotte-nella-logistica-appunti-per-un-sindacalismo-conflittuale/21753.

Crouch C. (2019). Se il lavoro si fa gig, Bologna: Il Mulino.

Della Porta D. (2015). Social Movements in Times of Austerity: Bringing Capitalism Back Into Protest Analysis, London: John Wiley & Sons.

De Stefano, V.M. (2016). The Rise of the ‘Just-in-Time Workforce’: On-Demand Work, Crowd Work and Labour Protection in the ‘Gig-Economy’. Comparative Labor Law and Policy Journal, 37 (3), 471-504. [STARACRES] Open Access.

Erne R. (2017). How to Analyse a Supranational Regime that Nationalises Social Conflict? The European Crisis, Labour Politics and Methodological Nationalism. In Nanopoulos E., Vergis F. (eds.). The Crisis behind the Euro-Crisis: The Euro-Crisis as Systemic Multi-Dimensional Crisis of the EU. Cambridge: Cambridge University Press.

Noble, D. (1986). Forces of Production: A Social History of Industrial Automation, Oxford: Oxford University Press.

Streeck W. (2013). Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano: Feltrinelli.

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