Scuola, un patto col diavolo

Spunti sulle linee programmatiche per la scuola del governo Renzi.

di Bz
5 / 9 / 2014

Dopo le anticipazioni del ministro Giannini, le assunzioni di responsabilità personale di Renzi, le dichiarazioni di questo e quel portaborse, sono pubbliche le linee programmatiche per la scuola del futuro approntate dal governo dei rottamatori, sono racchiuse in un documento di 136 pagine e in una serie di sintesi, tutti in bella mostra in un sito ad hoc, secondo lo stile on line renziano.

L’attesa per l’evento, creata artificiosamente sbandierando la stabilizzazione di 150.ooo precari, ha avuto il suo effetto, riempiendo giornali, tv, newsletter di applausi, di rivendicazioni politiche trasversali dell’impianto delle proposte per la ‘nuova’ scuola, di qualche sottolineatura critica dei sindacatoni paraistituzionali e di decise stroncature da parte dei sindacati di base e dei comitati che, soli assieme alle ondate studentesche, in questi ultimi 15 anni si sono, davvero, opposti alla deriva aziendalista della scuola pubblica italiana.

Tanto tuono che piovve, verrebbe da dire, sia rispetto ai contenuti del ‘nuovo patto educativo’ proposto dal governo che rispetto alle reazioni delle ‘parti sociali’ direttamente coinvolte; no non è così. Siamo, tutti, messi di fronte alla predisposizione di un piano di lavoro istituzionale che incorpora furbescamente tutte quelle forzature ‘aziendalistiche’ che sono state abbozzate, elaborate, tentate o parzialmente applicate, dai governi precedenti, di destra o di sinistra che dicessero di essere, partendo dal ‘padre nobile’ della destrutturazione della scuola pubblica Luigi Berlinguer in poi.

Le linee programmatiche del governo, dunque, accelerano e radicano una poli­tica dell’istruzione allineata con le politiche europee neo­liberiste sulla scuola, rappresentate dalla Carta UE di Lisbona del 2000, con­si­de­rata da tutti il rife­ri­mento cardine. Renzi porta avanti un pro­cesso di privatizzazione della scuola pubblica cercando di fondere in un unico ‘plot’ la scuola statale, quella paritaria, privata o confessionale che sia, dandogli una patina retorica fondata sul ‘merito’, sul ’saper fare’, sulla ‘modernità’ tecnologica, tutto in ottica aziendalistica in cui spicca la figura del preside manager, a cui si affianca uno ‘staff’ di docenti esperti e di consigliori provenienti anche dall’esterno [leggi dal mondo delle imprese]. Una struttura di direzione che vaglia la produttività del servizio educativo, i risultati scolastici ottenuti con quali e quanti insegnanti, che stabilisce la progressione di carriera del personale, che vaglia l’aggiornamento e la qualificazione del personale, che promuove la propria azienda scuola nel territorio in competizione con le altre. Si tratta dei tipici metodi di con­trollo e di comando delle strutture di direzione della produzione industrialista, attuata attraverso una selezione interna in un ottica mercantilista. A questo punto, dove va a finire la libertà di insegnamento?!!!

Questo processo, furbescamente, viene avviluppato nella nuvola massmediatica dei 150.ooo nuovi assunti, che non son altro che il fabbisogno di personale scolastico resosi necessario dal tappo pensionistico prodotto dalla riforma Fornero, a cui, ad ora, si è fatto fronte con le misure tampone delle assunzioni di personale precario, essendo contingentato col contagocce, ope legis, l’assorbimento in ruolo, per le misure di spending review, applicate in maniera feroce nella pubblica istruzione, tanto da ridurre il PIL italiano per l’istruzione ai livelli più bassi dell’intera Europa comunitaria e dei paesi ‘sviluppati’. Tagli e ritagli, dunque, che continuano, seppur mascherati, a connotare l’operato del governo Renzi, tanto che conta di contabilizzare come investimento extra deficit di bilancio le spese per la scuola, costantemente monitorato dal ministro Padoan e dall’UE.

Così vengono rintrodotte discipline [geografia, economia, musica, etc], accantonate con le precedenti riforme, ma sparisce, senza esplicitarlo chiaramente, un anno delle superiori con grave perdita di qualità nel processo formativo ed educativo.

Così spariscono gli scatti di anzianità per tutti, sostituiti da quelli per ‘merito’ ma solo per il 60% del personali; i precari, qualora stabilizzati e su cui pende la sentenza della Corte di Giustizia europea, che ha evocato una multa riparatoria di 5 miliardi di euro e che così sarà aggirata, saranno bloccati al livello stipendiale base, anche se veterani di incarico pluriannuale o pluridecennale; in più vale il regalo per tutti del blocco contrattuale fino al 2018.

Una sommatoria di tagli e ritagli, tale da permettere a Renzi di affermare che la stabilizzazione dei 150.ooo precari si paga coi risparmi indotti dal patto evocato dalla proposta politica denominata, beffardamente, ‘Buona Scuola’.

Riportiamo qui alcuni ulteriori spunti di riflessione proposti da Marina Boscaino, insegnante, blogger, collaboratrice di Micromedia.

La rinuncia agli scatti di anzianità, per passare ad un sistema di valutazione-promozione, in cui i dirigenti scolastici diventerebbero i sacerdoti unici che cooptano la casta degli eletti. I docenti, valutati dai dirigenti, si renderanno disponibili al momento dell’assunzione alla mobilità non solo fuori dalla provincia, ma – se necessario – anche fuori dalla regione. Il tutto in una professione che ha indici di femminilizzazione altissimi.

Creazione di un Registro nazionale del personale, che riporterà le abilità di ciascuno, fissandole in un portfolio individuale su cui verranno conteggiati i presunti “crediti” professionali dei singoli. Portfolio e crediti daranno la possibilità ai dirigenti di cooptare nella propria scuola i nuovi assunti, ma anche di premiere il 66% dei “migliori”, che ogni 3 anni potranno così accedere ad uno scatto stipendiale di 60 euro.

Entrata a regime del Sistema Nazionale di Valutazione, per il quale si prevede un aumento del corpo ispettivo, indicato come funzione strategica (anche per questa spesa non sono indicate le risorse) per realizzare, la “piena autonomia” scolastica, serve “schierare la squadra con cui giocare la partita dell’istruzione”, cioè chiamare presso la propria scuola docenti ed Ata che il dirigente manager, dopo “consultazione collegiale”, riterrà più adatti.

Ogni scuola dovrà sviluppare un piano triennale di miglioramento; il Mof ed altre fondi di finanziamento pubblico saranno legati all’esito del piano di miglioramento, in proporzione del quale i dirigenti scolastici riceveranno un aumento salariale.

È prevista una revisione degli Organi Collegiali (alla quale il Pd aveva già pensato, considerando la stesura del ddl Aprea-Ghizzoni)

Viene riproposta, secondo ilo stesso progetto Aprea-Ghizzoni, la scuola fondazione: la scuola “non ce la fa”. Quindi entrata delle risorse private per contributi alla scuola statale. L’entrata dei privati viene massicciamente favorita: laboratori (negli istituti professionali, ad esempio) non solo finanziati da privati, ma addirittura posseduti e gestiti da privati nell’ambito dell’istruzione pubblica.

Si sterza definitivamente verso il “saper fare”, molto più economicamente conveniente del “sapere”. Stages lavorativi (gratuiti) obbligatori alle superiori per tutti gli indirizzi. Sistematizzazione della “didattica lavorativa”: la scuola azienda, quando non la scuola fabbrica. “Scuola fondata sul lavoro” è il contraddittorio titolo di un capitolo del documento: certamente le richieste del mercato e delle imprese non saranno irrilevanti, se viene prevista la possibilità di un curriculum basato sulle esigenze del territorio. Pertanto, fine del concetto di apprendimento disinteressato e della cultura come viatico di cittadinanza consapevole.

Per la prima volta – p. 66 “il sistema di valutazione sarà operativo dal prossimo anno per tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie” – la scuola paritaria viene promossa al rango di scuola pubblica. Meditiamo.

Soprassiedo sulla pastella in salsa modernista sul tema più tecnologia (sebbene noti un positivo mea culpa sugli investimenti per la Lim) e inglese: i livelli delle competenze dei quindicenni alfabetizzati nella comprensione del testo e in letto-scrittura continuano ad essere tra i più bassi d’Europa. E’ di oggi il dato che il 63% dei 16-18enni nel nostro Paese sono a rischio di abbandono e poco più bassa è la percentuale relativa agli studenti dai 14 ai 16 anni. 

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