Salento - Sole, mare e.... sfruttamento

9 / 8 / 2011

“Lavorare” in dialetto salentino si dice “fatìare”, faticare. Ce ne sono tante di “fatìe”, ma tutti sanno quanto è duro “scire fore”, andare a lavorare in campagna. Soprattutto in estate e soprattutto quando la campagna è di qualcun altro. Quando poi il tuo lavoro viene retribuito pochi euro al giorno, da cui devi anche sottrarre il pizzo pagato ai caporali, e non hai nessun diritto, la “fatìa” cambia nome e diventa sfruttamento.

 

È contro lo sfruttamento che stanno lottando in questi giorni i braccianti agricoli della masseria Boncuri, territorio di Nardò, provincia di Lecce. Chiedono di essere retribuiti adeguatamente, che i diritti scritti nel contratto regionale siano effettivamente garantiti anche a loro, vogliono trattare direttamente con le aziende eliminando i caporali e gli altri intermediari che speculano sul loro lavoro.

 

“C’è molta crisi”, dicono intanto i produttori di angurie, le stesse aziende agricole che per anni hanno lucrato sull’isolamento e sull’invisibilità di questi lavoratori. Anche loro hanno protestato, nel mese di luglio, chiedendo che l’Unione Europea inserisse l’anguria tra i prodotti danneggiati dalla psicosi del batterio killer del cetriolo. Per rafforzare questa richiesta hanno deciso di lasciar marcire le angurie nei campi. Come a Rosarno, anche a Nardò conviene di più reclamare sussidi europei che vendere i prodotti agricoli. Difficilmente, fuor di retorica, si può attribuire questa situazione al batterio del cetriolo! E neanche la seconda motivazione ufficiale, quella della concorrenza sottocosto delle angurie greche e turche, è sufficiente. Il problema strutturale, e sempre più drammatico, riguarda le speculazioni che sui prodotti agricoli vengono operate dalla grande distribuzione organizzata (Gdo): è qui che hanno origine i meccanismi perversi che generano l’apparente paradosso per cui il prodotto vale pochi centesimi sui campi e molti euro nei supermercati. Protestando in prefettura, gli imprenditori agricoli chiedevano aiuti per uscire dalla crisi, sostenendo che questa non avrebbe danneggiato soltanto loro stessi, ma anche tutto l’indotto del settore, compresi i braccianti stranieri arrivati in Salento per la raccolta. Da queste parti si dice così: “attuti, curnuti e cacciati te casa”. Cioè “picchiati, cornuti e cacciati (pure) di casa”, questo è successo alle braccia venute a raccogliere angurie e pomodori (prodotto su cui si è dirottato tutto il lavoro): sfruttate brutalmente nella raccolta e usate persino come leva per ottenere risarcimenti.

 

Ma invece di braccia sono arrivate persone. E così all’ennesima richiesta di padroncini e caporali, cioè selezionare a terra i pomodori buoni (che significa fare il doppio della fatica!), è partito il primo sciopero dei braccianti agricoli: astensione dal lavoro, presidi in prefettura e assemblee. Tutto completamente auto-organizzato. Infrastruttura necessaria è stata la Masseria Boncuri, dove le Brigate di Solidarietà Attiva e Finis Terrae Onlus hanno organizzato per il terzo anno consecutivo un campo di accoglienza, diventato luogo di auto-organizzazione politica.

 

La lotta dei braccianti agricoli di Nardò, oltre ai necessari risultati concreti che nei prossimi giorni si potrebbero ottenere, è riuscita a portare finalmente all’attenzione pubblica la condizione bestiale in cui si ritrovano i lavoratori stagionali migranti che ogni anno arrivano in Salento, parallelamente ai grandi flussi turistici. Tante figure istituzionali si sono espresse in questi giorni a sostegno della loro battaglia, lodando il “coraggio civile” dei migranti nel denunciare i reati e tentando, a volte, di declinare questa lotta per i diritti in lotta per la legalità. Questa operazione retorica nasconde una grande bugia e una mezza verità.

 

Le istituzioni pugliesi e salentine non possono far finta di cadere dalle nuvole dando a intendere che non conoscessero, prima dello sciopero dei braccianti, la situazione delle campagne di Nardò, che è la stessa di quelle di Foggia e di altre città della Puglia. Possono riempirsi la bocca di tutti i ringraziamenti che vogliono e denunciare la brutalità del caporalato quanto preferiscono, ma non possono certo declinare su altri le responsabilità che tutte le istituzioni hanno (dalla regione alla provincia, dalla prefettura all’amministrazione comunale) nell’aver tollerato e permesso che le campagne pugliesi diventassero un “far west”, in cui regna ormai un sistema di schiavitù alimentato dall’isolamento sociale e dalla ricattabilità dei migranti. Questa è la grande bugia.

 

La mezza verità, invece, sta nei tentativi di declinare la lotta dei braccianti in una lotta per la legalità: sebbene le rivendicazioni siano chiaramente improntate alla richiesta del rispetto delle leggi sul lavoro, è difficile credere che situazioni come quelle delle campagne neretine sarebbero potute nascere e diffondersi con tanta impunità e acquiescenza senza l’incessante lavorìo giuridico, simbolico e politico dei governi di centro-destra e centro-sinistra. Le leggi che riproducono continuamente clandestinità, e quindi ricattabilità e invisibilità, l’instaurazione del nesso tra permanenza e lavoro, la produzione di paura e allarme sociale intorno ai fenomeni migratori, attraverso la criminalizzazione dei migranti e le retoriche dell’“emergenza”, si toccano con mano nelle campagne di Nardò, Foggia, Palazzo San Gervasio, Villa Literno, Rosarno, Pachino, Vittoria. È in questi luoghi che la cancellazione dei diritti viene tradotta in segregazione e in lavoro a bassissimo costo, o persino a costo zero, e che capisci “da che parte sta lo Stato”. 

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