Roma - Per un nuovo diritto alla città

Dal fronte di un'estate calda tra sgomberi e l'approvazione del bilancio dettato dal Salva Roma, la proposta per un percorso comune di mobilitazione a partire da un'assemblea il prossimo 17 settembre: "perché Roma non è in vendita e neanche le nostre vite.

3 / 8 / 2014

Lo sviluppo della metropoli Roma è costruito intorno alla storia di una smisurata voracità: fame di cemento e soldi facili. La logica del profitto si afferma sempre più prepotentemente cancellando e appropriandosi della città pubblica e non mercificata. È sempre più costoso e difficile vivere a Roma mentre edifici storici, cinema e teatri, terreni demaniali, aree pubbliche, pezzi di welfare state vengono ceduti agli speculatori da una politica sempre meno interessata all'interesse comune.

Il ricatto del debito e la retorica della spending review in Italia e a Roma hanno legittimato un passaggio epocale: l'amministrazione pubblica non deve più agire secondo criteri minimi di giustizia sociale ma secondo criteri di efficienza e sostenibilità economica. Ciò si traduce nel travaso sistematico di beni e risorse dal pubblico al privato, che sotto il vigliacco nome di Progetti di Rigenerazione Urbana danno il campo libero a speculazione e rendita attraverso incentivi ai privati per finanziare grandi opere e infrastrutture, a meccanismi di semplificazioni burocratiche e fiscali per l'edilizia privata, al definitivo smantellamento del welfare e azzeramento di ogni politica di protezione sociale.

In Italia non esistono sistemi di welfare adeguati mentre esiste una condizione di precarietà abitativa, sociale, culturale e lavorativa dilagante ed istituzionalizzata de facto dai recenti provvedimenti governativi - dal Jobs Act del ministro Poletti al Piano Casa del ministro Lupi - che rendono ormai impossibile progettare un futuro e vivere dignitosamente le nostre vite e la nostra città. Provvedimenti legislativi, questi, che se da un lato costringono chi li subisce sulla propria pelle a una sempre più pesante insicurezza, dall'altro garantiscono solo gli interessi di chi sfrutta e di chi specula, alla rincorsa di una ripresa dal prezzo sociale calcolabile nell'abbassamento dei redditi e dei consumi e nell'impoverimento progressivo di fette sempre più estese di popolazione.

Costantemente tenuta sull'orlo del _default_, la città di Roma si ritrova, dunque, a fare i conti con le conseguenze di scelte politiche imposte direttamente dal Governo delle larghe intese. Attraverso la definizione di una tabula rasa di principi e diritti fondamentali, l'amministrazione pubblica sembra essere ormai derubricata a badcompany che assorbe e spalma i debiti su tutti ma concentrando utili nelle mani dei soliti noti. Il risultato è che il settore privato entra nella cogestione degli interessi pubblici perseguendo logiche e interessi aziendali. Si socializzano le spese ma si privatizzano i guadagni. Un'univoca direzione di mercificazione e privatizzazione di tutto ciò che in teoria dovrebbe essere pubblico e ad accesso universale.

Il risultato a Roma è sotto gli occhi di tutti: una amministrazione comunale incompetente che da un lato promuove una città dove si vive male e si spende troppo per gli alloggi, per i trasporti, per la carenza di infrastrutture sanitarie pubbliche di qualità, di scuole e luoghi di socialità e cultura, incentivando la speculazione dei privati; dall'altro fa pagare un conto salato chiamato "deficit di bilancio", obbligando la città tutta a subire drastici tagli, abilmente riassunti nel decreto "Salva Roma".

A fronte di questo sono diversi i percorsi, a Roma e in Italia, che si autorganizzano, occupano spazi abbandonati e case vuote, costruiscono possibilità di crescita e sapere collettivo, dando vita a esperimenti di mutuo soccorso, di socialità non mercificata, di riappropriazione di diritti e di affermazione collettiva di diritto al reddito, difendendo i territori da speculazione, privatizzazioni di beni e servizi pubblici e devastazioni ambientali. Sono questi percorsi a rappresentare lo spazio di una partecipazione vera e non simbolica, presidio di democrazia reale e resistenza sui territori.

Da qualche mese nella nostra città, molti spazi sociali occupati ed autogestiti hanno cominciato a dar vita ad un percorso pubblico che mette al centro il tema del DIRITTO ALLA CITTÀ. A partire dalle nostre esperienze, occupate e autogestite, crediamo esista un altro modo di gestire la città e di costruire le relazioni tra chi la vive; di immaginare e garantire i servizi pubblici, di riappropriarsi della ricchezza collettiva che appartiene a tutti e tutte noi. Per farlo abbiamo scelto la via della legittimità che spesso, in questo paese, vuol dire illegalità. Abbiamo occupato spazi lasciati all'abbandono o alla speculazione, recuperandoli con le nostre forze all'uso pubblico e condiviso. Crediamo che i processi decisionali sulla città debbano essere processi pubblici e partecipati, ri-significando il termine "pubblico" come qualcosa veramente "di ed accessibile a tutti".

In questo quadro si inscrive la proposta di delibera per la gestione del patrimonio pubblico proposta dalla debolissima giunta Marino ed a firma del vicensindaco con delega al Patrimonio Luigi Nieri. Una delibera che, se da una parte "vende" meschinamente parte consistente del patrimonio per colmare una minima parte della voragine del debito pubblico; dall'altra si pone come obbiettivo quella di "valorizzare" il patrimonio indisponibile dell'amministrazione tramite bandi ad evidenza pubblica. Una intenzione, quest'ultima, che potrebbe sembrare lodevole ma che, in realtà, porta con sè il tentativo di normalizzare le esperienze di autogestione ed occupazione e di impedirne la proliferazione futura in città.

Come rete degli spazi occupati e autogestiti, a seguito dell'occupazione del dipartimento al Patrimonio, abbiamo incontrato più volte l'amministrazione e anche Nieri. Risultato dell'interlocuzione? Nessuno: l'assedio all'esperienza del Teatro Valle, i sigilli al Corto Circuito, lo sgombero del Cine Teatro Volturno e nessuna soluzione per la precaria situazione dell'Angelo Mai. Una politica istituzionale molto lontana a soddisfare gli interessi sociali reali di chi abita i nostri territorio.

Non crediamo di essere autosufficienti per condurre questa battaglia, che parla del futuro e dello sviluppo della città, ma di essere una parzialità. Reputiamo, infatti, che le trasformazioni urbanistiche in atto sui nostri territori non sono solo un attacco diretto agli spazi sociali, quanto piuttosto al modello di sviluppo della città che vorrebbero imporci. Rifiutiamo la logica dei grandi eventi, delle grandi opere e nuove infrastrutture da regalare ai privati e alla speculazione come motore delle trasformazioni urbanistiche e sociali dei nostri territori e crediamo servano momenti di dibattito e confronto pubblico.

Per questo invitiamo i movimenti per il diritto all'abitare, il sindacalismo di base e conflittuale, le realtá dei lavoratori autoconvocati ed autorganizzati, i comitati di quartiere, e tutte le realtà autorganizzate che si battono quotidianamente contro le speculazioni e per i beni comuni ALLA COSTRUZIONE DI UN MOMENTO DI CONFRONTO PUBBLICO IL 17 SETTEMBRE PER COSTRUIRE UN’AMPIA COALIZIONE SOCIALE CON L’OBIETTIVO DI COSTRUIRE UNA PRIMA GRANDE MOBILITAZIONE CITTADINA PER IL DIRITTO ALLA CITTÀ.

di Rete degli spazi occupati e autogestiti

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