Riflessioni aperte sulla sentenza su Google

27 / 2 / 2010

Come valutare una sentenza che vuole sanzionare la pratica comunicativa di uomini e donne in rete? Una domanda non peregrina a cui, giustamente, Luca Casarini risponde a partire dalla valutazione se la decisione di quei giudici limiti l’autonomia, l’indipendenza di chi è connesso. Da questo punto di vista la sentenza che ha condannato Google è una brutta sentenza, non perché colpisce un’impresa, bensì perché considera l’impresa di Mountain View una  società di servizi che si è sottratta al compito di controllare, selezionare e dunque censurare quando messo in Rete. L’obiettivo, indiretto, va da sé, di quella sentenza è proprio i comportamenti diffusi che plasmano e vengono plasmati dal cyberspazio.

Discorso difficile, questo, da fare, perché il processo partiva, come ricorda Luca, da una bastarda vessazione verso un ragazzo down. Invocare libertà rispetto verso chi la nega è sempre difficile. Ma è più facile a svolgerlo se partiamo, e con Luca l’accordo è pieno,  da quanto sostenuto nel tempo rispetto il web, cioè che il cyberspazio non è uno uno spazio pubblico liscio, bensì un luogo dove agire conflitto. E conflitto significa anche prendere posizione e combattere modalità di comunicazione che tendono a riprodurre gerarchie sociali e stigma verso chi è “diverso”. Detto altrimenti: non occorre delegare né ai giudici, né a una metafisica e corretta policy aziendale il conflitto di chi usa la rete per colpire un ragazzo down. Dovremmo farlo noi.

Tutto ciò è un promemoria, niente di più. Ciò che non mi convince del testo di Luca è un altro aspetto del suo ragionamento, che coinvolge certo la Rete, ma soprattuto le geografie di potere politico, sociale, economico  e culturali che si riflettono al suo interno.

In primo luogo, lo stato dell’arte dei rapporti tra Cina e Stati Uniti.

E’ di una manciata di giorni fa la notizia che gli Stati Uniti hanno innalzato la bandiera della libertà in Rete dopo che Google aveva denunciato un attacco ai suoi server da parte di hacker cinesi sostenuti da Pechino e dai manager del motore di ricerca concorrente Baidu. Posizione ipocrita quella di Washington, visto che negli ultimi tre lustri il governo degli Stati Uniti ha ripetutamente provato a mettere sotto controllo Internet.

 Echelon non è stata infatti solo una distopica leggenda metropolitana per fare bei film, ma una pratica politica e poliziesca abbastanza diffusa prima di essere abbandonata a causa delle mobilitazione di mediattivisti e ricercatori. Poi è arrivata l’era della guerra al terrore e il signor George W. Bush ha fatto approvare dal Congresso una legislazione antiterrorismo che consentiva di riprendere il lavoro di monitoraggio e schedatura della rete. Allo stesso tempo, Washington e il suo rappresentante dentro il Wto sono stati i protagonisti di tutte le norme e leggi a difesa della proprietà intellettuale, che significa diritto proprietà delle imprese sulla conoscenza sans phrase prodotta da uomini e donne.

L’impegno degli Stati Uniti nel difendere lo status quo nella rete significa la difesa delle sue imprese high-tech. Il conflitto che la vede opposta alla Cina non va letto, come sembra prospettare l’intervento di Luca, un conflitto tra un capitalismo feroce, ma che ha visto anche la presenza di Black Panther, Malcolm X, il mouvement, la rivolta di Seattle e un paese retto da un governo dispotico che fa alleanze con altri governi autoritari (l’Iran di Ahmadhinejad) e con qualche caudillo latinoamericano per esportare il suo modello di società e mettere sotto chiave la rete, come è accaduto a Teheran durante le proteste dell’onda verde. La Cina è una forma specifica di capitalismo. C’è un’amara ironia della storia in quello che è accaduto a Pechino. Se la tradizione comunista ha proposto la formula «capitalismo di stato governato dal partito» per consentire la transizione al socialismo, nella Cina questo significa solamente un capitalismo governato dal partito e niente più. D’altronde a Pechino l’ideologia dominante è una sorta di miscela tra confucianesimo, nazionalismo e volontà di potenza che incontra forti resistenze tra sudditi che non vogliono più essere tali. La retorica del dispotismo orientale è solo un’immagine statica che non aiuta a comprendere i conflitti che attraversano la società cinese. Leggendo le brevi e pur importanti corrispondenze di Paolo dal Do dalla Cina emerge infatti un paese che è passato da una economia pianificata a una economia liberista in un così breve tempo che oramai tanto nelle zone speciali che nelle grandi metropoli vi è una composizione sociale che non differisce di molto da quella che possiamo sperimentare negli Stati Uniti o in Europa.

Il tanto decantato G2 altro non è che la relazione tra due volontà di potenza e due modelli specifici di capitalismo. E questo vale anche per la Rete. Anzi, nel paese della Grande Muraglia stiamo già assistendo al dispiegarsi di quella convergenza tecnologica tra telecomunicazioni, informatica, industria discografica, cinematografica che altrove stenta a decollare. E tuttavia è dubbio che lo spostamento del baricentro del capitalismo dagli Stati Uniti alla Cina sia così lineare e scontato.

Prendiamo nuovamente Internet. La Rete è innovazione permanente, dunque investimenti in ricerca e sviluppo. E’ indubbio che Pechino stia investendo moltissimo nella formazione e in alcuni settori della computer science, dai microprocessori ai linguaggi di programmazione, dalla robotica all’intelligenza artificiale. Un autore che la miopia dell’industria editoriale italiana non ha ancora tradotto, Andrew Ross, ha scritto cose interessanti su come le università cinesi stiano cambiando radicalmente e di come la percentuale di “lavoro cognitivo” sia cresciuta a ritmi impensabili in Europa e negli Stati Uniti. Ma questo non coincide con la perdita di egemonia da parte degli Stati Uniti nell’high-tech. Lo scontro tra Pechino, Google e il suo «governo amico» di Barack Obama va inteso come risposta statunitense nel riaffermare la sua egemonia su questo, ripeto, settore produttivo strategico. Dunque, non abbiamo un paese, gli Usa, che domina il mondo solo grazie al suo potentissimo esercito: siamo di fronte a una realtà economica e produttiva certo in crisi, ma ancora non al suo declino. Ogni parallelo con episodi del passato può essere fuorviante, ma sono già tre volte che gli Stati Uniti sono stati descritti come un paese in declino e poi abbiamo avuto Internet, la Rete. E già per quanto riguarda le biotecnologie, le recenti scelte di Obama di far ripartire la ricerca su alcune tematiche di frontiera come le staminali vanno intese come la volontà di far leva sui centri di eccellenza statunitensi. Gli Stati Uniti sono un paese che si è sempre avvantaggiato dalla circolazione dei cervelli: e quando ha individuato gruppi di lavoro o singoli innovativi sulla ricerca di base li ha semplicemente comprati. Pratica che è continuata anche nel periodo nero dell'era Bush, quando ricercatori cinesi, russi,  indiani sono stati pagati per spostarsi negli States. Questo ha garantito un’eccellente ricerca scientifica, che al pari della superiorità delle armi e dell’accesso alle fonti energetiche consente di avere un’egemonia planetaria.

E noi, che stiamo cercando la via di fuga da questi due modelli di società cosa facciamo? La nostra ricerca per affermare il comune non prevede scorciatoie, ma un lungo e faticoso percorso, sapendo che nella Rete abbiamo un luogo dove produrre la nostra vision delle relazioni sociali, ma siamo altrettanto consapevoli che gli unici alleati che abbiamo in questo sono i mediattivisti, la cooperazione sociale che cerca di sfuggire al regime del lavoro salariato, i migranti che usano la rete per esercitare il loro diritto alla fuga e alla libertà.

Nel film Avatar viene magnificamente illustrata una concezione romantica del comune. La nostra concezione è però più ambiziosa. Può essere empatica con «madre terra» senza smettere di  essere  materialistica, perché cerca nei rapporti sociali la soluzione dei problemi.

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