Reddito e lotta politica

Commento sulle ultime dichiarazioni del ministro del Lavoro Giuliano Poletti

3 / 2 / 2016

Siamo seri: una proposta di reddito fatta dal ministro Giuliano Poletti, ed in generale dal governo Renzi, non poteva che essere un grande bluff, se non una vera e propria provocazione. Abbiamo in parte già evidenziato la cultura economica e politica che orienta l’operato dell’ex presidente di Lega Coop, sottolineandone il ruolo specifico nella formazione di quella nuova élite dirigenziale, diretta espressione della governance finanziaria contemporanea, che negli ultimi anni si è costituita come blocco di potere.

Mancano dunque le condizioni oggettive perché in Italia ci sia in questo momento non tanto una proposta governativa, quanto un dibattito politico sulla questione del reddito che abbia minimamente le caratteristiche dell’universalismo e della sottrazione di milioni di persone dalla povertà e dal ricatto sociale. Ci sono delle importanti anomalie, che si configurano a livello locale, prima tra tutte la campagna sulla legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito, che è partita ufficialmente in Campania lo scorso ottobre. Si tratta di un percorso interessante, perché nasce dall’attivazione di tante realtà di base che da anni lottano contro la precarietà e perché non cede il passo ad un mero octroyées istituzionale, ma che difficilmente si presenta come clonabile in altri contesti o riproducibile su scala nazionale. La stessa proposta di reddito di cittadinanza presentata dal Movimento 5 Stelle, nonostante alcune palesi contraddizioni che riguardavano in particolare un’idea monoetnica di cittadinanza, presentava spunti di natura più avanzata rispetto all’ipotesi governativa.

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Il problema non è solo numerico, riguardante cioè la quantità di milioni di euro da stanziare per sostenere finanziariamente le misure (600 per il 2016, un miliardo per l’anno successivo), le cifre individuali del sostegno (si parla di 320 euro) ed il numero di soggetti coinvolti (circa un milione di persone).  La dimensione quantitativa della proposta è subordinata al suo carattere di parzialità e categorialità, come spiega bene Roberto Ciccarelli su Il Manifesto[1]. In realtà è stato lo stesso Poletti a chiarire i criteri della misura, nell’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica lo scorso 1 febbraio. Il ministro non parla, infatti, di reddito, ma di “sostegno per l’inclusione attiva”, condizionando la possibilità di riceverlo alla stipulazione di una sorta di “patto con lo Stato” che prevede l’obbligo di “mandare i figli a scuola, formarsi e, se gli sarà offerto un lavoro, accettarlo”. Il provvedimento rispecchia in pieno i principi del workfare, che vincolano i benefici di una prestazione sociale all’obbligo di partecipare a programmi di ricerca o reinserimento coatto nel mondo del lavoro. Il passaggio dal sistema di welfare redistributivo a modelli di workfare, che in Europa avviene dalla metà degli anni Ottanta, in Italia ha avuto l’aggravante di un taglio indiscriminato di qualsiasi forma di sussidiarietà indiretta, oltre che di un depauperamento fiscale per le fasce socialmente più deboli della popolazione.

Che gli anni della crisi abbiano prodotto in Italia una vera e propria “emergenza sociale”, dovuta a un impoverimento diffuso che ha avuto caratteristiche più massificate che in altri Paesi dell’Unione Europea, non è affare che scopriamo oggi. Il problema sostanziale consiste che qui, come altrove e forse più di altrove, si è fatta largo negli ultimi anni una grammatica del potere volta a costruire dispositivi di accettazione della povertà. Dispositivi che s’insinuano visceralmente all’interno del rapporto tra capitale e bios, rompendo ogni mediazione e tentando di annientare qualsiasi forma di contrattazione sociale. Questo lo abbiamo visto nell’attacco fatto dal governo Renzi al diritto all’abitare, con l’aumento imponente degli sgomberi di case occupate attraverso l’utilizzo della forza pubblica e con la non volontà di aprire una trattativa politica sulla questione. Ma lo stiamo vedendo, in forme forse ancora più palesi, nelle tante vertenze che in questo momento attraversano il mondo della grande distribuzione in diverse parti del Paese. La vicenda di Grisignano di Zocco, in provincia di Vicenza, ed il licenziamento indiscriminato di 70 facchini impiegati ai magazzini del Prix, è tra le più emblematiche in tal senso, perché dimostra chiaramente come il ricatto sia il nuovo paradigma di un rapporto sociale di produzione totalmente sbilanciato a favore del capitale. Tutto questo avviene spesso con la connivenza dei sindacati confederali, il cui ruolo è, di fatto, esautorato dalla fine delle forme tradizionali della contrattazione. Rimangono i corpi: corpi che bloccano magazzini e strade, che resistono alle cariche della polizia, che occupano stabilimenti e resistono per giorni ai tentativi di sgombero, come sta accadendo per le lavoratrici del centro riciclo Nek di Monselice.

E’ dalla consapevolezza di essere entrati definitivamente in una nuova fase delle relazioni sociali nel nostro Paese che bisognerebbe trattare la questione del reddito. Il tema della redistribuzione della ricchezza eccede in questo momento qualsiasi forma di vertenzialità sociale pura, proprio perché interroga nel profondo la trasformazione dei rapporti tra capitale e bios e, di conseguenza, tra elites e moltitudine. La rottura della mediazione di questi rapporti determina la necessità di investire direttamente il piano della lotta politica sia rispetto alla questione del reddito, sia rispetto alle lotte sociali in generale. Un piano che passa sempre più dalla costruzione di potere costituente e di istituzioni del comune, più che dalla sperimentazione di nuove formule legate alla rappresentanza all’interno dei poteri costituiti.



[1] R. Ciccarelli, La bufala del reddito minimo e la realtà dei poveri in Italia, Il Manifesto , 2 febbraio 2016

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