“Questa è la nostra vita, il nostro tempo la nostra città”

di Luca Tornatore

1 / 8 / 2010

Dalle Casematte di Collemaggio si gode di una bella vista della città de L'Aquila.

Una vita comune, condivisa, scorre liberamente fra alberi e prati, tra locali e viottoli dove si incontrano e si salutano volti che forse non conosci, ma che certamente riconosci: dalla stessa voglia allegra di costruire, di condividere, di pensare ciò che è comune e di goderne insieme negli spazi sgomberati dalle macerie con le libere carriole variopinte.

Sono una bella vista e un bel clima quelli di Collemaggio. Le Casematte del Comitato 3e32 sorgono nel parco occupato dell'ex ospedale psichiatrico: un campo autogestito che si sottrasse al DICOMAC, la "Direzione di Comando e Controllo”, che normava la vita delle tendopoli e di tutto il territorio con una minuzia di particolari che nemmeno i maiali di 1984 avrebbero saputo raggiungere: tutto ciò che consegue o alimenta la naturale attitudine umana alla socialità, all'incontro, alla condivisione e alla comunità era vietato, impedito, soffocato.

Il sisma fece crollare le strutture architettoniche e produttive che, come ovunque nelle metropoli, imponevano questa stessa normazione sulla struttura sociale. In assenza delle prime, il comando e controllo sulla seconda ridiventò nudo e tanto crudamente militare quanto è nella sua natura essere.

All'imposizione della ricostruzione con i meccanismi della shock economy come schema di riferimento normale in cui inscrivere la vita collettiva de L'Aquila, rispondono il Comitato 3e32 e l'Assemblea Cittadina determinati a riappropiarsi “di uno spazio di socialità, della voglia di stare insieme, di metterci in gioco, di riprendere in mano il nostro destino”.

A chi impone la gerarchizzazione feroce delle decisioni e delle scelte viene risposto con assemblee aperte  e orizzontali e una proposta articolata di introduzione della partecipazione nei processi amministrativi locali. All'imposizione della Protezione Civile s.p.a. come soggetto demiurgo e inavvicinabile viene risposto con le carriole colorate e con il presidio permanente nella piazza liberata dalle libere carriole degli aquilani.

All'imposizione di  un centro di comando e controllo gli aquilani rispondono con l'autodeterminazione delle CaseMatte: “Questa è la nostra vita, il nostro tempo la nostra città” avverte con semplicità uno striscione nella piazza di Collemaggio.

Il sisma creò una crepa nelle mura che rinchiudevano e dividevano gli individui,  mostrando la prospettiva di una comunità che poteva divenire, che può ripensare le vie della città perché non servano solamente a condurre gli abitanti al lavoro, e le piazze perché non servano solo da vetrina per il consumo. Una prospettiva del tutto anormale, se si considera lo svolgersi della vita urbana in qualsiasi metropoli o cittadina dove queste brecce non si sono aperte nei muri, nei regolamenti, nelle menti.

Dall'ospedale psichiatrico di Trieste – un posto del tutto simile alle CaseMatte – Basaglia scriveva  “Lo psicopatico è soprattutto diverso in quanto mette in discussione i fondamenti della norma”, dove “l'abnorme continua ad essere riferito all'infrazione di uno schema di valori che viene accettato come naturale e irriducibile, ma come qualcosa di relativo al sistema sociale di cui l'individuo fa parte”.

A stare qui, tra gli aquilani che hanno smesso dalle loro menti il grembiulino mentale del comando e controllo, ci si sente parimenti matti, folli, psicopatici. Salta addosso la voglia di costruire ovunque CaseMatte, di essere tutti aquilani.

Quasi ci si potrebbe dimenticare che Collemaggio non è tutta L'Aquila. Però basta spostarsi di poco per sbattere contro vicoli e piazze con ancora cumuli di macerie. Quelli che le libere carriole tentano di liberare a costo di diventare prigioniere: capita persino di imbattersi nel verbale, firmato da un Vice Questore Aggiunto, con il quale si notifica il sequestro di una carriola “di colore blu e cerchio ruota di colore viola”.

Pochi passi e il desiderio si infrange contro barriere di transenne che perimetrano oggi quella pochissima città possibile, tenendo prigioniera la tanta città invisibile popolata solamente da palazzi puntellati dalle orbite vuote, muti e deserti. Uno scenario da post fine-di-mondo, senza vita apparente, senza l'umano che ne abbia cura, senza comunità.

Una città che sta pur sempre e per sempre negli occhi degli aquilani che danno vita a Collemaggio – io non rido e non dimentico, scrivono sulle loro bandiere – e che bruciano del desiderio di contagiarne anche quella loro città segregata.

Lo stesso desiderio che è l'anima della grande tenda comune nella piazza del Duomo – liberata dalle macerie dagli stessi aquilani – che è la casa comune dell'Assemblea Cittadina.

Un grande striscione accoglie chi viene: “Riprendiamoci la Città”.

Il 29 sera capitiamo nel mezzo di una assemblea straordinaria (normalmente si riunisce il mercoledì e la domenica). La sera precedente Berlusconi ha annunciato che rievoca a sé – e quindi a Bertolaso – la ricostruzione a causa della manifesta incapacità delle istituzioni locali. Le quali da mesi non hanno potuto agire, essendo senza fondi, ma che nemmeno hanno costruito un percorso di rivendicazione e di partecipazione. La protezione civile non può  formalmente occuparsi di ricostruzione, e si profila una ennesima torsione arbitraria e opaca di ogni diritto e di ogni norma.

L'assemblea dibatte a lungo, ma il senso della decisione sta nelle parole: “continuiamo il nostro percorso: saremo pronti a respingere delle logiche in controtendenza assoluta e inaccettabili rispetto al percorso che stiamo faticosamente facendo come cittadini. Ci siamo riappropriati anche di un nostro spazio di socialità, di una nostra voglia di stare insieme, di metterci in gioco, di riprendere in mano il nostro destino. Nessuno ce lo può togliere”.

Del resto, la risposta è già pronta: “Riprendiamoci la città”.

La notte del 31 una grande festa dei folli liberati inonderà la città per tutta la notte. Più di 200 artisti – giocolieri, musicisti, cantanti,  dj – si sono messi gratuitamente a disposizione per “illuminare le ombre che si addensano sul nostro futuro per attendere l'alba di un nuovo giorno che vogliamo costruire insieme”.

Una notte totalmente autofinanziata ed organizzata, strappata al comando e controllo dalla volontà libera degli aquilani.

“Gli abitanti di questo territorio” – continua il testo che viene letto in tutte le piazze – “possono e devono progettare autonomamente il loro futuro, ma hanno bisogno di regole chiare e fondi certi. Imposizioni governative sulla ricostruzione, mai accadute per gli altri terremoti, sono un atteggiamento neo-coloniale intollerabile che nasconde prossime speculazioni sulle nostre vite. Tutti abbiamo perso molto, ma non la DIGNITÀ. Tutta la città ha dimostrato di saperla difendere con orgoglio. Se sarà necessario agiremo con forme di lotte ancora più dure e determinate. Non lasciamo il nostro futuro in mano ad altri.

Lunghi applausi accolgono la lettura di questo appello in tutte le piazze che davvero questa notte esondano di vita, di volti, di entusiasmi. L'eco vibrante dei balli e dei canti assomiglia tanto al segnale di un terremoto per il potere.

Non resta che costruire ovunque le nostre CaseMatte.

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Casematte Collemaggio - Intervista a Mattia Lolli


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Fotografie di Simona Granati

Eva: ecovillaggio autocostruito. Foto di Simona Granati

Notte bianca


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