Quello che il nuovo governo non farà

Nessun cambiamento si profila all’orizzonte

11 / 9 / 2019

La formazione del nuovo governo e l’addio di Salvini al Viminale sta generando aspettative favorevoli affinché sul tema legato ai migranti vi sia una inversione di rotta rispetto alle politiche razziste e discriminatorie del governo giallo verde. E’ evidente come coloro che avallano questo tipo di lettura saranno presto destinati a ricredersi.
In primo luogo va ricordato come i decreti sicurezza che hanno generato la fobia del migrante siano ben tre e non due (poi convertiti in legge), il primo a firma di Minniti (PD) dal quale ha avuto la genesi la criminalizzazione delle ONG e la parallela riduzione dei diritti dei richiedenti protezione internazionale con l’abolizione della possibilità di fare ricorso in appello ed altri provvedimenti discriminatori (per un approfondimento della legge Minniti clicca qui).

La nomina a Ministro del prefetto di Milano Luciana Lamorgese, già capo di gabinetto di Angelino Alfano, sembra più una figura nelle corde dei provvedimenti appena citati e poco probabilmente segnerà una discontinuità con le politiche precedenti. La scelta volontaria di mettere un ministro “tecnico” agli interni fondamentalmente ha la funzione di congelare la situazione a leggi fatte, lo ha fatto capire da subito il ministro dichiarando che “anche questo esecutivo mantiene una posizione di fermezza contro gli sforzi dei salvataggi di civili”, lavandosi le mani della questione legata alla nave Alan Kurdi, abbandonata a se stessa con il divieto di sbarcare nonostante a bordo la situazione sia sempre più emergenziale.

La linea legalitaria del PD è ben chiara, si riscontra quotidianamente in tutti quei Comuni che attuano il primo decreto Salvini negando la residenza ai richiedenti asilo, nonostante la sua evidenza anticostituzionale (clicca qui per leggere la sentenza). Il refrain è sempre lo stesso: “anche non condividendola del tutto se la legge dice una cosa devo applicarla”. Su questa posizione si è già attestata il nuovo ministro, ovvero porti chiusi, e nessuna reale volontà di cambiamento.
In fondo l’altra metà del governo è stata firmataria dei due decreti Salvini (clicca qui per un approfondimento sul decreto Salvini) e da questa sponda come dall’altra non c’è da aspettarsi nulla.
Basta leggere le poche generiche righe che il nuovo programma di governo dedica all’argomento per capirne le direttrici future:

“È indispensabile promuovere una forte risposta europea, soprattutto riformando il Regolamento di Dublino, al problema della gestione dei flussi migratori, superando una logica puramente emergenziale a vantaggio di un approccio strutturale, che affronti la questione nel suo complesso, anche attraverso la definizione di una organica normativa che persegua la lotta al traffico illegale di persone e all’immigrazione clandestina, ma che – nello stesso tempo – affronti i temi dell’integrazione. La disciplina in materia di sicurezza dovrà essere rivisitata, alla luce delle recenti osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica”.

Riformare il regolamento Dublino senza dire come farlo evidenzia la genericità del programma, ma la lettura di questa prima dichiarazione è il solito riferimento ad un coinvolgimento europeo attraverso la fallimentare politica della “relocation”.
Siamo anni luce lontani da dichiarazioni che invochino la libertà di movimento all’interno di tutto il territorio europeo cosa di cui si ha estrema necessità.

La definizione di “lotta al traffico illegale” è fortemente inquinata da tutta la propaganda Minniti-Salvini contro le ONG, tanto che questo acronimo è diventato un aggettivo dispregiativo, oramai si parla univocamente di “navi delle ONG” senza per nulla analizzare le profonde diversità e motivazioni che ci sono tra i vari equipaggi. Tra pochi giorni partirà il processo co-innescato dall’ex ministro Minniti contro la Jugend Rettet una delle più interessanti espressioni di autorganizzazione degli ultimi anni che tra il 2016 e 2017 ha compiuto ben 14.000 salvataggi.
La paventata modifica al decreto sicurezza bis in base alle osservazioni del Presidente della Repubblica, fondamentalmente, è uno specchietto per le allodole poiché i punti evidenziati da Mattarella non mettono in discussione la sostanza del decreto, ma soltanto dei dettagli inerenti all’importo delle multe da infliggere alle ONG ed altri dettagli tecnici.
Come è evidente, sia le politiche che il programma di governo sono fortemente intossicate da anni di propaganda razzista, che non solo ha generato un diritto differenziato per i migranti (chiaramente con meno diritti), ma anche un clima di odio e apartheid che quotidianamente si manifesta nei social e nella vita di tutti i giorni come i due casi di questi giorni, a Cosenza dove un bambino nordafricano è stato picchiato per aver sfiorato una carrozzina, e ad Ancona dove una ragazza con un bambino è stata insultata gravemente per aver occupato il posto per disabili. I due episodi sono sintomatici di un sentire comune generato dalle politiche xenofobe di questi ultimi anni e che nulla promettono di buono.

A tutto questo fa riscontro una situazione esplosiva che riguarda molti migranti presenti sul territorio nazionale: i tre decreti sopracitati hanno prodotto migliaia di persone senza documenti togliendo loro ogni possibilità lavorativa e di vita dignitosa. L’unico provvedimento utile che potrebbe fare oggi un governo saggio è quello di una sanatoria generalizzata che regolarizzi tutti, ma è l’unica cosa che certamente non farà.

In tutto ciò manca sempre la voce più importante, ovvero quella di coloro che pagano sulla propria pelle i giochi politici ed i compromessi. Nell’immaginario generale i migranti sono spesso senza voce e a volte senza corpo, l’idea è che si possa continuare un tiro al bersaglio senza mai pagarne le conseguenze.
Fortunatamente invece dei focolai, che ci piacerebbe chiamare di rivolta, si sono accesi in diverse parte d’Italia ed in diverse forme, la manifestazione nazionale a Roma del novembre 2018 ha evidenziato innumerevoli lotte di resistenza in atto. Alcune sentenze poi hanno dimostrato come spesso le leggi partorite dagli ultimi governi siano anticostituzionali o ingiuste, ma al di là delle corrette battaglie condotte nelle aule giudiziarie è dovere di tutti coloro che non si riconoscono in questi provvedimenti creare un corpo sociale capace di combatterli.

I governi degli ultimi anni sono stati semi uno dell’altro, incapaci di attuare vere politiche di accoglienza ma molto attenti ad utilizzare una falsa emergenza per campagne discriminatorie, focolai di odio per propri scopi politici/elettorali oltre ad avallare qualsiasi comportamento e linguaggio fascista del Salvini di turno.
È evidente come il nostro Paese si sia radicalmente spostato a destra in risposta ad un grande disagio sociale e ad una crescente instabilità economica che non accenna in tempi brevi ad attenuarsi vista la mancanza di vere politiche di welfare e sul lavoro, e l’incessante taglio ai servizi. È chiaro che i "giallorossi" (sic!) non saranno di certo il governo del cambiamento, ma l’unico cambiamento ipotizzabile dovrà costruirsi in autonomia a partire dalla rivendicazione degli stessi diritti per tutti e tutte.

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