Qatar-gate: il “marcio” dell’Unione Europea è quello del capitalismo

22 / 12 / 2022

“C’è del marcio in Danimarca” è una famosa frase dall’Amleto di William Shakespeare che può essere parafrasata, non senza una certa ironia, per definire lo scandalo del Qatar-gate che tanto clamore sta suscitando a livello mediatico: c’è del marcio nell’Unione Europea. La cosa non ci stupisce: il capitalismo e le sue istituzioni hanno nella corruzione un suo elemento connaturato.

Molte sono le considerazioni che si possono fare rispetto a questa ennesima vicenda di corruzione. La prima fra tutte è che essa ha colpito il cuore della cosiddetta “sinistra” che occupa le poltrone dell’emiciclo di Strasburgo: grazie a cospicue tangenti queste persone hanno fatto pressioni sullo stesso Parlamento europeo per modificare in positivo l’immagine del Qatar in particolare sul tema dei diritti umani. Ottenere una sorta di legittimazione e riconoscimento politico “democratico”, favorire gli interessi economici, gli scambi commerciali: è così che agiva questo “partito” trans-nazionale degli affari.

Dopo i primi accertamenti la cosa si è allargata anche al Marocco, e qui l’obiettivo era perfettamente in linea con i dettami del neocolonialismo: ottenere la ratifica dello sfruttamento delle risorse (i fosfati, una sorta di “oro bianco”) nel Sahara occidentale, ovviamente a scapito della popolazione locale dei Saharawi. Così come accade in ogni parte del mondo, in Africa, Asia, America Latina da parte delle multinazionali estrattiviste e di governi complici e corrotti.

Crolla, sebbene ce ne sia mai stato uno, il mito dell’Europa “democratica” e questo episodio segna inesorabilmente il disfacimento delle istituzioni europee, svelando il vero volto di una democrazia occidentale del tutto asservita all’ideologia neo-liberista. Estrattivismo, risorse umane e naturali, gas, petrolio, dominio sulla vita: una nuova accumulazione originaria marchiata, come nella stessa accumulazione originaria analizzata da Marx ed Engels, «da sangue, fuoco e violenza».

Al di là delle considerazioni politiche sul ruolo dell’Unione Europea che ben conosciamo colpiscono le immagini della enorme quantità di denaro che riempiono case e valigie di politici corrotti, mentre da anni milioni di europee ed europei vivono stritolati dalla morsa del debito e dell’austerity. Dalla vice-presidente del Parlamento Eva Kaili, da 30 anni nel PASOK, ad Antonio Panzieri, già nella direzione nazionale dei DS e dal 2017 ai vertici di Articolo 1, senza dimenticare altri esponenti meno noti che ruotano attorno al gruppo parlamentare dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici e che avevano il controllo di importanti Ong, tra cui No Peace Without Justic e Fight Impunity: insomma una galassia composta da chi, sulla carta, avrebbe avuto il compito di difendere diritti e dignità delle persone.

“Vizi privati, virtù pubbliche”, così diceva Adam Smith, uno dei padri fondatori de liberismo classico: l’arricchimento personale, guadagnare, fare profitti porta un giovamento e benessere all’intera società. Un inno all’individualismo possessivo e proprietario, al mercato e alla concorrenza generalizzata. Ma qui lasciamo la parola alla critica corrosiva dell’economia politica classica da parte di Marx. Certo, è curioso come questo individualismo possessivo riecheggi, seppur in forme nuove e mutate, nell’attuale ordine neoliberista, con il concetto dell’imprenditore di sé stesso, del “capitale umano”: la competizione di tutti contro tutti, denaro e potere contro ogni etica sociale e senso del comune.

Non può che indignare la squallida ipocrisia di coloro che a parole difendono i diritti dei più deboli e prendono denaro proprio da quegli Stati e apparati che sistematicamente li violano. Ma il punto non è solo questo. È chiaro che questa Europa è morta come progetto politico e il suo disfacimento, la corruzione che la attraversa dimostra la fine della democrazia rappresentativa e dello stato di diritto, la sua trasformazione in potere oligarchico e tecno-burocratico.

Non si tratta solo di “questione morale”: questo aspetto fa riflettere sulla rimozione organica di qualsiasi idea di “bene comune” che dovrebbe orientare la politica e la sua sostituzione con l’interesse privato. Interessi multinazionali, profitto, potere e denaro, privatizzazione dei beni comuni, interessi lobbistici e personali: altro che vizi privati e virtù pubbliche!

Come diceva Marx nei Manoscritti economico-filosofici del 1844: «il denaro è il grande mediatore, la potenza che regola il rapporto che l’uomo ha con sé stesso e con gli altri. Mediante il denaro l’uomo ha la capacità di trasformare tutte le sue deficienze nel loro contrario». Tale assunto si è rivelato assolutamente vero nelle dinamiche delle società odierne, in cui gli esseri umani ritengono che il denaro consenta loro di acquistare ogni cosa: oggetti, sentimenti, persone, potere, sia pubblico che privato.

Ma, sosteneva Machiavelli, l’antagonismo popolare, la lotta delle classi subalterne, del “basso contro l’alto” è l’unica vera garanzia per una repubblica realmente democratica, l’antidoto contro la “corruzione dei principi”.

Nel modo di produzione capitalistico, la corruzione non è una deviazione malsana, una mela marcia in un corpo sano, ma si iscrive strutturalmente nella sua stessa genesi storica, nel suo processo di sviluppo, fino alle estreme conseguenze che vediamo nel capitalismo contemporaneo: la sussunzione della vita nel suo complesso dentro i meccanismi della valorizzazione. Le uniche volte che il Capitale - modo di produzione estremamente flessibile, mobile, capace di volta in volta di adattarsi alle crisi trasformandole in nuovi processi di accumulazione - ha manifestato aspetti “progressivi” è quando è stato costretto dalle lotte di classe e dai rapporti di forza. Senza queste, il Capitale rivela sempre il suo volto più feroce e reazionario, le sue caratteristiche di grande corruttore.

È necessario dunque porre con sempre maggior forza il problema della rivoluzione, della trasformazione radicale, qui ed ora, rispetto alle forme di vita, di organizzazione, soprattutto dopo il fallimento di ogni ipotesi riformista e socialdemocratica. Cosi come è necessario ripensare l’Europa, o per meglio dire lo spazio politico in cui viviamo e cerchiamo di sperimentare forme nuove di lotta e di vita. Importanti le suggestioni che provengono dalla Rojava sul confederalismo democratico, non tanto come modello o schema astratto, ma nella pregnanza di concetti di autonomia territoriale, autodeterminazione, decostruzione dello stato, delle gerarchie, del dominio patriarcale.

Come costruire le nuove istituzioni del Comune è tutto da inventare a partire dai nostri territori, ma embrioni di questo processo già sono visibili in ciò che pratichiamo nelle nostre lotte, in ciò che facciamo, seppure in forma ancora parziale, tra molti errori, ma anche con tante piccole-grandi conquiste.

Utopia? Forse, ma non certo nel senso teologico e messianico, come qualcosa che viene spostata sempre nel futuro, che non si realizza mai. Piuttosto, utopia concreta, nel significato ad essa dato da un marxista non ortodosso, Ernst Block: «stimolo ad agire, creare, immaginare fin da subito un mondo nuovo per la nostra vita».

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