Public history wars Episodio III: Il ritorno degli storici

10 / 2 / 2020

Il terzo di quattro “episodi” sull’uso pubblico della storia in Italia, scritti da Nicolaj Kurubov, che prendono le mosse da alcune riflessioni fatte in occasione della morte di Giampaolo Pansa in merito al “lato oscuro” della divulgazione storica, diventato negli anni un vero e proprio modo di essere.

 In una galassia sempre lontana lontana dalla decenza, gli ultimi storici hanno l’opportunità di reagire all’attacco dei “grandi giornalisti” e comparire frequentemente in televisione, ma devono imparare a comunicare con il resto della popolazione senza farla morire di sonno.

Negli ultimi anni le condizioni in cui il “pansismo” ha prosperato hanno iniziato a venir meno. Non certo dal punto di vista politico, ma da quello puramente culturale. Ovvero gli storici sono sempre in condizione di inferiorità, ma non sono più esclusi dai mass media come lo erano nel 2003.

A cambiare le regole del gioco è stata la stessa evoluzione del mercato dell’intrattenimento, con la moltiplicazione dei canali televisivi e quindi con la nascita di canali il cui palinsesto è interamente dedicato alla storia (soprattutto History Channel e Rai Storia). Questo ha voluto dire che da alcune ore a settimana dedicate alla narrazione del passato e solitamente monopolio di giornalisti “specializzati” in storia (principalmente Giovanni Minoli e Paolo Mieli), si è arrivati a trasmissioni che vanno in onda tutti i giorni. Di qui la necessità del mercato di coinvolgere i tanto vituperati “storici professionali”, anzi li si è andati proprio a cercare e si è fatto il possibile per trasformarli in efficaci divulgatori televisivi.

Inutile dire che i nostri eroi non erano stati affatto preparati al compito dall’habitat in cui erano vissuti sino a quel momento, cioè l’università italiana. Vi è un interessante libro di Sara Zanatta, “Tutto fa storia. Analisi di un genere televisivo” (edito da Carrocci nel 2017) che ripercorre le vicende della storia in TV. Il testo riporta in maniera assai puntuale i giudizi in merito alla mancanza di «qualsiasi capacità di divulgazione» della scuola storiografica italiana formulati fin dagli anni Ottanta e divenuti all’inizio degli anni Dieci (fondata) diffidenza da parte di chi doveva selezionare programmi televisivi.

La cosa non era affatto un problema per History Channel che propone al pubblico italiano prodotti statunitensi. Altra cosa invece Rai Storia, che ha invece il compito di narrare la storia del paese e di fornire al pubblico prodotti propri.

Tra i programmi di questo canale vale la pena di prendere in considerazione quello che è forse il più noto: “Il tempo e la storia”, andato in onda dal 2013 al 2017 con puntate sui 40/45 minuti (più brevi nell’ultimo anno) trasmesse alle 13.10 su Rai Tre e alle 20.35 su Rai Storia. Il totale ogni stagione aveva intorno alle 160 puntate sui più vari argomenti in merito alla storia del mondo, con particolare attenzione a quella italiana. Uno sforzo notevole per la Rai, che scelse un format completamente nuovo, «in netta rottura con l’estetica imperante della storia-persona» come ha scritto Sara Zanatta.

Ogni puntata de “Il tempo e la storia” aveva un tema trattato da un ospite, uno storico, nel corso di un dialogo con il conduttore. Il dialogo era intervallato da alcuni filmati che riassumono o mostrano i fatti, lasciando generalmente allo storico il compito di interpretarli o di approfondirli. A volte le immagini erano tratte da documentari datati e il dialogo in studio era l’occasione per puntualizzare, correggere o integrare sulla base delle ricerche più recenti. Un modo semplice e chiaro per mostrare come la narrazione storica sia in continua evoluzione e le interpretazioni si modifichino con l’andare del tempo.

Con “Il tempo e la storia” il pubblico Rai ha avuto finalmente l’occasione di vedere in faccia tutti i giorni e per di più in una fascia oraria destinata al grande pubblico gli “storici professionisti”, i famosi “mentitori” additati da Pansa e da altri “grandi giornalisti” al pubblico disprezzo. Ha anche avuto modo di accorgersi che si tratta di persone con interpretazioni, ideali e visioni del mondo molto diversi, non di una specie di “spectre” comunista (anzi non mancano le voci francamente reazionarie).

Ma la figura più interessante e più innovativa è stata proprio il conduttore della trasmissione: Massimo Bernardini. Finalmente ad occuparsi di divulgazione storica sugli schermi italiani era un giornalista che voleva fare il proprio mestiere in maniera onesta e dignitosa. Ovvero non si sostituiva agli storici, ma li aiutava ad essere chiari, a farsi capire dal pubblico con le sue domande da “asino curioso”, come lui stesso si è definito. Dopo i Montanelli, i Minoli, i Mieli e i Pansa cose come la curiosità intellettuale, i documenti, le diverse interpretazioni storiografiche sono tornate in televisione. Bernardini non è un rivoluzionario (anzi, voci bene informate lo danno vicino a Comunione e Liberazione), ma il suo approccio alla divulgazione storica è stato una rivoluzione per la Tv italiana e il pubblico ha apprezzato.

Uno degli storici con cui ha interagito al meglio e con il quale ha confezionato alcune delle puntate più belle sulla storia contemporanea italiana è stato Giovanni De Luna, autore di alcuni dei migliori saggi su antifascismo e resistenza, bollato da Pansa come “gendarme della memoria” per aver osato criticare i suoi libri. Vale la pena di ricordare quella dedicata a “Tre storie di fede e resistenza” del 2015, che riuscì a riassumere e ad adattare al piccolo schermo i contenuti del libro di De Luna “La resistenza perfetta”, edito lo stesso anno. Il testo è un saggio che si legge come un romanzo, ripercorre le vicende di un pezzo importante della lotta di liberazione in Piemonte a partire dal diario di Leletta d’Isola, un’adolescente figlia di una famiglia nobile che ospita nel proprio castello il comando della formazione garibaldina guidata da Pompeo Colajanni, il comandante Barbato. Sulla scena compaiono un po' tutte le anime della resistenza: preti di paese, contadini, nobili monarchici, intellettuali di Giustizia e Libertà e militanti comunisti, tutti riportati ad una dimensione profondamente umana fatta di contraddizioni, sacrificio, amori e violenza. La narrazione di De Luna riesce ad essere sempre complessa e documentata, ma al tempo stesso lineare e avvincente. Un racconto né retorico né settario, che restituisce la lotta partigiana alla sua dimensione di memoria comune non della “Nazione” (come pretende Cazzullo) ma di tutti gli uomini e le donne che in questo paese non intendono chinare la testa davanti alla barbarie, pur rimando profondamente diversi per interessi di classe, ideali e visioni del mondo. Il miglior simbolo di questa fratellanza nella diversità è la scelta di Leletta di festeggiare la liberazione con il fazzoletto rosso al collo, lei cattolica e monarchica, in segno di gratitudine ai tanti garibaldini caduti.

Il libro di De Luna è uno diversi testi interessanti usciti negli ultimi anni, tra tutti vale la pena di ricordare la pubblicazione del 2014 di “Storie di Gap. Terrorismo urbano e resistenza” di Santo Peli, già autore nel 2004 di “La resistenza in Italia. Storia e critica”. Ma il libro di De Luna colpisce per la facilità di lettura, per la volontà di raccontare la storia attraverso una serie di storie individuali intrecciate tra loro come in una serie Tv, cosa che rende la sua restituzione televisiva a “Il tempo e la storia” particolarmente efficace. Sarebbe interessante a questo punto capire se la frequentazione costante del mezzo televisivo ha aiutato lo storico ad essere più attento alla dimensione narrativa a ragionare, ricercare e scrivere dando al momento della restituzione al grande pubblico il peso che merita. Perché la capacità di essere divulgativi non nasce da una serie di artifici ma una forma mentis che si acquisisce praticandola.

Nella stagione 2016-2017 la conduzione de “Il tempo e la storia” è passata a Michela Ponzani, una storica trentottenne autrice nel 2012 del saggio “Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, 'amanti del nemico' 1940-45” e curatrice dell’autobiografia di Rosario Bentivegna, il comandante dei GAP romani: “Senza fare di necessità virtù”. La Ponzani se l'è cavata bene, pur senza essere brillante nella conduzione come Bernardini. Non l'ha aiutata la pessima scelta di regia di metterla in scena dietro ad una scrivania, elemento che rimanda ad un’immagine più “ingessata” e “professorale”.

Bernardini al contrario si muoveva in una splendida scenografia virtuale fatta di immagini, in cui l’unico elemento di arredamento era il divano su cui si accomodava lo storico. Un allestimento che rafforzava la capacità del giornalista di impostare il dialogo con l'ospite come una chiacchierata colta ma informale. Balza agli occhi la libertà con cui Bernardini si muoveva nello spazio dello studio televisivo: stava in piedi, faceva alcuni passi, si sedeva. I suoi movimenti erano sempre misurati ma al tempo stesso disinvolti. Confinata dietro la sua scrivania, Michela Ponzani poteva invece solo alzarsi in piedi o sedersi, la sua possibilità di “dominare lo spazio” era quindi assai più ridotta e di conseguenza lo era anche la sua possibilità di trasmettere disinvoltura.

Non so a chi vada attribuita la scelta di introdurre la scrivania, ma il risultato di fatto è stato quello di limitare l’espressività corporea della conduttrice, come se il corpo di una donna che parla di storia in televisione (argomento di quasi monopolio maschile) debba sempre restare nascosto/protetto da un elemento che rimanda all’ambiente scolastico o comunque ad una dimensione istituzionale e formale.

Una giovane storica antifascista non poteva certo condurre un programma di tale impatto senza essere attaccata duramente, Giuseppe Vatinno su “Affari italiani” l’ha addirittura accusata di condurre un “continuo attacco alla storia italiana recente”.

 “Il tempo e la storia” condotta dalla Ponziani infatti mandato in onda alcune coraggiose puntate in cui sono stati apertamente messi in discussione alcuni pilastri del nazionalismo italiano, come ad esempio quella dedicata al mito degli “Italiani brava gente” con Filippo Focardi, autore de “Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale”. Chi prima di lei ci aveva provato aveva visto la propria opera condannata alla damnatio memoriae, come gli autori del documentario “Meja, guerre di confine”, una ben documentata ed equilibrata esposizione delle vicende del litorale alto adriatico (cioè Trieste, Istria, ecc.) che la Rai trasmette coraggiosamente ogni 10 febbraio… alle 2 del mattino.

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