Prosegue la telenovela della Valdastico

L'accordo tra Veneto e Trentino apre alla realizzazione dell'opera

25 / 8 / 2016

La lunga telenovela Valdastico ha ricominciato una nuova stagione. 
Se ne parla di nuovo, se ne parla con l'amaro in bocca; quell'amaro tipico di chi vede calarsi dall'alto qualcosa che conosce solo a metà, o non conosce affatto. Oppure è consapevole di ciò che sta accadendo, ma viene goffamente smentito da istituzioni che esaltano e improvvisano fatiscenti sproloqui su democrazia e trasparenza decisionale. 
La stagione precedente sembrava concludersi con un sospiro di sollievo. "Questa Valdastico non s'ha da fare" gongolava il presidente della provincia di Trento Ugo Rossi, arrogandosi meriti che non si era conquistato. Il Presidente aveva messo in piazza un ridicolo teatrino tragicomico, una sorta di Simposio moderno, dove i tavoli decisionali si sono popolati di maschere, ambiguità, scambi di ruolo, teorie false presentate per vere e vere camuffate da false. 
Per quanto ci si possa soffermare con tutta la dovuta calma sui dialoghi di Platone, altrettanto tempo non c'è per la tragedia firmata dal Governo Renzi. Una tragedia sia per la bizzarra cornice drammaturgica che la sta accompagnando, ma anche - e soprattutto - per le conseguenze che porterebbe appresso l'oramai imminente via  libera. 
Opera appartenente al “gran raccoglitore” dello Sblocca Italia - decreto legge del 2014 che ha aperto alla cementificazione selvaggia ed al saccheggio dei territori - questo nuovo atto vede i protagonisti riuniti attorno al tavolo del CIPE che non discutono di Filosofia dell'Eros, bensì approvano piani di investimento infrastrutturali, dal valore di diversi miliardi di euro. Investimenti che vanno di pari passo con l'aggiornamento del Contratto di Programma RFI, includendo - rispetto al 2015 - nuove risorse nette che arrivano a sfiorare i nove miliardi per lo sviluppo dell'alta velocità/capacità e l'apertura dei valichi.
Ingenti investimenti del tutto pretestuosi e clientelari. Ne è dimostrazione, tra i tanti esempi, l'avvio immediato del quarto lotto del Terzo Valico sancito dal Comitato Interministeriale:  oltre che dannoso all'ambiente e alle comunità circostanti, la sua utilità è stata completamente sbugiardata dai dati. Nel primo semestre del 2016 infatti il traffico nel porto di Genova è calato del 2,9% e i container rimangono a quota + zero.
Fragile come un castello di carte è anche la trasparenza nelle gare di appalto, che ha visto nel mese di luglio 40 arresti e numerose perquisizioni per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, intestazione fittizia di beni e società. Nonostante il GIP non abbia convalidato l'arresto, rimane comunque indagato Giuseppe Galati, esponente di ALA (fondato, tra una vicenda giudiziaria e l'altra, da Verdini), partito alleato con il PD nelle ultime amministrative, in città come Napoli e Cosenza.
Ingombranti illeciti penali a parte, se questa fittizia necessità di sviluppo del trasporto su rotaia potesse trovarsi in linea con la rinomata e discutibile "Cura del Ferro" osannata da  Delrio, più controversa sarebbe la spinta per la fantomatica Pi.Ru.Bi, appellativo derivante dalle iniziali dei tre politici democristiani, Piccoli, Rumor e Bisaglia, che premevano fortemente per la realizzazione del collegamento stradale già dalla fine degli anni Sessanta. Alla faccia dell'innovazione! Opere anacronistiche che non sono assolutamente conciliabili nè con le richieste di mercato nè con la necessità di riduzione del traffico. 
L'unica conciliabilità la troviamo con l'indole al malaffare, al clientelismo politico e alla schizofrenia di partiti e istituzioni.
C’è da perdersi come in un ballo in maschera, in un labirinto strategico in cui da una parte la provincia di Trento si schiera di facciata per il “no categorico” all'autostrada, ma sembrerebbe, ed effettivamente si mostra, molto più aperta alla discussione nel caso in cui il tracciato in questione non fosse soggetto a pedaggio. 
La confusione può pervadere nel momento in cui ci si attiene alle ragioni trentine del “no”, motivate da principi di sostenibilità ambientale e scelte di mobilità che puntano alla ferrovia. Ancora più confusionario è il mancato nesso tra sviluppo del TAV e devastazioni ambientali, moltiplicate a livello esponenziale rispetto alla mera autostrada.
E' in questa ambiguità che sguazza il Partito Democratico. Se i corrispondenti nazionali e veneti si fregano le mani pensando alla realizzazione del corridoio, la sezione trentina gioca al ruolo del disertore,  organizzando serate pseudo-informative in cui si schiera a spada tratta contro l'autostrada, sostenendo invece la sostenibilità del trasporto ad alta velocità (che, a seconda della convenienza, si trasforma in alta capacità). 
Escludendo quindi la questione etico - ambientale come variabile vincolante del “no”, per rendere più chiare le posizioni istituzionali è necessario soffermarsi su altri aspetti.
I veri timori dei sedicenti ambientalisti trentini si nascondono nel rischio concreto di perdere, essendo la Provincia socia della A22, i pedaggi dei veicoli provenienti da est nel tratto Verona-Trento, che taglierebbero per la nuova via, nettamente più breve.
Scompare così dai documenti successivi ogni riferimento alla parola "autostrada", sostituta da un neutralissimo "corridoio di interconnessione" che piace ad entrambi i fronti. E' ormai chiaro infatti che l'accordo tra le due regioni sia arrivato, tanto che il tratto tra Piovene Rocchette e il territorio trentino - che sarà sempre a pedaggio - è già alle porte, mentre per il collegamento successivo si dovrà elaborare un ulteriore progetto.
Brindano intanto gli azionisti dell'A4 Holding per l'ottenuta concessione. Scorreranno soprattutto fiumi di sangria, dato che il colosso spagnolo Abertis, con l'acquisto del 54,7% del mercato azionario della società autostradale, compirà la sua entrata trionfale in territorio italiano. 
Un accordo che non tiene assolutamente conto né dell'esigenze della comunità né tantomeno delle caratteristiche dei territori, totalmente inadatti - per la morfologia che li caratterizza - ad ospitare un'opera di tali tipologie e dimensioni. 
Rimane da chiedersi, inoltre, se il nuovo tratto che si andrebbe a costruire sarà - come è stato per la desertica Valdastico Sud - il cappotto di ulteriori tonnellate di rifiuti tossici provenienti da acciaierie o da chissà quali altri complessi industriali, non molto propensi alle prassi comuni di smaltimento delle scorie.
Staremo a vedere, ma quello che è certo, in questo mare di ambiguità, è che non saremo spettatori passivi.
La politica del laissez -faire non appartiene a chi ama e lotta per difendere i territori.

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