Politiche monetarie, stagnazione e movimenti

La nuova manovra espansiva della Bce nell'attuale contesto di "stagnazione secolare". Analisi ed antidoti "di movimento"

12 / 3 / 2016

Una manovra che ha stupito molti analisti ed osservatori economici, quella della Bce, che giovedì 11 marzo ha ulteriormente tagliato i tassi relativi al costo del denaro ed implementato le misure di Quantitative Easing. L’acquisto mensile di titoli di Stato passerà infatti, a partire da aprile, da 60 ad 80 miliardi di euro. Nello specifico il pacchetto di provvedimenti riguarda il sistema bancario, che con l’azzeramento del cosiddetto refinancing rate, dà possibilità alle banche sia di accedere gratuitamente ai fondi della Bce, sia di usufruire della riduzione del tasso di depositi presso l’Eurotower dal -0,30 al -0,40.

Al di là delle cifre, è innegabile che la “linea Draghi” si attesti su politiche monetarie sempre più espansive, inaugurate dalle prime misure di QE avvenute nel marzo dello scorso anno, che, a detta del presidente della Bce, favorirebbero la ripresa dell’inflazione ed un nuovo ciclo di crescita economica. E’ altresì innegabile come queste manovre tentino di mettere al riparo il sistema bancario europeo, dimostratosi più fragile del previsto durante lo scoppio della nuova bolla finanziaria globale, da ulteriori attacchi speculativi.

La reazione delle borse europee alla manovra è stata abbastanza schizofrenica. La prima giornata è stata caratterizzata da molta incertezza, mentre nella seconda c’è stato immediatamente un tentativo di recupero che si è concluso con la chiusura positiva di tutte le borse, trascinate soprattutto dai titoli bancari (Milano + 4,8%, Francoforte +3,51%, Parigi +3,27%, Londra + 1,71%). In generale, nonostante l’euforia di ieri, gli operatori economico-finanziari sembrano ancora scettici sull’effettiva efficacia del pacchetto tenendo presente la scarsa incidenza che le politiche di QE hanno avuto sull’economia reale nel corso dell’ultimo anno. Gli stessi analisti, anche quelli tendenzialmente più ottimisti, non si sbilanciano rispetto al fatto che le banche europee possano davvero esercitare un ruolo di cinghia di trasmissione tra le politiche monetarie espansive e l’economia reale, come espresso da Maximilian Cellino ed Andrea Franceschi sul Sole 24 ore. Se volessimo tracciare un trend europeo, rispetto alle reazioni di borsa di questi ultimi due giorni, è abbastanza palese che, soprattutto rispetto al mercato dei debiti sovrani, i Paesi meno virtuosi dell’area Euro guardano la manovra con maggiore ottimismo, con lo spread BTP-Bund che si arrocca a 107 punti, scendendo di oltre il 7%, i bonos spagnoli che arrivano a guadagnare fino a 16 punti base ed i titoli di Stato portoghesi che fanno un enorme balzo in avanti.

Nel dibattito che ha preceduto e seguito la decisione della Bce si conferma una netta linea di demarcazione tra le due anime che stanno polarizzando il liberismo europeo contemporaneo. Quella di Mario Draghi e degli attuali vertici della Bce che hanno incoraggiato, attraverso l’immissione di massa monetaria nei mercati europei, le spinte centrifughe della governance finanziaria, attraverso il drenaggio multipolare della liquidità garantita dall’acquisto dei bond. Quella degli ordoliberali tedeschi, capeggiati da Jens Weidmann, Presidente della Deutsche Bundesbank e definito dalla stampa teutonica e non solo “l’anti-Draghi”, che hanno radici teoriche ancorate nella costante ricerca di un ordine istituzionale all’interno del libero mercato. L’Europa “a spinta tedesca” rappresenta per loro il vettore, politico ed economico, per allineare dall’alto le linee di taglio della spesa pubblica e di pareggio di bilancio all’interno dell’Unione Europea, al fine di favorire un bacino omogeneo di nuova accumulazione per il capitale, basato sulla massa di beni e servizi dismessi dal Welfare statale.

Nessuno dei due “fronti” è portatore di elementi di discontinuità rispetto agli assetti determinatisi nella fase di ristrutturazione del capitale dentro la crisi sistemica, all’interno dei quali, la finanza ha completamente sussunto l’economia. Questo è dimostrato dal fatto che l’elemento del contendere riguarda la gestione delle politiche monetarie, le quali garantiscono alla governance finanziaria la capacità di riprodurre se stessa, trovando sempre nuovi ambiti di accumulazione, di valorizzazione e di flusso di capitali. Le politiche fiscali, che hanno esautorato da tempo il loro ruolo redistributore, sono sempre più subordinate rispetto a quelle monetarie, diventando mero terreno d’applicazione degli interessi della rendita, sia rispetto alla riduzione del costo del lavoro, nella tassazione d’impresa, sia relativamente alla gestione del debito pubblico, degli Stati o degli enti locali.

Il contesto, all’interno del quale la scontro tra Draghi ed anti-Draghi si attua, non è solamente quello della terza bolla finanziaria scoppiata dal 2007, ma è quello in cui la crisi sta assumendo sempre più le caratteristiche di una “stagnazione secolare”. Su questo concetto diversi economisti si stanno confrontando da alcuni anni, con la difficoltà di applicare una categoria propria del tempo lungo dell’età moderna in un contesto, quello contemporaneo, caratterizzato da mutazioni continue e repentine. Infatti, la teoria della “stagnazione secolare”, per la prima volta utilizzata dall’economista statunitense Alvin Hansen nella seconda metà degli anni Trenta per spiegare gli effetti della Grande Depressione[1], è stata ripresa da Larry Summers, già Segretario al Tesoro degli Stati Uniti e Direttore del Consiglio Nazionale dell’Economia, durante un convegno del Fondo Monetario Internazionale, svoltosi nel novembre del 2013, e confermata in un articolo recentemente apparso su Foreign Affairs (trad. it qui). Summers fonda la sua analisi sul fatto che la crisi del 2007, generata dall’eccessivo indebitamento privato e da una disoccupazione rimasta per diversi decenni al di sopra del suo livello naturale, ha messo in atto una serie di politiche monetarie espansive, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, che non hanno inciso in termini di ripresa economica, ma hanno aumentato ciclicamente il rischio di bolle speculative.

Prima di Summers altri economisti hanno letto la crisi in atto come l’inizio di una lunga fase di stasi. Tra questi va menzionato Thomas Palley, che nel 2012 si scagliava contro la finanziarizzazione, adducendo ad essa la responsabilità di aver mascherato la caduta del saggio di profitto dell’economia globale durante gli anni Ottanta e Novanta, fortificando successivamente, con l’inizio della crisi, la propria rendita di posizione proprio grazie alla crescita lenta[2]. Si tratta, sempre secondo Palley, del fallimento più eclatante del neoliberismo che non ha, però, segnato la sua fine, ma anzi ne ha aumentato la capacità di permeare le politiche economiche globali.


Le politiche monetarie espansive rappresentano quindi uno dei principali strumenti, da parte del capitale finanziario, di rigenerarsi dentro una fase in cui crescita lenta e cicliche bolle speculative sono in una stretta relazione dialettica. Ovviamente tutto questo è tarato in un contesto di scarsa mobilitazione sociale e politica, in grado di imprimere dal basso trasformazioni radicali allo status quo. Ne consegue che i movimenti, su scala globale, rappresentano il solo elemento che possa rompere la riproduzione continua dei processi governati dalle élites e, di fatto, l’unico antidoto a questa fase di stallo economico continuativo.

E’ necessario quindi trovare, dopo la fine di un ciclo legato alle lotte europee contro l’austerità, culminato con la grande manifestazione di Francoforte avvenuta lo scorso 18 marzo, nuove parole d’ordine e nuove forme di espressione moltitudinaria che riescano ad impattare una situazione in cui la stagnazione economica si intreccia sempre di più con la contrazione dei diritti e con la formazione di nuovi assetti di potere, in chiave post-democratica. Assetti che vedono riemergere il carattere neo-coloniale della guerra globale, in cui gli interessi strategici del capitale estrattivo vengono celati dietro la retorica della lotta al terrorismo fondamentalista. Le forme di biopotere che si determinano in questo quadro spingono il comando verso una terrificante “guerra all’umano”, come quella compiuta sui migranti che dall’Africa o dall’Asia tentano di muoversi verso l’Europa. Sulla pelle di centinaia di migliaia di persone in fuga ed in cerca di una vita dignitosa, il capitale pone le basi del proprio dominio di classe contemporaneo, costruendo una nuova concorrenzialità tra sfruttati centrata sull’elemento etnico e restituendo allo Stato nazione la propria sovranità militare nel controllo e nella gestione delle frontiere.

Probabilmente è proprio su questi temi che i movimenti devono provare a costruire un lessico politico che superi i tradizionali cliché antirazzisti, proprio perché individuano un nuovo paradigma di azione del capitale sul bios. Sovvertire la guerra all’umano, i nuovi conflitti etnici intra-classisti significa porre le basi per nuove forme di ricomposizione sociale e politica ed allo stesso tempo per confederare e generalizzare i tanti conflitti, frammentati nella loro dimensione territoriale e settoriale, che caratterizzano la società.

Per questa ragione la giornata del 3 aprile lanciata da “Agire nella crisi – confederare autonomie”, all’interno della quale i movimenti provenienti da diverse parti d’Europa hanno annunciato di violare il confine italo-austiaco, assume un’importanza strategica fondamentale. Bisogna agire dal basso, subito, contro qualsiasi ipotesi che impedisca la libera circolazione delle persone e non solo per incarnare lo spirito di un nuovo “umanitarismo” sociale, ma perché è combattendo contro “la guerra all’umano” che possiamo lanciare una nuova sfida per destituire le élites europee e la governance finanziaria.



[1] Per approfondire si veda: Alvin Hansen, “Economic Progress and Declining Population Growth”, in American Economic Review, 1939, a.29, n.1, pp. 1-15. oppure Benjamin Higgins, "Concepts and Criteria of Secular Stagnation," in Lloyd Metzler, ed.Income, employment and public policy: essays in honor of Alvin H. Hansen (Norton, 1964), pp 82 e seg.

 

[2] Thomas I. Palley, From Financial Crisis to Stagnation (Cambridge University Press, 2012)

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