Perché il vento non si fermi***

Roma: aprire il cantiere dell'alternativa

19 / 7 / 2011

È passato solo un mese dai referendum in cui ventisette milioni di italiani hanno impedito la privatizzazione dell'acqua e respinto nuovamente il nucleare, dalle elezioni amministrative che hanno visto il successo di candidati coraggiosi, tutt'altro che «moderati». Eppure sembra sia passato un secolo, meglio, a leggere con attenzione le cronache politiche ed economiche delle ultime due settimane, sembra evidente che al «vento del cambiamento» stia succedendo il vento di sempre, quel freddo autunnale che porta via dagli alberi le foglie migliori. Una primavera troppo corta per i sogni di chi, con le proprie lotte e con il proprio voto, ha cercato di imporre una trasformazione vera in un paese paralizzato.

Come interpretare diversamente l'intesa tra Cgil, Cisl e Uil e Confindustria che riforma la contrattazione mettendo all'angolo diritti e salari? E una finanziaria che, scritta in primo luogo dagli hedge fund e, in secondo, dalla Bce, decreta nuove privatizzazioni e tagli imponenti alla spesa sociale? Come le avvisaglie di governissimi o governi tecnici che al desiderio di cambiamento sostituiscono l'unità nazionale in nome della responsabilità?


In una scena così definita gli spazi della sperimentazione politica rischiano asfissia e marginalità. Ma proprio in un contesto di questo genere è realistico mettersi al lavoro per dare forza ad ipotesi nuove, ipotesi cresciute nella temperie dei movimenti sociali (dagli operai della Fiom agli studenti, dai migranti ai precari dello cultura) e della battaglia referendaria. Le cose accadute a partire dallo scorso autunno e le grandi affermazioni primaverili ci indicano che è questo il momento giusto per osare e mettere in campo sperimentazioni politiche non dimesse e con vocazione maggioritaria. E farlo, soprattutto, a partire dai territori, veri e propri protagonisti del vento di cambiamento che si è espresso con le elezioni amministrative.


Questo abbiamo messo a tema nella quattro giorni della DINAMOFEST, prima edizione di un festival che ambisce a diventare una piccola “istituzione politico-culturale” e che si è svolto dal 7 al 10 luglio presso la Città dell'Altra Economia di Roma. In particolare, sabato 9 luglio, in compagnia delle forze politiche dell'opposizione (Pd, Sel e Federazione della Sinistra), abbiamo discusso del futuro della Capitale, di come costruire un'alternativa alla catastrofe determinata dalla giunta Alemanno. Vogliamo brevemente ripercorrere i fili di quella discussione, per indicare un percorso di lavoro da fare con tanti e diversi, inclusivo e radicale nello stesso tempo.


Punto di partenza per una riflessione sincera e non rituale: l'alternativa alla destra non può avere il carattere di un “tuffo nel passato”. Il quindicennio di Rutelli e Veltroni è stato sicuramente periodo ricco di trasformazioni importanti, anche molto positive, ma quel modello ha già mostrato la corda, frantumato dalle concessioni senza fine alla rendita finanziaria e immobiliare. Non solo, c’è un dato che continua a sfuggire alla «casta»: il peggioramento delle condizioni materiali di larghe fasce della popolazione. Precarietà, disoccupazione, assenza dei servizi di base, crescita dei prezzi per i beni di prima necessità, rifiuti che debordano ormai in molti quartieri, trasporti inefficienti, nessun investimento per il sociale e la cultura, sono i problemi concreti con cui i cittadini devono giornalmente fare i conti. Per questo si tratta di tornare ad essere ambiziosi, di rilanciare, affinché si ridistribuisca ricchezza e si metta al centro un programma di innovazione che non può esimersi da una critica serrata del passato. Il connubio tra mattone e cultura, che ha qualificato l'impennata del Pil, ha portato con sé tante ombre con cui occorre fare i conti: un mattone sempre più vorace, basta pensare al Piano regolatore e alla cementificazione senza sosta oltre il Gra; una cultura schiava dei grandi eventi e incapace di farsi motore di cambiamento per le giovani generazioni e le periferie. Se oggi, nella grigia città di Alemanno, al mattone non si accompagna più la cultura, vuol dire che le cose vanno peggio, non che il meglio sia alle nostre spalle. Comprimere la rendita e promuovere un nuovo modello di sviluppo (urbanistico e culturale, oltre che produttivo), è il primo compito che spetta a chi vuole prendere sul serio il desiderio di cambiamento della primavera italiana.


Ma cosa significa promuovere un nuovo modello di sviluppo? Significa partire dal risultato dei referendum sull'acqua e sul nucleare, quei risultati che ci indicano la centralità politica e la potenziale egemonia culturale dei beni comuni. Laddove la rendita ci impone una città angusta, stretta nelle privatizzazioni, il tema dei beni comuni ci indica una terza via, oltre il binomio Stato/mercato: difendere la città pubblica significa immediatamente conquistarla alla democrazia e alla partecipazione. Dall'acqua al Cinema Palazzo o al Teatro Valle, un filo rosso tiene assieme queste battaglie: l'urgenza di riconsegnare all'uso comune ciò che è comune, sottraendolo a speculazione o abbandoni. Nel pieno della sfida sui beni comuni, poi, occorre immaginare un nuovo modello di welfare metropolitano che, a partire dalla difesa dei diritti acquisiti, valorizzi le sperimentazioni territoriali di autogoverno promosse dai soggetti esclusi dal vecchio patto sociale: giovani, studenti, precari e migranti. Un governo dei beni comuni, questo dovrebbe essere il governo della sinistra che batte Alemanno!


Come si fa tutto questo? Noi non abbiamo dubbi: partendo dal programma, mettendo assieme forze, idee, competenze che eccedono i perimetri dei partiti e delle coalizioni. Proponiamo di aprire da subito, a Roma, un cantiere per l'alternativa, un luogo che veda movimenti, associazioni e forze politiche discutere con pari dignità del futuro della città. Le primarie del programma, affinché quelle che scelgono il candidato sindaco non siano solo un fenomeno di superficie, ma raccolgano il desiderio di partecipazione che con inedita forza si è espresso in questi mesi. Partire dal programma e dai contenuti per sperimentare insieme una nuova stagione di democrazia, oltre la crisi della rappresentanza, per non far cessare il vento del cambiamento.


*** Andrea Alzetta (consigliere comunale Roma in Action), Luca Blasi (Laboratorio dell'altra città, IV Municipio), Giovanna Cavallo (Action), Cristiana Cortesi (consigliere X Municipio), Nunzio D’Erme (Action), Giuseppe De Marzo (A sud), Daniele De Meo (studente di Medicina – Sapienza), Luca De Simoni (Brancaleone), Marica Di Pierro (Cdca), Rino Fabiano (consigliere III Municipio), Guido Farinelli (San Lorenzo cambia, cambia San Lorenzo!), Laura Greco (A sud), Lucie Greyl (Cdca), Bartolo Mancuso (Action), Maria Mazzei (assessore politiche sociali X Municipio), Sandro Medici (Presidente X Municipio), Isabella Pinto (Anomalia Sapienza/UniCommon), Francesco Raparelli (Esc, atelier autogestito), Emiliano Viccaro (Horus Project), Stefano Zarlenga (Point Break, Studentato occupato)




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