Pensieri lungo la Senna

24 / 4 / 2012

Vorrei provare a dare uno sguardo alle elezioni francesi da un punto di vista interessato, e quindi per scelta parziale. Mi interessa capire che cosa indicano i risultati dal punto di vista della società, più che da quello della politica istituzionale. 

Cominciando dal primo dato: numero dei votanti attorno all’80%, tre punti sotto il 2007. Se pensiamo che questo è il tempo della massima sfiducia nei partiti e nelle istituzioni, che la disaffezione alla politica si accompagna al deficit di sovranità e di democrazia che oggi è palese in Europa, che dalla crisi non solo nessuno sa come uscirne ma anzi, le soluzioni sono peggiori del problema, beh alla fine questo dato è ancora più dirompente. Cosa significa? Che la gente, in Francia come in Italia e in tutta Europa, alla fine a votare ci va. E in massa. Non resta a casa quasi nessuno, e probabilmente coloro che avranno gridato i mesi prima che “a votare non ci vado, sono tutti uguali, etc.” saranno stati i primi, di buon mattino, ad infilare la scheda nell’urna. Ci piaccia o no, questa è la realtà. Questo è il comportamento della “classe” difronte alle elezioni nel pieno della delegittimazione del sistema della rappresentanza. Mi si dirà che gli apparati di cattura del consenso capaci di produrre opinione pubblica e di formare immaginari, sono potentissimi. Che la gente ci va perché ha paura, perché cerca qualcosa per uscire dalla crisi, perché l’hanno convinta, perché, perché, perché. Non me ne frega niente, o meglio, tutto molto interessante. Ma il dato di realtà, ciò che fanno tutti, milioni e milioni, la stragrande maggioranza delle persone in carne ed ossa, operai, impiegati, studenti, disoccupati, e quindi quel metaforico 99% a cui ci si riferisce sempre, è che votano. Da queste parti, in Europa, è così. Traduzione: la sfiducia e l’ostilità verso il sistema della rappresentanza non si traduce in un suo rifiuto da parte dei cittadini. Quindi potremmo anche dire che la crisi della rappresentanza genera molte cose nella società, nel rapporto con i partiti, come ad esempio la percezione diffusa della fine del loro ruolo di rappresentanza degli interessi sociali, ma al voto si va lo stesso. Ma dunque perché tutti vanno a votare?

E qui la seconda considerazione: ci vanno quando è in gioco un cambio di governo possibile. Cioè nessuno vota il partito per essere rappresentato in Parlamento, ma perché si schiera, o auspica di contribuire a far si che uno schieramento, vada al governo. La crisi della rappresentanza in questo caso è piena: nessuno crede più che con il diritto di Tribuna in Parlamento del proprio partitino, possa realmente cambiare qualcosa. Non ci credono nel dal basso del corpo elettorale, né dall’alto dei gruppi dirigenti.In questo senso è finito il parlamentarismo. La grande massa degli elettori vota per il governo, non per essere rappresentata.

Una riflessione la merita però anche il cosiddetto voto di protesta, il “voto della collera” come è stato definito in Francia. Differente, a destra e a sinistra, per qualità, prospettive e quantità. L’estrema destra fa il pieno di voti come non mai, con Marine Le Pen, come qui probabilmente lo farà Grillo. Le storie diverse di queste formazioni, non devono ingannare: è il populismo becero, tendenzialmente xenofobo e arrogante, che ha sia nella versione antieuropeista e nazionalista della Le Pen, sia nella versione tecnoqualunquista di Grillo, una matrice comune. E’ il populismo demagogico, quello di chi la spara più grossa, al quale già la Lega ci aveva abituato. I populismi hanno origini e carismi diversi, a seconda dell’aggregatore che li organizza, ma alla fine tendono ad incontrarsi tutti, e tutti sugli stessi punti: gli immigrati basta cacciarli, dall’euro basta uscire, l’europa basta che sia un campo di combattimento tra patrie o stati o visioni tecnologiche, e così via. Sarebbe un errore pensare che Marine Le Pen è più “nazista” di Grillo: sono e diverranno sempre più populisti di destra, e raccoglieranno consensi perché in questa chiave leggeranno la crisi. Ed è più facile oggi convincere con questi argomenti “il popolo”, che non con la solidarietà, la democrazia, il bene comune. La quantità di voti, come dimostra la Francia e dimostrerà l’Italia tra poco, è molto più alta verso queste formazioni che a sinistra.

O per dirla meglio: il populismo di sinistra, che pure caratterizza spesso la narrazione facilona costruita dalla propaganda per ricevere il voto, è troppo timido, ha troppi problemi di coscienza per sfondare: il complotto delle banche e della finanza sono discorsi che trovi a destra come a sinistra, ma se non ci aggiungi che gli zingari vanno cacciati dai quartieri, che i posti di lavoro devono essere riservati agli autoctoni, che gli immigrati portano le malattie etc, etc., le preferenze si orienteranno per il populismo più forte, più radicale, senza mediazioni. E questo riguarda le prospettive della polarizzazione a sinistra, de “la rive gauche”. Anche qui c’è una grande differenza con la destra. Melenchon, con il suo risultato inferiore a ciò che era stato previsto (addirittura doppiato da quel Front National che doveva battere) non ha potuto far altro che annunciare il suo sostegno, per il secondo turno, ad Hollande. Intanto perché parte di coloro che l’avevano votato, al secondo turno comunque voteranno contro Sarkozy. Il secondo motivo è che solo in coalizione ci sono chances. Invece la destra non ha di questi problemi. L’appello della Le Pen “ai patrioti di destra e di sinistra” rivela un disegno più complesso sull’interpretazione appunto del voto di protesta. Un disegno che dimostra come la prospettiva del populismo di destra possa contare su una maggiore ampiezza di percorso. E anche su una maggiore indipendenza da Sarkozy. Infatti la sconfitta di Sarkò non sarebbe poi così male per il FN, che diventerebbe il polo rinnovato sul quale riorganizzare una destra disintegrata dopo l’avventura fallimentare “dell’ungherese”.

Tutto questo che cosa ci dice, sempre da quel punto di vista parziale di cui sopra? Che ad esempio in questa fase la grande questione è come organizzare FUORI dalla dinamica e dalla finalità elettorale, un blocco sociale capace di leggere la crisi e affrontarla “da sinistra” senza cadere nel populismo. Assistiamo a tempi nei quali la vicenda elettorale viene utilizzata come motore per organizzare il soggetto sociale e politico. Ciò che accade in Francia e che si ripeterà probabilmente in Italia su quel versante, ci dimostra che invece il problema non si aggira: è fuori e prima che il soggetto politico e sociale deve prendere forma, organizzarsi attraverso processi che hanno al centro la capacità di esercitare una forza attraverso il conflitto contro la governace della crisi. E’ evidente che ciò che accadrà in Francia e in Germania, e tantopiù in Italia dal punto di vista delle elezioni, deve interessarci, ma potremo non esserne travolti o ubriacati solo se ancoriamo nella società reale e non solo in funzione delle elezioni, la costruzione di nuova soggettività.

Le elezioni, come fanno anche gli elettori, vanno prese per quello che sono: non vi sono rappresentabili interessi generali, non vi sono parlamenti in cui sperare di avere qualche posto per fare “da sponda alle lotte sociali”. Vi sono lotte sociali e governi, e si scontrano o  dialetizzano direttamente. Vi sono dinamiche di governance che possono incepparsi a causa di contraddizioni che rivelano diverse tendenze intercapitalistiche, di gestione della crisi. Se uno legge le dichiarazioni di questi giorni che il board del Fondo Monetario ha fatto uscire attaccando la conduzione tedesca delle politiche di austerity, comprende che non siamo in presenza di una granitica ed omogenea espressione di interessi comuni, quando parliamo della governance. Vi sono linee di tendenza diverse, che dipendono da molte questioni. Il FMI auspica l’introduzione degli Eurobond, la fine del rigorismo della Bundesbank, il ritorno a politiche monetarie espansive che invertano la recessione. E perché, forse che Madame Lagarde si è scoperta socialista? Semplicemente se l’Europa non è più in grado di acquistare merci americane e cinesi, costituisce un problema. Perché l’Europa non è solo la Germania che esporta. E quindi Hollande, paradossalmente, forse è più sostenuto che non avversato in questo momento, da una delle grandi centrali della governance globale che auspica un cambio in Europa, della politica imposta dalla Germania. 

Questi cambi, questi inceppamenti e fibrillazioni sulla dimensione del comando, a chi sta fuori possono far bene. Senza mai pensare che risolvano, in radice, i problemi. Solo una combinazione di molti fattori, fuori e dentro le istituzioni, e fuori e dentro l’Europa, possono determinare cicli di cambiamento, fasi di indebolimento della dinamica di controllo sui processi di crisi e quindi momenti di espansione dell’alternativa. Ma se non si consolidano nella società vittorie concrete, come ad esempio quella sull’articolo 18, sul salario e il reddito, non vi sarà nessun cambiamento per via elettorale. Soprattutto non vi sarà se si pensa di poter rappresentare per via elettorale, ciò che si muove fuori dai palazzi. Non è più possibile farlo, se mai lo è stato. Oggi chi sceglie di presentarsi alle elezioni, dovrebbe avere il coraggio di dire perché lo fa. E se ci racconta che è per uscire dalla Nato o nazionalizzare le banche, ci sta prendendo per il culo. Alla gente invece, quella vera, non la imbroglierà. Perché voteranno Grillo, che insieme all’uscita dall’euro propone la cacciata dei Rom. La prima non la otterrà mai, ma la seconda è sempre a portata di mano.

Da fuori possiamo e dobbiamo interloquire con chi sceglie di proporsi alle elezioni come alternativo a ciò che esiste ora. Ma senza tanti discorsi. Su questioni concrete. Come concreta è la constatazione che con il 2% dei voti, o il 4 non stai discutendo con niente, ma solo con qualcuno che ha il problema della rappresentanza propria. 

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