Parma - Valutazioni sul welfare a 5 stelle di Parma: parole chiave e “Vision” di mercato.

di Roberta Palmari e Clarissa Sant’ana de Lima

17 / 1 / 2013

Si sono conclusi, da un mese circa, gli incontri pubblici sul nuovo piano di welfare promossi dall’amministrazione 5 stelle: l’obiettivo dichiarato era quello di confrontarsi con i cittadini sulla situazione in cui versano i servizi sociali comunali e sugli obiettivi strategici da perseguire nel settore nei prossimi mesi; questione scottante, alla luce dell’attuale contesto economico/finanziario di crisi che fa inevitabilmente da sfondo alla programmazione di qualsiasi politica (locale e non).

Il ciclo di incontri rappresenta la tappa conclusiva di un percorso di confronto e condivisione con le diverse realtà che operano nel sociale circa la “Vision” (da notare il lessico manageriale) da adottare e le priorità da porsi nelle pratiche di intervento sociale sul territorio nei prossimi tempi.
La premessa, condivisibile, è il fallimento del modello su cui si è basata l’assistenza sociale dal dopoguerra ad oggi: un modello (incarnato ad esempio nella figura del “Comune Amico” a Parma) centrato sulla delega del disagio sociale a pochi “specialisti” del settore, il più delle volte privi delle risorse, materiali e non, necessarie ad affrontare la complessità di problematiche le risposte alle quali andrebbero cercate altrove, ossia nel luogo in cui le problematiche stesse vengono generate: la comunità.

“I problemi sociali sono problemi di tutti, non solo dei servizi” è il monito che l’assessore al Welfare, Laura Rossi, ha recitato come un mantra per tutta la durata degli incontri; occorre  ripensare l’assetto dei servizi sulla base di un nuovo paradigma teorico, quello del “welfare di comunità”. Il nuovo piano andrebbe quindi impostato su una logica circolare che veda coinvolto, oltre ai soggetti lineari “portatore di bisogno-istituzione”, anche il soggetto “comunità”, da cui ci si attenderebbe lo sviluppo un senso di RESPONSABILITA’ comunitario attraverso meccanismi quali il vicinato solidale, reti di prossimità, banche del tempo ecc.

Nuovo attore di welfare dovrebbe essere una comunità cosiddetta “competente”, in grado di farsi carico di se stessa senza dover correre da “mamma assistenza” non appena suoni la campanella del disagio. Insomma: i fondi scarseggiano, i servizi diminuiscono e ai cittadini viene chiesto di rimboccarsi le maniche per risolvere la situazione.
Ora, una prima obiezione è la seguente: non si capisce come le suddette dinamiche possano realizzarsi se calate dall’alto. Lo sviluppo di un senso di appartenenza alla comunità che possa suscitare sentimenti di solidarietà e responsabilizzare i cittadini non si ottiene certo con una richiesta formale da parte di un assessore.

Il racconto dell’assessore prosegue introducendo un’altra delle parole chiave del piano: RESTITUZIONE. Il cittadino che, per esempio, è assegnatario di un alloggio comunale per le varie sfortune della vita, dovrà effettuare lavori di manutenzione per il comune (non è chiaro se all’interno del proprio alloggio o se diventa mano d’opera a disposizione del comune) alleggerendo così il suo debito con la società e i servizi. In questa logica i diritti diventano come merci nel mercato del libero scambio, il portatore di diritto un debitore e la cosiddetta partecipazione attiva quasi una misura alternativa ad una sanzione penale.

La logica di mercato è sottesa anche nel significato di un’altra parola chiave del piano al welfare, la COMPARTECIPAZIONE ai costi per alcuni servizi. L’assessore dice: “Molte situazioni, come la disabilità, sono trasversali a tutti i ceti sociali. Chi ha un reddito adeguato deve contribuire ai servizi. Perché oggi non siamo più in grado di dare risposte a tutti”, trascurando in questo modo che i bisogni più complessi necessitano di risposte più complesse, mentre le prestazioni di base fornite dal sistema socio-sanitario si rivelano spesso carenti e solo parzialmente agevolate. Un partecipante, padre di una ragazza con problemi di disabilità, interviene criticando l’assessore in quanto costretto a spendere tutti i suoi risparmi in cure all’estero.

La giunta grillina non si rende conto che, anziché nascere, questo progetto sta scavando la propria fossa; invece che incoraggiare un orientamento generale all’alterità e al bene comune cerca di indurre i ceti medio-bassi al civismo, facendo leva sull’interiorizzato senso di colpa del debitore della vecchia logica di mercato. D’altronde i ceti alti, che hanno certamente più possibilità di intervenire, sono meno interessati a farlo, venendo quindi appena sfiorati dal dovere della compartecipazione. Infine vengono graziati come ad esempio dal rinnovo del 2013 degli investimenti comunali nelle cosiddette “scuole paritarie”.
Per concludere, rilanciamo all’amministrazione 5 stelle, come monito, alcune riflessioni di Robert Castel, sociologo e filosofo francese:
Adesso l’utente è il soggetto normale, però reso incapace poiché escluso dal mercato”
e soprattutto “il mercato per se stesso non è in grado di costruire coesione sociale”.

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