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Parma - Lottare a Parma: spazi sotto attacco e “new deal” della repressione

24 / 6 / 2013

Dopo lo sgombero dello spazio sociale autugestuto Sovescio di Marore, istituzioni e forze di polizia puntano il faro sugli altri spazi sociali della città di Parma.
Tre visite in due giorni segnano la cifra della nuova attenzione che le amministrazioni e le forze dell’ordine stanno concentrando su Casa Cantoniera e Art Lab, definendo una sorta di “new deal” della repressione attraverso il quale si vorrebbe interrompere l’attività di aggregazione e di produzione di dissenso dei luoghi che si sono affermati in città come catalizzatori del conflitto.
Già da qualche tempo ricorrono voci circa la vendita di Casa Cantoniera che fanno suonare un campanello d’allarme. Oggi la strategia della tensione messa in atto dalle forze di polizia definisce meglio il tenore dell’atteggiamento che i soggetti istituzionali intendono tenere nei confronti di chi produce forme più radicali di autodeterminazione e di critica.

Il metodo è noto: facendosi scudo del pretesto legalitario si inflazionano gli spazi di controlli, esposti e sanzioni; il disegno è già chiaro fin dalle prime pennellate: creare tensione dentro e fuori gli spazi per disgregare le soggettività da un lato e disincentivare le attività fonte di sostegno degli spazi dall’altro.
Il modo di agire la violenza delle istituzioni viaggia oggi su diversi e più subdoli livelli.

Anche quella economica è una forma di violenza.
In tutta Italia il movimento sta sperimentando un modello di violenza economica che si affianca ai classici strumenti di annullamento del dissenso cui fin qui siamo stati abituati, che vorrebbe fungere da deterrente rispetto all’azione ed alle pratiche della militanza attiva. Da Nord a Sud sembra che camionette e manganelli stiano cedendo il passo a PM e toghe, sostituendo gli estenuanti ed onerosi processi con più snelli e pratici provvedimenti amministrativi che oltre a mettere in ginocchio attivisti e spazi fanno cassetto per comuni ed erario.

Anche quella psicologica è una forma di violenza.
Lo dimostra la visita della polizia di stato di sabato sera in Casa Cantoniera, per la quale sei agenti di polizia hanno stazionato all’ingresso dello spazio di via Mantova per una quarantina di minuti dopo la richiesta chiusura delle attività in atto, pretendendo di identificare alcuni dei ragazzi accorsi al cancello attirati dall’arrivo delle autorità che già stavano raccogliendo gli estremi di uno degli attivisti.
Quello che è regolare amministrazione di un atto dovuto e senza dubbio sollecitato dal vicinato, si sarebbe potuto trasformare in un episodio sgradevole se non fosse stato per la capacità di mantenere la calma dei militanti di Casa Cantoniera, che non hanno fatto altro che frapporsi tra la polizia e i frequentatori dello spazio “intimoriti” dalla “fame” di documenti degli uomini in divisa che, perpetrando una buona mezz’ora di sfottò, hanno evidentemente tentato di innalzare il livello di tensione tra gli astanti esasperando gli animi fino a sfiorare il contatto con alcuni di essi.

Molte delle frasi pronunciate tra i canzonamenti a mezzo sorriso da tre dei sei agenti mi hanno colpito profondamente. Tra le altre, siamo stati tacciati di diffondere la cultura dell’odio nei confronti della polizia. Nel momento in cui i frequentatori di Casa Cantoniera sono accorsi al cancello (gran parte dietro l’enorme cancello), per controllare cosa stava accadendo, ci è stato chiesto in tono ironico se siamo noi a controllare l’operato delle forze dell’ordine.

Sul momento ho ritenuto opportune non rispondere alla provocazione, mordendomi la lingua a più riprese poiché era evidente il patetico tentativo di innalzare il livello dello scontro (anche verbale) per incassare una nuova denuncia.

In altre e improbabili circostanze mi sarebbe piaciuto far capire all’agente che noi attivisti “sovversivi” non abbiamo bisogno di alimentare alcuna cultura dell’odio fino a che non saranno la polizia e le forze dell’ordine in generale a scrollarsi di dosso il marchio dei violenti. Nella città del pestaggio di Bonsu, a due passi dalla Ferrara di Federico Aldrovandi sono le cortine fumose di omertà e menzogna montate ad arte da colleghi “complici e solidali” e le sentenze inique che lasciano a piede libero picchiatori e assassini in divisa a diffondere la cultura dell’odio. Fino a quando non ci saranno identificativi e fino a quando le telecamere della polizia serviranno solo ad identificare e non a documentare gli interventi degli agenti saremo noi, corpi in mezzo e telefonini alla mano, a controllare i controllori.

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