Parigi, 7 attentati in vari punti della città: colpiti teatro, ristoranti, stadio. Oltre 120 morti

14 / 11 / 2015

127 morti. Un centinaio di persone tenute in ostaggio dentro il teatro Bataclan. Raffiche di kalashnikov che si infrangono sui vetri e che colpiscono decine e decine di persone. Esplosioni e kamikaze che colpiscono Parigi. Per ore tutte le strade limitrofe agli attacchi sono state bloccate, i bar ed i locali hanno tirato giù le serrande invitando i loro clienti ad entrare. E’ la paura ciò che vogliono diffondere. Proprio a poche ore dalla notizia della liberazione di Sinjar dalle forze dello Stato Islamico, a Parigi si verificano sette attentati rivendicati tutti dalle cellule locali del Califfato. Sono stati colpiti luoghi pubblici nei quartieri dove era molto alta la presenza di civili: il X e l’XI arrondissement della capitale francese, nei quali si concentrano tantissime persone durante i fine settimana, e la zona dello stadio di Saint-Denis dove si teneva la partita amichevole della Francia contro la Germania.

Al contrario dell’attentato del 7 gennaio scorso contro la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, questa volta i fascisti islamici hanno deciso di prendere di mira degli obiettivi dove sapevano che avrebbero trovato delle persone: non bastava più attaccare uno dei simboli delle cosiddette “libertà occidentali”, un nemico politico per le posizioni contro l’islam. L’intenzione era e rimane tuttora quella di riportare una guerra dritta dentro l’Europa; una guerra non simulata, non limitata ad un attentato, ma esplosiva, continuata nel tempo. Perché solo di guerra possiamo parlare quando i target degli attentati non riguardano più soltanto dei luoghi politici o culturali: ristoranti, teatri, stadi, quei luoghi dove siamo abituati a fermarci. E come ogni guerra, oltre ad annientare il proprio nemico, deve seminare terrore.

La Francia, tramite la voce del suo Presidente Hollande, ha dichiarato lo stato di emergenza, con la chiusura di tutti i luoghi turistici della capitale francese ed il blocco totale delle frontiere; anche quelle aeree stanno iniziando a sospendere i voli. E’ la prima volta negli ultimi anni che sentiamo di un evento così devastante e pieno d’orrore. L’ultima volta che è stato dichiarato in Francia è avvenuto nel 2005 in maniera pretestuosa per la situazione di mobilitazione nelle banlieues. Questo stato dà enormi poteri al prefetto: interdizione della circolazione dei veicoli e delle persone, istituzione di zone dove il soggiorno delle persone deve essere regolamentato e la proibizione dell’accesso a quartieri e zone da parte di alcuni individui; è possibile controllare le emissioni radio, televisive e gli articoli della stampa, così come la definizione della giustizia militare per praticare delle perquisizioni. Le frontiere, sospendendo Shengen, sono state militarizzate e poste sotto sorveglianza speciale. Davanti allo stato di emergenza, non possiamo che affermare un punto fermo, cioè che la guerra dichiarata dall’ISIS non diventi una guerra etnica dentro l’Europa, non sia la scusa sulla quale si legittimano discriminazioni, soprusi, negazione dei diritti più basilari nei confronti degli immigrati cittadini francese da generazioni, nelle banlieues e nei quartieri popolari. Allo stesso modo, la chiusura delle frontiere non può essere l’effetto contrario dell’accoglienza, impedendo a chi scappa dalle guerre e dalla miseria, provocate dalla stessa organizzazione islamica che colpisce il cuore dell’Europa,  di trovare accoglienza in un Paese.

Quel che è chiaro, è il messaggio dello Stato Islamico, che dichiara violentemente la sua esistenza nonostante i successi bellici dei curdi in Medio Oriente.

Non sappiamo ancora tutte le notizie certe sui sopravvissuti o sugli assalitori. Quel che sappiamo è la reazione da avere: non possiamo sottostare al terrore che un fascismo vuole imporre, a scapito della libertà, dell’indipendenza e dell’autonomia. Tre parole che trovano cittadinanza nel progetto politico del Rojava in Siria, duramente attaccato dai miliziani dell’ISIS.

Ma sappiamo anche che sarebbe miope pensare che, giunti ad un tale livello del fenomeno, si possa risolvere il tutto soltanto con soluzioni militari, quando è di nuovo una frattura in seno alla società francese a parlare.

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