Padova - Ce n'est qu'un début.

Note a caldo sull'autunno trascorso e Padova Città Aperta.

18 / 12 / 2014

Apriamo alla discussione sull'esperimento laboratoriale che si è dato nella città veneta tra realtà e collettivi di movimento durante questo proficuo autunno.

Cosa significa vivere la città? E’ da questo interrogativo che nasce la nostra sperimentazione e la risposta tutta padovana di questo autunno al governo cittadino e nazionale. L’intreccio tra la dimensione locale e quella nazionale è infatti il cuore del laboratorio di Padova Città Aperta; uno spazio che è nato proprio nella congiuntura tra manifestazioni locali della governance renziana ed europea e particolarità territoriale, le quali da un certo punto di vista sono state delle intuizioni che successivamente hanno avuto un riversamento, nelle differenze di ogni città, in tutto il Paese. 

Una premessa basilare per comprendere i grandi momenti di piazza patavini di questi mesi è la forma dell’esistenza del laboratorio: non c’è mai stata “costituzione a freddo” tra soggetti e collettivi di movimento, ma confronto e contaminazione tra realtà politiche e singolarità che ha sempre voluto darsi un’espressione pubblica nella e per la mobilitazione sociale. Se veniamo da un’esperienza come questa, il motivo va ricercato nei percorsi politici che si sono aperti e che hanno dato i loro frutti, non certo nella pura necessità di sopravvivenza o nella mera formalità. Quali concetti e pratiche Padova Città Aperta è riuscita a mettere in moto? Quali sono state le contraddizioni intorno alle quali si è impostata la costruzione dell’autunno?

BITONCI, LE DESTRE E LA CRISI DEI GOVERNI LOCALI: IL DIRITTO ALLA CITTA’

A pochi mesi dalla vittoria del sindaco leghista, un settembre ricco di fermentazione nonostante l’assopimento tradizionale dell’estate è stato pronto a delegittimare l’operato del primo cittadino. Il casus belli delle ordinanze becere e assurde – con punte quasi ilari dovute ai loro contenuti normativi – ha subito individuato il nodo critico sotteso alle tecniche di governo di Bitonci: il tentativo di normare le vite ed i costumi della cittadinanza, oltre ad essere dichiaratamente xenofobo e razzista, nascondeva lo smantellamento totale delle infrastrutture e dei servizi municipali. La chiusura dello spazio urbano – come socialità e accesso ai diritti di cittadinanza - a talune forme di vita, imbrigliate nelle identità normative devianti, è stata tutta funzionale a ridisegnare la città proprio a partire dalla mancanza di risorse e di intelligenza amministrativa. La soluzione della Giunta, di conseguenza, è stata un’inclusione differenziale dei cittadini basata sulle categorie del giovane studente, del migrante o del mendicante, nella cornice della totale dismissione dei residui di welfare e della qualità della vita nei quartieri. In poche parole: Bitonci ha fatto un attacco diretto alla povertà, di nuovo e vecchio tipo. E il dispositivo retorico ed estetico su cui ha fatto leva è stato il concetto di degrado, parlando dunque direttamente delle condizioni biopolitiche di Padova, cadute nello stato di deterioramento a causa della presenza delle categorie dei soggetti fuori-norma, eccedenti l’ordine delle regole. La necessità della sicurezza, come da buon governo della modernità, non fa che rimandare al disciplinamento del corpo vivo cittadino. Tutto ciò senza risolvere in alcun modo le vere problematiche che portano a casi di sofferenza sociale estrema, derivanti appunto dalla mancanza di forme di tutela e garanzia per gli abitanti. 

Da questo punto di vista quello che è stato chiamato il “laboratorio Padova” ha anticipato una tendenza nazionale – ed europea - delle nuove destre: la produzione di discorso pubblico sulla povertà immediatamente rivolta all’esclusione e all’elevazione di una cittadinanza “italica”, tradizionalmente miope nel criticare in maniera radicale i meccanismi che stanno alla base della disuguaglianza e dell' ingiustizia nella ridistribuzione della ricchezza socialmente prodotta.

A partire da questa profonda comprensione, le grandissime assemblee di settembre hanno convocato il corteo del 29, partecipato da migliaia di persone, sulla rivendicazione del diritto alla città. Ben sapendo la direzione di matrice discriminatoria della nuova Giunta, tutti quei corpi scesi in piazza erano consapevoli che il vero degrado è costituito dalla mancanza di reddito indiretto, dalla casa all’assistenza sociale, di un lavoro dignitoso e dal deserto culturale che stava investendo Padova, tra la mancanza di eventi per le giovani generazioni e la carenza di luoghi di socialità e aggregazione. Del resto, tutti gli altri momenti pubblici che sono stati convocati hanno attratto soprattutto giovanissimi e lavoratori perlopiù migranti; una convergenza che non possiamo dire essere casuale, visto che l’opposizione alle politiche comunali e alla precarietà formale (Jobs Act e Buona Scuola) sono sempre state parallele. 

VERSO IL #14N: E’ TEMPO DI SCIOPERO SOCIALE!

All’interno di questo quadro politico, e con un portato di mobilitazione settembrina, ha preso vita Padova Città Aperta, connettendosi subito con la rete dello Strike Meeting. L’immaginario, il linguaggio, le pratiche assunte dai movimenti per determinare uno sciopero sociale sono state declinate nella nostra città a partire proprio da una delle sue miriadi di sfaccettature: il lavoro precario, sempre più sottopagato o gratuito, tra formazione perenne, lavoro informale, stage e tirocini, rapporti salariali costretti nella morsa del ricatto e di bassissime condizioni previdenziali. Il terreno comune dell’attacco neoliberale portato avanti per estrarre ancora più plusvalore dalla forza-lavoro ha necessitato di una coalizione tra tutti i soggetti colpiti. In questo modo il facchino della logistica, il lavoratore a rischio licenziamento del pubblico impiego, lo studente e il neolaureato si sono trovati a condividere non soltanto i luoghi della contestazione e del corteo, ma anche un ambito di discussione collettiva che tesseva tra di loro un filo rosso, una linea di rimando continuo. 

La dichiarata intenzione di Renzi e Poletti di approvare la legge delega sul Jobs Act, di concepire “svolte storiche” nella pubblica istruzione, così come le vertenze particolari della logistica, hanno iniziato a condensare rivendicazioni mai autosufficienti né tra di loro né nei confronti del piano più o meno complessivo della città. Sia il 10 ottobre che il 16 ottobre l’iniziativa politica dal carattere destituente dei provvedimenti in atto o in via di approvazione ha parlato della dimensione biopolitica della precarietà, che passa per la dimissione delle istituzioni della riproduzione sociale e degli spazi di espressione delle forme di vita. E non solo: il lato pervasivo della precarietà esistenziale ha fatto in modo che nei processi di mobilitazione anche gli occupanti di case e i richiedenti asilo fossero protagonisti degli appuntamenti lanciati collettivamente. 

Il 14 novembre non è stato, di conseguenza, una data, quanto piuttosto la rifinitura e il début dell’accumulo delle ultime settimane dovuto ad una reale intersezione delle lotte: ogni segmento, ogni interesse che coinvolgeva un particolarità precisa della composizione sociale ha avuto tutta la potenzialità per divenire comune a tutti gli altri, per farsi interesse contro la precarietà formalizzata e che investe l’intera vita. L’immaginario degli strikers è stato da questo punto di vista estremamente utile, dal momento che ha permesso di amplificare i percorsi territoriali grazie alla rete nazionale in movimento contro l' ulteriore ristrutturazione del mercato del lavoro e l’incremento dell’austerità. 

Ogni singola immagina era già di per sé un dispositivo di riconoscimento dei collettivi e delle strutture aderenti allo Strike Meeting sparsi nel Paese e, allo stesso tempo, superficie adattabile a far parlare la composizione mobilitata a Padova. Questa è un’altra delle ragioni per cui le parole d’ordine attorno ad un nuovo concetto di cittadinanza, aperto ed inclusivo, oltre ad aver accompagnato i cortei e ad aver avuto la funzione di aggregare, ha fatto in modo che parallelamente si instaurassero quegli anticorpi alle propagande di destra. Una nuova ridistribuzione del reddito senza esclusione di nessuno è stato il concetto di vera sicurezza (dagli edifici della pubblica amministrazione, al diritto all’abitare, fino al sistema di accoglienza per i migranti) che è emerso dalle piazze di ottobre e novembre; una vera sicurezza che però trova il suo fondamento soprattutto nella liberazione dalla schiavitù del ricatto e dell’assenza dei diritti attraverso il salario e il reddito minimi europei.

La giornata dello sciopero sociale, dunque, ha catalizzato queste potenze mettendole in movimento. La determinazione nel fare i blocchi, nel proseguire i tragitti in percorsi non autorizzati ha restituito allo sciopero la sua nobile tradizione: quella sì dell’astensione dal lavoro, ma anche del danneggiamento economico dei punti nevralgici della valorizzazione capitalista, rappresentati nella contemporaneità dai flussi del trasporto e della circolazione delle merci e di relazioni. Scioperare ha voluto dire interrompere le pratiche comunitarie che nella quotidianità – in un’epoca della sussunzione reale del capitale – vengono messe continuamente a valore, soprattutto quelle che non sono in alcun modo remunerate. Per questo motivo la pratica del blocco della città si è rivolta anche ai non garantiti e ai soggetti del mondo della formazione. La capacità di portare avanti i blocchi, anche mettendo in campo atti radicali, è stata l’elemento di coesione di tutte le categorie che hanno assunto lo sciopero sociale come proprio.

Lo straordinario successo dello sciopero ci ha poi condotto direttamente a Roma, nella data di circondamento del Senato durante l’approvazione della legge delega, una vergognosa tattica parlamentare per dotare di decisionalità autoritaria Renzi per quanto riguarda il Jobs Act. Una giornata che ha fatto riemergere il clima repressivo e l’impossibilità del dissenso nell’era della governance europea, riflettendo ancora una volta le reazioni padovane del 14 novembre della polizia e dell’ordine di piazza ad un atteggiamento generalizzato in tutti i territori. 

#12D: LE PIAZZE INDIPENDENTI E AUTONOME

Certo, nessuno è stato entusiasta della convocazione dello sciopero generale: tardivo, con una volontà sotterranea ma evidente di concertazione per riabilitare il sindacato nella sua funzione di cinghia di trasmissione tra politica e società. Come fare ad attraversare una giornata che culturalmente non è in sintonia con gli ultimi mesi di mobilitazione? Ancora una volta, l’aver scandito un’agenda autonoma e autoconvocata durante l’autunno ha contribuito a creare quel rapporto di forza che potesse permettere di scendere in piazza durante quella giornata, senza accodarsi ai sindacati confederali o essere assorbiti dal loro discorso. L’importanza di essere presenti e di realizzare nella propria autonomia politica una realtà di movimento significativa ha permesso da una parte di non lasciare spazio completo ed agibile alla retorica concertativa, dall’altra di qualificarsi come interlocutori per tutti coloro che hanno deciso di astenersi dal lavoro - non con le burocrazie di sindacato – e di essere portatori di contenuti altri. Il nostro sciopero generale, riuscendo ad essere più attrattivo della sfilata confederale per un migliaio di persone, ha di nuovo tessuto quell’orizzonte comune che delegittima l’intero progetto neoliberale di ridisegnazione del bios: rifiutare il Jobs Act vuol dire reclamare reddito e salario, ma anche un investimento delle risorse pubbliche in welfare e servizi direttamente contrario alla speculazione sulle grandi opere inutili, troppo spesso appoggiate sia nel loro silenzio che nella stipulazione di accordi specifici per quanto riguarda i lavori nei cantieri da CGIL, CISL e UIL. Non è possibile contestare il Jobs Act se non si rifiuta la sua matrice originaria e complessiva, ma soprattutto se non si ha un progetto alternativo di vita che reclami ricchezza e diritti per l’intera collettività degli sfruttati. 

Il 12 dicembre, di conseguenza, come ultima data dell’autunno, ha mostrato la capacità del laboratorio Padova Città Aperta di avere una vocazione maggioritaria e di aver costruito durante tutto l’autunno dei percorsi e delle scadenze indipendenti con un portato politico conflittuale. Il blocco della circolazione, la compresenza dei lavoratori e degli studenti, ha ancora una volta dimostrato il 12 dicembre la ricchezza dell’interconnessione delle lotte.

UNA COALIZIONE PER NUOVE RELAZIONI

In breve, questa è la narrazione del nostro autunno. Padova Città Aperta non è stata una sommatoria di strutture e realtà politiche, ma una vera e propria contaminazione di biografie differenti che si sono coalizzate nei loro scopi comunemente decisi. La discussione collettiva e l’operatività sono i due aspetti inseparabili del laboratorio che, sulla scia dello spirito dello Strike Meeting, ha legato le differenze non per aggredire la precarietà in termini enunciativi, ma nel tentativo costante di produrre conflitto e consenso riappropriandosi degli strumenti di lotta svuotati di significato. 

Al di là del carattere vertenziale e di movimento, Padova Città Aperta ha inaugurato un nuovo modo di fare relazioni politiche in città tra soggetti di movimento: oltre ogni tatticismo, la pratica dell’obiettivo ha significato coordinazione condivisa e decisione a partire dalle proprie differenze; delle differenze la cui relazione non è mai stata a priori, perché ha saputo ridefinirsi costantemente sulla base della materialità delle lotte e della realtà in continuo mutamento. La coalizione di scopo è un dispositivo trasformativo nella concretezza di quello che riesce a realizzare, non un contenitore statico e asettico. La complessità e il risultato proficuo di questi rapporti, dunque, vanno contestualizzati nella modalità della costruzione comune della strategia che è stata adottata. 

Lasciamo un anno che in maniera sorprendente ha segnato, potremmo dire, un cambiamento nell'antropologia del fare politica. Spetta a noi e alla prosecuzione di questa grandiosa esperienza capire come dare continuità al laboratorio nella ricerca costante di cambiare radicalmente l’esistente nel nostro territorio, verso una felicità comune e nuovi orizzonti di libertà. 

C.S.O. PEDRO

COLLETTIVO UNIVERSITARIO S.P.A.M.

COORDINAMENTO STUDENTI MEDI

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