Padova - Articolo 18 andiamo verso lo sciopero generale

12 / 4 / 2012

L’ARTICOLO 18, seconda versione della Riforma Fornero: mobilitiamoci contro questo tentativo di mistificare la realtà.

Lanciamo l’assemblea di Lunedì 16 Aprile, ore 15.00, presso la sala comunale Porto Astra di Padova (Zona Guizza), come momento fondativo del percorso di mobilitazione dal basso.

Questa crisi, come spesso abbiamo detto, è la somma di diverse crisi, crisi della rappresentanza, crisi della politica, crisi economica, crisi finanziaria, crisi esistenziale, crisi della sovranità, crisi dei sistemi e meccanismi di controllo sociale. Soprattutto quest’ultimo elemento dà vita a vicende inaspettate, la percezione di essere con le spalle al muro, senza nulla da perdere, innesca momenti di resistenza radicale, anche lì dove sembrava che il tempo fosse immobile, che nulla potesse spostare equilibri e incrostazioni stratificatesi in decenni di politiche clientelari, di disponibilità di risorse che sembravano illimitate etc. etc.

La crisi intreccia i diversi momenti di opposizione sociale nel paese: i blocchi stradali in Sicilia, la ribellione della Valsusa, le proteste dei pensionati, il movimento dei metalmeccanici sono i simboli di una storia che non è per niente scontata, la storia scritta da chi non si rassegna.

Purtroppo la crisi non è solo questo, purtroppo è anche il dramma umano di chi non regge il peso del fallimento, la vergogna di non riuscire a pagare i debiti, di chi non riesce ad affrontare il peso di un’esistenza a volte vissuta al di sopra delle proprie possibilità, altre volte che si scontra con la fatica di vivere, portandosi dietro sconfitte e umiliazioni insopportabili, accompagnate dal peso dell’ineluttabilità di questa condizione. Ineluttabile che è il portato naturale del prevalere della “tecnica” sulla politica, di conti sì troppo salati per poterli pagare, ma che non contemplano alternative.

Non bastava la riforma delle pensioni, non bastava la liberalizzazione dei servizi pubblici, non bastava il terribile pasticcio degli esodati, bisognava assestare l’ennesimo colpo: andare in giro per il mondo a spiegare che i diritti dei lavoratori in Italia non esistono più, perché la sobrietà tecnica di Monti ne consente anche l’eliminazione. Il più grande sindacato Italiano ridotto al ruolo di verbalizzatore della trattativa. Questa la storia che il duo inossidabile Monti Fornero sembra voler scrivere con la Riforma del Lavoro. L’utopia stessa del capitalismo dal volto umano lascia spazio alla realtà del capitalismo finanziario, che un volto nemmeno ce l’ha.

L’articolo 18, e l’ostinazione di chi vuole difenderlo, diventano la penna nella mani di chi vuole provare a scrivere un’altra storia, a costruire un’alternativa all’ineluttabile. La dinamica resistenziale posta dalla FIOM, che ha portato il Direttivo CGIL a proclamare 16 ore di sciopero, ha incontrato dal 23 Marzo ad oggi diversi compagni di strada. Scioperi a raffica in tutta Italia, la manifestazione del Comitato No debito di Milano del 30 Marzo, un’opinione pubblica sempre più schierata contro un governo che manifesta sempre più il suo volto più disumano.

La signoria della volontà dei “tecnici” ha trovato per la prima volta una vera opposizione sociale nel paese. I sondaggi dicono chiaramente che la stragrande maggioranza degli Italiani, non solo non vede nella modifica dell’articolo 18 una priorità, ma ritiene che non c’entri nulla con la crescita e che soprattutto sia un’autentica ingiustizia, il modo per scaricare le conseguenze della crisi sui più poveri.

La modifica imposta da Monti è una sostanziale liberalizzazione dei licenziamenti. La tecnica di Monti-Fornero è solo lo strumento dell’affermazione di questo principio. Anzi è di più, perché dietro i pasticci verbali, i fuochi d’artificio linguistici di norme scritte davvero in maniera incomprensibile, non può esservi impreparazione tecnica. Vi è solo che la tecnica diventa un’arma di sofisticazione della realtà, nella superfetazione dei concetti si concretizza lo svuotamento dei diritti. È l’intento di chi vuole affermare, senza se e senza ma, un principio, fornendo anche l’alibi a chi si oppone a questo principio per dire che non ha perso del tutto.

Il fine giustifica i mezzi, a patto che il fine rimanga. Il fine è la libertà di licenziare e l’instaurarsi di un clima di dominio-terrore dentro le fabbriche e nel paese, con la FIOM fuori dalle fabbriche e la CGIL devitalizzata dentro, con l’opposizione sociale, tutta, fuori dal paese e i partiti politici dentro (tutto questo mentre si sta alzando il sipario su una nuova tangentopoli della casta). Il Marchionnismo eretto a principio di civiltà giuridica, la civiltà della ragion d’impresa uber alles.

Altro che governo tecnico, Monti sta provando a ridisegnare l’immagine del paese a sua immagine e somiglianza, un paese narcotizzato dagli interessi dalla Finanza. La tecnica è solo l’arma con cui sofisticare questa realtà, con cui raccontare una storia diversa da quella che è.

Dicevamo il principio, o meglio uno dei principi cardine, è la libertà di licenziamento. Il mezzo è la superfetazione del concetto di licenziamento (economico, discriminatorio e disciplinare) e delle conseguenze della sua infondatezza (poi diventata manifesta infondatezza). Ovviamente è solo una finzione: un licenziamento o è infondato o non lo è. Alterare questo quadro vuol dire svuotare il concetto di reintegro, vuol dire lasciare zone grigie di mancanza di tutela giuridica del lavoratore ed in quelle zone grigie si finirà per inserire chiunque ha bisogno di trovare una giustificazione postuma di fronte al desiderio di liberarsi di qualcuno che è scomodo (per i motivi più svariati).

Nella prima versione della Riforma Fornero, opposta anche dalla CGIL, questa distinzione viaggiava sul crinale tra licenziamenti economici, disciplinari e discriminatori, con la previsione del solo indennizzo per i licenziamenti economici, ma non solo. Gli stessi licenziamenti disciplinari, nel silenzio più generale, ulteriormente superfetati in almeno tre diverse ipotesi, configurano un modello lontanissimo dal modello tedesco più volte evocato: 1) non sussistenza del fatto; 2) non commissione del fatto; 3) fatto disciplinato con una sanzione conservativa dai CCNL. E in mezzo tutto il resto, ossia tutta quella tipologia di casi in cui il fatto è stato commesso, o peggio ancora non si riesce a dimostrare che non lo si è commesso, ma della cui gravità, se la fattispecie non è prevista dal ccnl, il Giudice non può decidere (se è idoneo o meno a giustificare l’interruzione del rapporto), può al massimo ordinare la misura della monetizzazione. Con il reintegro, ridotto quasi ad ipotesi di scuola.

Per i licenziamenti economici, nella versione del 23 Marzo, vi è solo l’indennizzo, a meno che il lavoratore non riesca a dimostrare che il licenziamento è in verità discriminatorio o disciplinare. Praticamente impossibile.

Tutto questo porterebbe dritti nella direzione di un grande sciopero generale, di cui sembrava dover definire solo la data. Situazione di stallo totale, con il PD che si trovava nella scomodissima posizione di dover mandare a casa questo governo. Solo l’ennesimo intervento della cabina di regia Monti-Napolitano sta cercando di scongiurare questo rischio. La tecnica di Monti diventa funzionale al tentativo di imprimere una sterzata al corso naturale delle cose. Il modo per neutralizzare una protesta che rischia di bloccare il paese, fornendo contemporaneamente un alibi al PD, pur senza intaccare il principio cardine della riforma: la libertà di licenziamento. La politica istituzionale, con un’informazione quasi totalmente asservita al governo, cogliendo il pericolo, fa quadrato nel tentativo di rimettere in gioco i meccanismi e le leve del controllo sociale. Il nemico ultimo da abbattere, quello che i professionisti della rappresentanza non possono tollerare, è la rigenerazione di un’opposizione sociale diffusa. A costo di fornire il proprio consenso rispetto a ciò che solo qualche giorno prima si definiva inaccettabile.

La seconda versione dell’articolo 18

Spunta una nuova formulazione dell’articolo 18. La soluzione è, come al solito, meramente tecnica: si inventa un nuovo processo per i soli licenziamenti economici, con la reintroduzione del tentativo obbligatorio di conciliazione ed il reintegro ridotto ai casi in cui il lavoratore chieda che sia dichiarata la manifesta infondatezza e ovviamente la dimostri. Cambia la forma, non la sostanza.

Se si tiene conto che mai il Giudice entra nel merito delle scelte dell’imprenditore e che è già difficile dimostrare la sola infondatezza, è facilmente intuibile che la manifesta infondatezza non è quasi mai dimostrabile, anzi è pure difficile dire cosa sia. Se poi si tiene conto che, con il nuovo rito, il lavoratore sa che, se non riesce a dimostrare la manifesta infondatezza, rischia quasi certamente di perdere anche l’indennizzo economico, si intuisce perfettamente la ragionevolezza di Monti che bacchetta Confindustria, dicendo che non ha capito come il reintegro sia relativo ad ipotesi mai verificabili. È solo un principio scritto, ma sostanzialmente inapplicabile. Davanti alla sfrontatezza di queste affermazioni, il PD, in maniera assolutamente surreale, millanta la propria vittoria e dichiara di aver costretto Monti ad un passo indietro. È nient’altro che l’estremo tentativo di recuperare il senso del proprio ruolo, di restituire al paese un quadro di riferimento e di certezze, pur nella consapevolezza che questo quadro di riferimento ormai è del tutto sparito.

La verità è che la pubblicazione della seconda versione del testo della Riforma non modifica di un millimetro la situazione e questo dato trova la consacrazione nelle dichiarazioni di Ichino, secondo cui Confindustria una legge così prima di Monti poteva dimenticarsela. E stavolta, dobbiamo dirlo, il Professore ha proprio ragione. Con il processo ridotto ad un tavolo verde e il reintegro ad un’ipotesi meno che di scuola, si capisce che c’è assai poco da millantare vittorie e si capisce il vero intento della seconda versione: soffocare ogni tentativo di resistenza e l’ostinazione di chi vuole cercare di scrivere una storia diversa, senza dimenticare i corpi che la crisi e le ricette di austerità hanno lasciato sul campo e continueranno a lasciare.

Riteniamo che questo sia inaccettabile, ma al tempo stesso non ci interessa stare qui a dire, una volta chiusa la partita e subito una sonora sconfitta, che avevamo ragione, perché questo non conta assolutamente nulla e non produce nessun cambiamento. Per questo motivo, come Associazione Diritti Lavoratori, aderiamo all’Appello lanciato sul sito Global Project.info da alcuni delegati del Pubblico Impiego e proponiamo la data del 16 Aprile come momento fondativo di un percorso di mobilitazione territoriale dal basso per la difesa dell’articolo 18 e per l’estensione dei diritti.

Questo perchè siamo convinti che nessuno sia di per sé autosufficiente, che per affrontare questa fase si imponga un superamento non solo delle singole sigle sindacali ma anche della stessa forma sindacale.

Ci troviamo Lunedì 16 Aprile alle ore 15 a Padova, nella Sala Comunale Porto Astra (di fronte al Cinema), in Zona Guizza, via Santa Maria Assunta.

L'Associazione Diritti Lavoratori - Cobas

Volantino di convocazionedell'assemblea:

PADOVA L'ART 18 NON SI TOCCA: ASSEMBLEA PUBBLICA

Indetta da alcuni delegati RSU Pubblico Impiego

Lunedì 16 aprile ore 15.00 presso la Sala Comunale Porto Astra di fronte al cinema Via Santa Maria Assunta - Zona Giuzza

INTERVENGONO:

Antonio Silvestri Fiom Padova

Celestino Giacon - delegato RSU Agenzie Entrate Pd

Steafano Pieretti - delegato RSU Comune Padova

Gianni Boetto - ADL Cobas Padova

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