Note a margine di un’esplosione petrolchimica: la lotta contro la nocività oggi tra fabbrica e quartiere

16 / 5 / 2020

Non vogliamo maschere antigas 

né a Porto Marghera né altrove.

Impacchettate tutte le vostre fabbriche

il vostro progresso.

Non vogliamo la morte.

Portate via la morte immediatamente.

Ferruccio Brugnaro, “L’assemblea di fabbrica”[1]

7 maggio 2020, Visakhapatnam, India. Una fuga notturna di gas stirene nella fabbrica della multinazionale coreana LG Chem uccide almeno dodici persone e ne intossica oltre mille, penetrando nelle case vicine mentre gli abitanti dormono con le finestre aperte a causa dell’abituale calura. Almeno fino alla metà del 2019, la fabbrica aveva operato senza essersi sottoposta ai controlli legali delle autorità competenti e al The Guardian non è stato possibile accertare se tale situazione di illegalità fosse successivamente rientrata o meno.

15 maggio 2020, Porto Marghera. Un’esplosione alla 3V Sigma di Porto Marghera, piccola multinazionale bergamasca con tre stabilimenti in Italia e uno negli Stati Uniti, causa l’incendio di un tank da 10.000 litri. Due lavoratori rimangono ustionati, secondo le notizie disponibili uno è grave. Altri dipendenti vengono intossicati mentre una gigantesca nube nera si diffonde sul territorio circostante. Proprio in questa fabbrica, i lavoratori avevano tenuto uno sciopero di 24 ore per la sicurezza pochi mesi fa, nel luglio 2019, denunciando orari di lavoro interminabili, carenti condizioni di sicurezza e la mancanza di una formazione adeguata per gli operai.

Il paradosso lampante è che, come riportato dai sindacati in occasione dello sciopero del 2019: “Ci sono turni massacranti di 12 ore per mancanza di personale, con turni di riposo saltati e gente che ha lavorato per 21 giorni di seguito”, eppure lo stabilimento impiegava solo 47 dipendenti diretti, in una zona industriale dove un tempo lavoravano 40.000 operai[2]. Logica vorrebbe che si assumesse e formasse più organico per ridurre l’orario di lavoro ma, si sa, la logica del profitto spesso non coincide con quella dei bisogni. Non sono ancora disponibili informazioni approfondite su quanto accaduto allo stabilimento 3V Sigma di Porto Marghera, che ha senz’altro dato prova di peculiare criticità, ma un’analisi delle tendenze più ampie che interessano il settore petrolchimico può aiutarci a capire meglio il paradosso.

Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro, il settore chimico impiega 20 milioni di dipendenti al livello globale[3]. Per quanto riguarda il settore petrolchimico – ma non solo – è possibile individuare tre tendenze di lungo corso: automazione, precarizzazione e una crescente visibilità del ricatto occupazionale.

L’automazione non è di certo una novità nell’industria petrolchimica, essendo questo un settore ad alta composizione organica del capitale per eccellenza[4]. Fenomeno più recente è la digitalizzazione, che oggi si approfondisce con la cosiddetta “Industria 4.0” (Internet of Things, cloud, big data, ecc.) e costituisce una minaccia anche per alcune mansioni di lavoro cognitivo nonché uno strumento di più stretta sorveglianza dei lavoratori dentro e fuori il processo produttivo[5]. Queste trasformazioni tecnologiche – tutt’altro che “neutrali” e “inevitabili” ma tutte interne al conflitto lavoro-capitale, Panzieri docet[6] – hanno portato a una relativa contrazione della forza lavoro core e a un innalzamento delle qualifiche necessarie a operare sistemi produttivi di tale complessità, incrementando le stratificazioni interne alla forza lavoro nel suo complesso.

Ricerche critiche sulla composizione mondiale della forza lavoro hanno mostrato come, in un contesto di crescita economica bassa o negativa, gli aumenti di produttività causati da innovazioni tecnologiche e automazione stiano portando da un lato alla deindustrializzazione – che in economia politica si riferisce al declino della porzione di impiego industriale su impiego totale – e dall’altro lato a un’espansione del lavoro precario, essendo che il settore terziario non è in grado di riassorbire completamente i lavoratori espulsi dall’industria.[7] La precarizzazione tende a tradursi in una perdita di diritti anche per la forza lavoro core, dato che l’abbondanza di mano d’opera disponibile indebolisce il potere contrattuale dei dipendenti diretti e dei loro sindacati.

Nell’industria petrolchimica, il trend della precarizzazione si è manifestato soprattutto attraverso un’accumulazione progressiva di terziarizzazioni, che hanno abbassato il tasso medio di dipendenti diretti e a contratto indeterminato sui lavoratori in appalto assunti con formule contrattuali precarie.[8] Il dualismo tra dipendenti diretti e lavoratori delle imprese esisteva anche all’apice dell’epoca del patto sociale keynesiano e dell’azienda fordista verticalmente integrata – per esempio per quanto riguarda la costruzione degli impianti e le manutenzioni periodiche. Ma con l’ascesa dell’impresa rete nella fase neoliberale, un numero crescente di mansioni sono state assegnate ai lavoratori delle imprese attraverso una giungla di forme giuridiche che variano a seconda dei quadri normativi nazionali. Tali mansioni esternalizzate includono attività considerate periferiche dall’ideologia delle risorse umane – per esempio pulizie, catering o giardinaggio – ma sono giunte a inglobare anche la logistica e una buona parte della manutenzione ordinaria[9]. I lavoratori esternalizzati sono così inseriti in una relazione di impiego triangolare, che si distingue dalla relazione duale standard dipendente-azienda per la mediazione tra i due di una entità terza, l’impresa in appalto. Questo sistema frammenta ulteriormente la forza lavoro (spesso lungo linee razziali e/o di genere a seconda delle mansioni), esacerba la competizione tra lavoratori e intacca così il potere di classe. Come si diceva un tempo, gli operai delle imprese sono sfruttati due volte, dall’azienda committente e dall’impresa in appalto.

Se quella delle terziarizzazioni è una tendenza generale che attraversa molteplici settori, nell’industria petrolchimica essa presenta alcune caratteristiche specifiche. La prima è che “nelle industrie a ciclo continuo nelle quali il lavoro umano – e in particolare la manutenzione – è disconnesso dal funzionamento automatico dei macchinari, è ancora più difficile distinguere tra attività produttive ‘core’ e attività ‘ausiliari’”[10]. Ciò allarga i margini di arbitrarietà in merito alle mansioni da terziarizzare e quelle da mantenere all’interno della società committente. In secondo luogo, le grandi fabbriche petrolchimiche necessitano di fermate di mesi per la manutenzione degli impianti. Durante questi shutdowns, la proporzione di lavoratori delle imprese rispetto ai dipendenti diretti aumenta in modo significativo, dato che specifiche figure professionali itineranti varcano i cancelli della fabbrica, alcune di queste dotate di alti livelli di specializzazione. Ecco dunque un’ulteriore caratteristica del settore, la stessa forza lavoro terziarizzata è altamente stratificata in quanto a diritti e remunerazioni. Si va da mansioni quali le pulizie o operazioni di manutenzione ad alto rischio fino a riparazioni che necessitano la conoscenza di macchinari altamente complessi, conoscenza che può anche essere di dominio esclusivo dei dipendenti dell’azienda produttrice dei macchinari stessi.

Infine, il settore petrolchimico è al crocevia di crescenti contestazioni contro i suoi effetti collaterali: gas serra, rischi industriali, emissioni tossiche e rifiuti di plastica. Come anche nel caso degli ultimi incidenti, gli operai sono i primi a essere colpiti dalla nocività, in termini salute e sicurezza. Gli operai sono anche collocati in una posizione strategica, essi possono infatti combattere la nocività interna ed esterna con l’arma dello sciopero, evidentemente inutilizzabile dai non addetti ai lavori. Ma il ricatto occupazionale, la minaccia di una scelta forzata tra rassegnazione alla nocività e perdita del reddito, diventa spesso un efficace strumento di disciplina in un mercato del lavoro in cui la mano d’opera abbonda.

 La storia del settore lo ha visto protagonista di numerosi incidenti ad alto profilo, come l’esplosione di Oppau in Germania (1921), il disastro di Flixborough nel Regno Unito (1974) e – di gran lunga l’episodio più grave – la famigerata catastrofe di Bhopal in India (1984)[11], che ha provocato la morte di almeno 3.500 persone nei giorni immediatamente successivi all’esplosione e una lenta agonia o una morte prematura per molte altre migliaia, difficili a quantificarsi. C’è poi la “lenta violenza” della tossicità[12], di cui Porto Marghera è purtroppo un simbolo per la strage di operai causata dall’esposizione al cancerogeno cloruro di vinile monomero (Cvm)[13]. Negli ultimi decenni, gli standard ambientali e di sicurezza del settore sono senz’altro migliorati – sotto le imposizioni legali emerse dal lungo corso delle lotte contro la nocività dentro e fuori il posto di lavoro – ma gli effetti cumulativi dell’inquinamento in quanto a riscaldamento globale e proliferazione delle plastiche rendono comunque l’industria petrolchimica così com’è oggi insostenibile.

Dietro le asettiche statistiche sulla deindustrializzazione dell’impiego e sulle emissioni ambientali, si cela la violenza strutturale esercitata sulla classe lavoratrice, tanto al punto di produzione quanto al punto di riproduzione. Al punto di produzione, nelle fabbriche, i dipendenti diretti spesso fanno orari lunghi (il passaggio dai turni da otto ore a quelli da dodici ore è avvenuto in molti contesti, cosa che se abbinata all’imposizione di straordinari può portare a settimane lavorative di durata ottocentesca) mentre gli altri sono precarizzati e in molti casi costretti a muoversi da una zona industriale all’altra per poter lavorare. Al punto di riproduzione, nei territori, la chiusura delle fabbriche sovente lascia dietro di sé un’eredità di contaminazione ambientale e marginalizzazione sociale.[14] I film che ritraggono i costi umani della deindustrializzazione sono ormai un intero genere cinematografico nel Regno Unito.

Ma c’è da aggiungere che se la proporzione di impiego industriale decresce perché l’automazione avanza più rapidamente dell’output, non per questo decresce la produzione industriale stessa. Il fenomeno globale della deindustrializzazione dell’impiego con permanenza della produzione industriale spesso si materializza anche nella dimensione locale. In questi casi, una porzione sempre più esigua degli abitanti dei quartieri adiacenti alle fabbriche riesce a trovarvi lavoro. Ciò perché i posti di lavoro sono diminuiti a causa di automazione e chiusure parziali e, dei restanti, le posizioni core richiedono qualifiche al di fuori della portata della maggior parte dei residenti locali mentre quelle periferiche sono date in appalto a una forza lavoro in parte itinerante. Questi quartieri rischiano così di diventare zone sacrificali[15] i cui abitanti continuano a subire le nocività e i rischi della produzione industriale senza però poter più lavorare nelle fabbriche. Se negli Stati Uniti i grandi complessi petrolchimici di “Cancer Alley” sono collocati sui terreni di ex piantagioni schiavistiche e vanno quindi a impattare su comunità di discendenti di schiavi importati dall’Africa in una forma evidente di razzismo ambientale[16], in Europa si tratta più frequentemente di quartieri tuttora working class ma non più operai, i cui insediamenti originari erano stati costruiti dopo le prime fabbriche proprio per alloggiarvene la forza lavoro.

Quando c’era una certa corrispondenza tra punto di produzione e punto di riproduzione, ovvero quando nelle fenceline communities, nei quartieri adiacenti alle zone industriali, una buona parte degli abitanti lavorava nelle fabbriche, c’era una maggiore tolleranza da parte della popolazione nei confronti delle nocività industriali, ma d’altra parte una volta che si innescavano lotte contro la nocività c’erano margini per tentare di sincronizzare lotte in fabbrica e lotte sul territorio, come fatto negli anni ’70 proprio a Porto Marghera sia dai sindacati[17] che dall’Assemblea autonoma[18], per quanto con obiettivi strategici e forme di lotta nettamente divergenti (nuovo modello di produzione vs rifiuto del lavoro capitalista in quanto di per sé nocivo). Ma l’odierna divaricazione tra operai impiegati nei complessi petrolchimici e quartieri ex operai esposti alla nocività, le cui cause sono spiegate sopra, ha creato ulteriori difficoltà nella ricomposizione delle lotte per i diritti sul posto di lavoro e quelle sul territorio contro la nocività ambientale e la crisi ecologica.

Il ritorno a una mitologica “epoca d’oro” dell’impiego industriale è impossibile – il capitale investe solo per crescere, per crescere è necessario competere e per competere è necessario automatizzare – nonché indesiderabile – la crisi del Covid-19 è la più lampante dimostrazione di quanto il lavoro capitalista sia effettivamente nocivo. La proposta di origine sindacale di una transizione giusta, cioè una transizione oltre il petrolio e verso un’economia sostenibile in grado di garantire la degna riproduzione di tutte e tutti, compresi gli (ex) lavoratori delle industrie inquinanti, è un possibile terreno di sperimentazione per ricomporre le lotte sul posto di lavoro e quelle sui territori, se si tiene però presente l’incompatibilità di lungo termine tra transizione giusta e modo di produzione attuale. La pandemia nella quale oggi viviamo è stata resa possibile proprio da questo modo di produzione ed è soltanto una delle molto conseguenze della crisi ecologica da esso causata. Se un tempo la nocività del capitalismo aveva messo le maschere agli operai di Porto Marghera, ora le maschere ce le abbiamo tutti. Sapremo tornare a respirare liberamente?


[1] Ferruccio Brugnaro, 1998, Fist of Sun. Willimantic: Curbstone Press, p. 44.

[2] Gilda Zazzara, 2017, “I cento anni di Porto Marghera”, Italia contemporanea, 284, 209-236.

[3] Questa stima comprende i lavoratori dei settori chimici, farmaceutici e gomma e pneumatici ma esclude quelli del settore petrolifero e delle raffinerie.

[4] George, Caffentzis, 2017, No Blood for Oil! Essays on Energy, Class Struggle, and War (1998-2016). New York, Autonomedia.

[5] Phoebe V. Moore, Martin Upchurch, and Xanthe Whittaker, 2018, Humans and Machines at Work: Monitoring, Surveillance and Automation in Contemporary Capitalism, London: Palgrave Macmillan.

[6] Raniero Panzieri, 1961, “Sull’uso capitalistico delle machine nel neocapitalismo”, Quaderni rossi, 1, 53-72.

[7] Aaron Benanav, 2019, “Automation and the Future of Work–1”, New Left Review, 119, pp. 5-38.

[8] Neil H. Ritson, Mark M. J. Wilson, and Gillis Maclean, 2015, “Trade Union Recognition by MNCs: Evidence of an Underlying Rationale in UK Petrochemicals”, Labor History, 56(4), pp. 499-520.

[9] Sara Lafuente Hérnandez, David Jamar, and Esteban Martínez, 2016, “Respuestas sindicales ante el desafío de la empresa-red: Sector petroquímico y nuclear”, Cuadernos de relaciones laborales, 34(1), pp. 151-171.

[10] Ibidem.

[11] Hanna B., Morehouse W., Sarangi S., 2005, The Bhopal Reader: Remembering Twenty Years of the World's Worst Industrial Disaster, The Apex Press.

[12] Rob Nixon, 2011, Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, Cambridge (MA): Harvard University Press.

[13] Gabriele Bortolozzo, 1998, L’erba ha voglia di vita: Autobiografia e storia politica tra laguna e Petrolchimico, Venezia: Associazione Gabriele Bortolozzo.

[14] Alice Mah, 2012, Industrial Ruination, Community and Place: Landscapes and Legacies of Urban Decline, Toronto: University of Toronto Press.

[15] Steve Lerner, 2012, Sacrifice Zones: The Front Lines of Toxic Chemical Exposure in the United States, Cambridge (MA): MIT Press.

[16] Thom Davies, 2018, “Toxic Space and Time: Slow Violence, Necropolitics, and Petrochemical Pollution”, Annals of the American Association of Geographers, 108(6), pp. 1537-1553.

[17] Andrea Martinello, 2005, “La morte operaia”: Marghera, il sindacato e la nocività, tesi di laurea UniPd.

[18] Devi Sacchetto e Gianni Sbrogiò, 2009, Quando il potere è operaio: Autonomia e soggettività politica a Porto Marghera, 1960-1980. Roma: Manifesto Libri.

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