Nei mondi dell’assurdo azzardare nuovi linguaggi e dimenticarne altri

di Rolando Lutterotti

13 / 3 / 2013

Scrivo con più voglia ora. Lo ammetto. Non sono mai stato un soggetto propenso al realizzare il suo pensiero tramite l’uso della tastiera. 

Ho 22 anni ed ho sempre creduto, nella mia breve ma intensa esperienza di movimento, che la trasmissione del pensiero collettivo si avesse attraverso le assemblee svolte in cerchio, le piazze riempite, le iniziative, il conflitto. Ma ancora di più, dallo stare assieme, dal vivere quotidianamente nuove e vecchie emozioni; dal sentimento che mi/ci spinge verso l’agire in e per il comune.

Effettivamente mi sono sbagliato, perché lo scrivere e comunicare attraverso i nuovi strumenti multimediali, provoca tutto ciò: può scatenare riflessioni, conoscenza, rabbia, indignazione.

Detto ciò, mi guardo attorno, osservo, interagisco con i due mondi: dico i due mondi, perché, nel mondo reale, quello nel quale l’insieme di crisi strutturale colpisce tutti e tutte, le capacità di essere concreti e travolgenti per il sovvertimento dello stato di cose presenti sembra allontanarsi sempre più; nell’altro mondo, quello virtuale, dei social network e dei blog, quello del “world wide web”, l’attivismo politico è dato dal 99% delle persone. Si, proprio da quel 99% che, per poco tempo, abbiamo enfatizzato nelle nostre “piazze reali”, comprendendo subito che stavamo azzardando a qualcosa che non c’era. 

Dunque, come domanda spontanea, viene da interrogarmi, senza dare una risposta esaustiva, se noi sbagliammo col dire che il 99% non era con noi. Provo a rispondere con incertezza azzardando che c’era e non c’era, era con noi ma non fisicamente: era con noi (?), ma preferiva solidarizzare e battersi, appunto, dal secondo mondo.

Arriviamo ad oggi, dove il dibattito elettorale ha scosso l'intera Italia, investita dallo Tsunami grillino. Uno tsunami che, detta fuori dai denti, mi rende parzialmente felice ed interessato. Felice perché da tempo sono troppo stufo delle vecchie forme istituzionali di rappresentanza messe in crisi con queste elezioni; elezioni che sanciscono la fine di un’epoca e ne aprano una totalmente nuova. Interessato perché di quest’epoca voglio farne parte al 100%, voglio determinarla, voglio cambiarla.

Ed è innegabile che abbiamo bisogno di nuovi strumenti e di nuovi spunti. 

Uno dei primi dati innegabili, perché saremmo ideologici se non comprendessimo questo passaggio, è che le agorà virtuali si sono trasformate da luoghi di discussione, analisi e approfondimento in “non luoghi” dove si prendono decisioni e si attuano cambiamenti. Non luoghi che sovvertono i ruoli che i due mondi hanno sempre avuto. Grillo in questo ci calza a pennello. Ovvero piazza San Giovanni è stato il luogo di discussione, analisi, approfondimento, mentre il blog è diventato il vero strumento di partecipazione democratica.

Come d'altronde non comprendere un classico padre di famiglia precario, magari volenteroso e con la voglia di cambiamento, che tornato a casa dopo lavoro, dopo essere andato a prendere il figlio all’asilo e avere fatto da mangiare, prova a dire la sua opinione nello spazio di discussione che ritiene più laico e libero: il world wide web. O come non osservare il ventenne medio, cresciuto assieme agli scandali e alla corruzione che accompagna(va) il teatrino della politica italiana, nascere già stufo di questa politica e rabbrividire alla parola stessa perché reputata riluttante: poi arriva Grillo, che ti fa sentire partecipe delle decisioni scrivendo sul blog, che quindi rinnesta nei giovani e meno giovani un interesse di quella politica che rigettavano fino a poco prima. E ad ora è il primo neo-partito d’Italia, visto di buon occhio da molti.

Dette alcune banalità e contestualizzato seppur minimamente la fase nuova d’attraversare, arriviamo alla domanda non di scontata risposta (alla quale troppi intellettuali di movimento credono di avere risposte esaustive anche dopo aver preso colpi duri da assorbire. Ripeto, ho 22 anni e non mi ritengo mai sazio di formazione e di nuove scoperte da fare assieme, cercando di non mettersi mai sul piedistallo):

Che fare?

Penso che alcune riflessioni portino verso la giusta direzione. Nell’anno zero, lo chiamo così perché ha azzerato alcune strutture e caratteristiche tutte da reinventare, chi vuole rimanere fermo e stantio, ideologizzato su vecchie forme o nuove che in realtà altro non sono che nuove forme con vecchie formule, non ha nulla in questo momento da spartire con noi. 

Il movimento che trasforma ora più che mai deve trasformare e sapersi trasformare per non essere schiacciato tra il vecchiume di una politica sterile e il nuovo che avanza, al quale, se affrontato in maniera troppo ideologica, rischiamo di non riuscire a tenere il passo. 

Quindi sta solamente a noi il sapere innovare e rinnovarci, continuando nel nostro cammino, sapendo che la direzione del cambiamento si ha attraverso il conflitto sociale; ma forse, ora, il conflitto sociale deve saper attraversare pure il web, facebook, twitter, per poter sfondare veramente le barriere del dibattito democratico, che, anche se elaborato telematicamente, ha un riscontro reale sulla realtà (il voto a Grillo evidenzia questa tendenza).

Sta a noi il tentativo di sovvertire questo schematismo, o anzi, per meglio dire, integrarlo di nuove forme di conflitto. Passando dal potenziamento delle nostre piattaforme multimediali, dai nostri account personali e collettivi, arrivando agli Anonymous. Con sovvertimento intendo quel passaggio non facile di riappropriazione di alcune battaglie sociali scardinate dalle istanze di movimento e catapultate in parlamento. Non penso che ciò sia un male, comprendiamoci, ma son cresciuto con l’attitudine zapatista del “caminar preguntando”, ed è solo attraverso essa, ovvero un attenzione costante, quindi una reale partecipazione quotidiana alla vita politica, che si possa dare una vera istituzione del Comune. Senza di essa ho sempre visto contrapporsi la delega e il disfacimento, l'egoismo.

Il passaggio non è semplice, ma solo con la nostra voglia e attitudine al cambiamento ed al cambiare se giusto e necessario, possiamo far in modo che la gente ritorni a discutere assieme a noi nelle piazze, nelle assemblee, nel mondo reale. Perché nell'altro mondo si rischia di rimanere sommerso di discussioni e opinioni interessanti, mentre nella quotidianità il cambiamento non  avviene.

Sta a noi, soprattutto quelli più giovani e più propensi all’uso di nuovi strumenti di comunicazione, utilizzare le nuove agorà virtuali per rinnestare meccanismi di piazza reali. Caratterizzando con maggior grinta e voglia, spazi di discussione pubblica intorno alle scadenze che abbiamo di fronte, necessarie per riaprire dibattiti veri intorno alle questioni ambientali, del welfare, dei diritti, questioni prioritarie che ci appartengono.

“Una rivoluzione senza un ballo è una rivoluzione che non vale la pena di fare”. Un ballo senza musica è un ballo che non vale la pena di fare: sta a noi imparare a suonare nuovi strumenti.

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