Napoli,Vertenza-BRAU: storia di una mobilitazione studentesca che ha vinto

Studenti e utenti ottengono l'orario prolungato. Creare l'emergenza dal basso: un modello di lotta studentesca replicabile nell'università della Gelmini

29 / 4 / 2013

Siamo studenti universitari immatricolati tra il 2008 e il 2010. Siamo entrati nell'università negli anni in cui il movimento studentesco ha prodotto tantissimo, ma anche perso tanto. Il lavoro nelle facoltà – per chi ha vissuto quelle mobilitazioni – è faticoso e spaesante. Così tanto tempo a parlare di macerie da correre sempre il rischio di essere in ritardo sul riassetto dei dispositivi di potere dentro l'università: nuove forme di vita che conosce poco chi non ha seguito una singola lezione del suo primo semestre perché c'era l'Onda fuori da quelle aule e allora dentro non c'era nessuno.

Ma quegli spazi ora sono di nuovo pieni. Pieni di gente che è venuta già dopo il 23 dicembre 2010. E – su quegli spazi – la Gelmini si sta ora abbattendo come un uragano, con effetti specifici e declinazioni singolari.

Figlia di questa crisi dell'università è stata la vicenda della BRAU (la Biblioteca di Ricerca di Area Umanistica), la biblioteca di facoltà più grande del sud, l'unica biblioteca a scaffale aperto di Napoli, nel cuore del centro storico.

I fatti si riassumono velocemente: a dicembre tre unità di personale vengono a mancare, il blocco del turn-over ci mette lo zampino e da gennaio la biblioteca deve chiudere alle 14 per tre giorni a settimana. Tre ore in meno rispetto ad un orario di chiusura (16.45) già penoso per qualunque struttua di ricerca quantomeno decente.

A gennaio – però – per quanto uno possa provare a raccontarsi dei corridoi deserti e delle università smantellate, la verità è che i piani per le consultazioni e le aule studio sono zeppe di persone. È per questo che la drastica riduzione dell'orario non viene assunta come uno dei tanti effetti quasi meteorologici con i quali si percepisce l'austerity: diviene invece terreno di scontro.

Settimana dopo settimana, assemblee che mettono insieme – nei momenti migliori – anche un centinaio tra studenti e dottorandi occupano i locali della Brau e ne forzano la chiusura. Ne forzano la chiusura per poter studiare e fare ricerca (autogestendo l'accesso ai testi, gli ingressi e le uscite), ma anche per poter discutere di università, di saperi, di come si connette quella vicenda specifica alla più generale crisi dell'università (che è crisi d'accesso, di dequalificazione, di mediocrità strutturale e culturale). Fino ad innescare un meccanismo bizzarro ed interessante: all'iniziale investimento militante sulla questione, che prova a dirigere le pratiche ed orientare le discussioni, segue una fase in cui la Brau si occupa da sola. Circa 200 persone al giorno si abituano all'idea che da quel posto si esce alle 19.00. Molte di loro non siederanno mai in assemblea, né verranno ai cortei e ai presidi in rettorato (e questo, beninteso, è anche un limite delle soggettività organizzate). Però si siedono ai banchi, coi loro libri di testo, e per tre ore al giorno occupano illegalmente una struttura grossa e preziosa, senza nessun bisogno di ronde che vigilino sui libri, sulle attrezzature, sulla tutela del posto. Quell'idea, per cui se si disobbedisce tutti insieme ad una legge se ne sta scrivendo un'altra, passa anche per piccoli esempi del genere. Nessuno va via prima perché nessuno trova decente quell'orario che pure precedeva i tagli.

Di fronte alla potenza di quest'abitudine, per cui l'occupazione poteva virtualmente andare avanti a vita, l'atteggiamento quasi giolittiano dell'amministrazione cambia.

Per quattro mesi il gioco era stato quello di menare il can per l'aia, sperando che prima o poi ci si sarebbe scocciati: rimbalzare le responsabilità dal rettorato ai sindacati alla corte dei conti, passando per il Miur e il Mef, disertando appuntamenti e tavoli di discussione nella speranza che quei 50, 60 tracotanti che si sbattevano su e giù da Piazza Bellini a Corso Umberto si sarebbero stancati.

“Se pensate di farcela rimanete lì”, c'avevano detto in rettorato a febbraio.

Ad aprile la strategia cambia. Si inizia a chiudere la struttura a singhiozzo: mancanza d'acqua, mancanza di personale. Poi la svolta: per colpa dell'occupazione dei libri sarebbero stati trafugati (chiunque frequenti la BRAU se che i libri scompaiono sistematicamente, da anni, perlopiù sottratti dai docenti). Parte la denuncia contro ignoti e una circolare annuncia la chiusura della BRAU fino al 4 giugno. Due mesi, eccessivi probabilmente anche se si fosse trattato di dover inventariare Library of Congress, nel periodo (quello aprile-maggio) di picco della frequenza di quei locali, per gli appelli estivi e le sedute di laurea.

Il tentativo, pusillanime e meschino, è di mettere contro gli studenti “normali” (che poi sono quelli che per due mesi hanno occupato scaffali e aule senza che nessuno li incollasse alle sedie) e gli occupanti facinorosi.

Ma i segmenti e le compartimentazioni binarie, si sa, non sono cose che riguardano la moltitudine: fascio di singolarità intrecciate, in cui l'in sé e il per sé si mescolano e si ibridano, e che non hanno bisogno dei patentini per dotarsi di un'etica riottosa alla miseria del potere. Due giorni dopo la denuncia e il sequestro della struttura, circa cento studenti forzano l'ingresso, aprono i tornelli, invadono i piani e srotolano uno striscione che dice BRAU OCCUPATA, pronti a dormire lì per giorni, se fosse necessario. E chi studia e chi occupa forma un corpo unico, altamente permeabile, in cui si sfaldano immediatamente le presunte divisioni tra gli studenti buoni e gli studenti cattivi.

Al rettorato – ne siamo sicuri – si succedono ore di panico: è una fase delicata, i rettori di tutti gli atenei napoletani hanno firmato una lettera pubblica di appoggio al partito democratico, ci sono clientele da tutelare e la campagna elettorale non è mai finita. Nessuno vuole centinaia di persone a dormire nella piazza più affollata di Napoli.

Nel primo pomeriggio arrivano smentite e rettifiche: per una delibera del rettorato, il 30 aprile riapriranno le aule studio e, man mano che si procede con l'inventario, apriranno anche i piani. Fino alle 19, ossia due ore in più dell'orario che precedeva i tagli, quelle due ore che per quattro mesi gli studenti si erano scippati violando l'orario di chiusura ufficiale.

La crisi in fondo, anche su scala più grande (ed infinitamente più complessa), apre degli spazi: quando si prova a togliere qualcosa a qualcuno c'è la possibilità che quel qualcuno si organizzi, se lo riprenda e – strada facendo – pretenda anche qualcosa che prima non aveva. Tutte quelle storie sul  “giocare in difesa”, “passare all'attacco” ci paiono un po' astrazioni forzate. A un certo punto succede che una comunità si ribella e si riprende diritti e spazi che gli venivano negati: a noi interessa quel “certo punto”, quel “nel bel mezzo”, perché è lì che succedono le cose, si rompono gli schemi, si creano nuove abitudini, si erode sovranità, “come l'erba che cresce sempre nel mezzo”.

Usciamo dalla vertenza-brau con quello che speriamo sia un modello riproducibile: la possibilità di vivere l'emergenza non solo come uno strumento del potere che chiude gli spazi democratici commissariando i territori interessati, ma anche come un dispositivo d'azione politica da agire dal basso, creando emergenze che ridiscutano l'assetto dei rapporti di forza. La legge Gelmini – tanto per chiudere sul concreto – prevede infatti deroghe al blocco delle assunzioni in casi di emergenza.

Sul significato di quell'emergenza c'è tutta una battaglia politica da fare, che ci dice che nulla è deciso una volta per tutte, ma che – in tanti – tutto si ridiscute. Di questa battaglia, noi abbiamo provato a giocare un pezzetto. Ci pare di averlo vinto e, di questi tempi, dire “si può vincere” è dannatamente importante. Perché la gioia moltiplica la potenza di agire. Perché l'altra parte vince due volte quando ti convince a smettere di provarci.

Brau in agitazione

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Napoli, BRAU OCCUPATA!