Mutui sulla casa e pignoramenti, cresce ancora il potere delle banche

21 / 3 / 2016

Agli inizi di marzo il Governo italiano ha reso noto lo scheletro di un decreto legislativo, discusso poi in sede di Commissione Finanze della Camera, che riguarda l’attuazione della direttiva 2014/17/UE in merito ai contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali. La direttiva in questione, denominata Mortage credit directive (MCD) è stata recepita dall’Italia lo scorso 5 luglio, attraverso una legge delega da trasformare in decreto entro il 21 marzo 2016. Nei prossimi giorni l’esecutivo è quindi tenuto a sciogliere gli ultimi nodi ed a rendere pubblico il testo definitivo del decreto.

L’elemento più controverso riguarda la possibilità, per gli istituti di credito, di diventare proprietari delle case acquistate attraverso un mutuo da loro erogato, nel caso in cui il debitore fosse inadempiente per 18 rate di pagamento (nell’ipotesi iniziale erano 7 rate), per venderle e incassare senza passare dal Tribunale. Il decreto porterebbe nelle casse delle banche circa 20 miliardi di euro, visto che, secondo i dati ISTAT, sono più di 240.000 le famiglie che nel 2015 si sono trovate in difficoltà con il pagamento del mutuo della casa. Si tratterebbe di un’iniezione di liquidità notevole, soprattutto se consideriamo la fragilità dimostrata dal sistema bancario italiano negli ultimi mesi.

L’indebitamento privato legato alla casa, che è stato all’origine della prima grande bolla finanziaria della crisi ancora in atto, continua ad essere un elemento fondante dell’attuale sistema economico, soprattutto in una fase in cui aumentano le disuguaglianze sociali. Allo stesso tempo continuano ad aumentare le sofferenze legate a questo indebitamento. Basti pensare che in Italia, oltre ai dati dell’Istat già segnalati, nel 2014 ci sono stati 52.606 pignoramenti d’immobili, contati da Adusbef e Federconsumatori in 35 tribunali italiani, con un aumento di quasi il 12% rispetto all’anno prima.

In questa situazione il governo compie una scelta chiara, lineare rispetto alla linea politica ed economica che ha sempre portato avanti, ossia quella di «aiutare le banche, più che i debitori, a liberarsi prima possibile dei loro crediti in sofferenza», come ha osservato anche il docente di diritto privato alla LUISS Francesco Di Ciommo in una recente intervista rilasciata a Repubblica.

Sono già state scritte tante parole in merito alle strategie governative, alle connessioni dirette di buona parte dell’esecutivo con i poteri forti del cemento, alla sottomissione del Partito del Fare nei confronti delle lobby finanziarie, delle banche e dei grandi istituti di credito internazionali. Se il Piano Casa ha già aperto la strada alla speculazione edilizia e alle politiche di austerity giocate, in riconosciuto accordo tra Parlamento Europeo e BCE, sulla pelle delle persone, l’interpretazione in salsa renziana della Mortage credit directive si appresta a diventare l’ennesimo grande regalo che la politica offre al sistema bancario.

Cerchiamo di entrare maggiormente nei dettagli.

Il Parlamento Europeo nel 2014 ha varato una direttiva per regolare le pratiche di prestito e mutui sulla casa senza però specificare soluzioni precise e lasciando libera interpretazione agli esecutivi nazionali. Il governo italiano, alla fine di febbraio, ne ha approfittato per mettere mano alla direttiva siglando un accordo ufficioso con i grandi istituti di credito secondo il quale dopo 7 rate non pagate, la banca entra di diritto in possesso dell’immobile, scavalcando ogni possibile ricorso o mediazione giudiziaria. L’accordo, divenuto schema del decreto legislativo, cancella l'articolo 2744 del codice civile, che vieta il cosiddetto "patto commissorio" e cioè "il patto col quale si conviene che, in mancanza del pagamento del credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore".  Inoltre, se il valore dell’immobile supera il debito allora il restante viene restituito allo sventurato debitore, se il valore invece risulta inferiore la banca può entrare in possesso di diverse e non precisate proprietà fino a quando non il debito non viene sanato.Nonostante il Governo abbia tentato di far passare l’operazione in sordina la prima scrittura del decreto di legge è stata attaccata indiscriminatamente da più parti, mettendo di fatto il PD in seria difficoltà e a rischio spaccatura sull’ennesimo confronto parlamentare. Codacons, Altroconsumo, Adoc e Federconsumatori hanno annunciato ricorso alla Consulta mentre i movimenti per il diritto alla casa hanno immediatamente promesso battaglia a oltranza se non si fosse ritirata la proposta. La pressione su più fronti ha costretto il Governo a modificare pochi punti del decreto, anche se l’impianto complessivo ne rimane invariato.

Dai 7 mesi iniziali (7 rate) si è passati a 18 (attualmente la legge in vigore prevede un tempo di 4 anni) mentre la clausola di inadempimento, cioè la possibilità per la banca di pignorare la casa dopo 18 mesi di mancato incasso, diventa facoltativa. Va precisato però  che la facoltà di scegliere o meno la clausola in questione può divenire deterrente per la concessione o meno di un mutuo da parte delle banche. Un ricatto a regola d’arte, che pone gli istituti di credito in una condizione di assoluto privilegio nella contrattazione dei prestiti. La situazione è più che mai assurda se si pensa che l’attuale legge sul pignoramento, che prevede tempi e pratiche più lunghi ma ugualmente inefficienti e inadeguate alla situazione, ha visto negli anni della crisi (dal 2006 al 2014) triplicare la percentuale delle confische di case da parte delle banche, con un aumento del +162% che ha colpito circa 110.000 nuclei famigliari. Emblematica in tale senso la frase utilizzata da Federconsumatori all’interno della sua inchiesta sui pignoramenti, che paragona l’esodo di proprietà immobiliari verso le banche alla sparizione di intere città della grandezza di Ancona, Terni o Bolzano.

Basta aprire un qualunque quotidiano locale, d'altronde, per avere un riscontro di quanto detto. Nella Provincia di Venezia, ad esempio, secondo il sindacato Sunia, nel solo 2015 sono stati eseguiti più di 120 sfratti e molti dei quali ai danni di morosi incolpevoli cioè chi a causa della perdita del lavoro o della scadenza del contratto non rinnovato si trovano in condizione tale da non poter più pagare le rate del mutuo o l’affitto. Una situazione senza precedenti, continua il Sunia, che andrà ancora di più ad aggravarsi con la mancata proroga sul blocco degli sfratti voluta dal governo Renzi. Sfortunatamente saliti agli onori della cronaca, per fare un esempio, sono due coniugi di Sottomarina (Ve) che, dopo che lei aveva perso il lavoro ma potendo contare ancora sullo stipendio del marito, si sono visti pignorare la casa dalla banca per il mancato pagamento di sole 6 rate per un valore di 40mila euro oppure basta ascoltare gli attivisti dell’Assemblea Sociale per la Casa di Venezia che attraverso lo sportello anti sfratti s’imbattono quotidianamente in situazioni simili a questa raccontata. 

Un esercito di sfrattati e di ex proprietari di casa, nuovi poveri che andrebbero ad arricchire le fila di chi attualmente ancora non ha una casa e attende invano l’assegnazione di qualche baracca degradata o diroccata. I movimenti, le associazioni e i sindacati di base che in questi ultimi anni hanno avuto il merito di portare aprire spazi di conflitto e spazi pubblici di dibattito sul tema del diritto all’abitare, si troveranno di fronte una situazione ancora più preoccupante e potenzialmente catastrofica. Una situazione che potrà essere affrontata solo attraverso una paziente e reciproca attenzione, una condivisa e vasta ripresa della conflittualità, intrecciando le lotte per il diritto all’abitare con pratiche diffuse di neo-mutualismo e di costruzione di un Welfare del comune.

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