Milano, un'occasione mancata

Alcune note dei Centri sociali del Nordest e Associazione Ya Basta Êdî Bese

29 / 10 / 2019

A volte si perdono delle occasioni. A volte si sceglie di non coglierle. Perdere un’occasione, però, produce delle conseguenze che non lasciano in nessun caso indifferenti. Se guardiamo alla mobilitazione di sabato scorso a Milano contro la brutale guerra che Erdogan ha intrapreso nel Nord della Siria, non si può non parlare dell’ultima mezz’ora di quel corteo. 

Quella piazza aveva un duplice obiettivo. In primo luogo quello di massificare le tante iniziative solidali che nei giorni scorsi in tutta la Penisola, come in altre parti del mondo, hanno preso di mira i simboli di una guerra che intreccia una molteplicità di piani: banche, check-in della compagnia aerea turca, fabbriche d’armi e stakeholder di varia natura. In secondo luogo quello di identificare nel Consolato di Turchia a Milano l’espressione più prossima di quella carneficina che si sta compiendo in terra siriana con lo sguardo complice di Stati Uniti, Russia e della stessa Unione Europea. 

Il primo obiettivo è stato senza dubbio assolto. Certo, non stiamo parlando di una piazza numericamente eccedente, ma senza dubbio dignitosa. Diecimila persone, o forse più, non sono un dato scontato per una manifestazione del genere, con una narrazione mainstream del conflitto che spinge sempre più verso la neutralità e con la (quasi) assenza di un discorso compiuto a livello di movimento che sappia interagire con il tema della guerra nella sua complessità. 

Al di là della legittima motivazione emotiva, è evidente che le tante persone scese in piazza - molte delle quali provenienti da tutto il Nord Italia - siano state spinte da qualcosa che va oltre la “solidarietà internazionale”. 

La rivoluzione del Rojava, che questa guerra mira a cancellare dalla storia, è riuscita realmente a diventare orizzonte collettivo, a produrre un lessico che tanti e tante ritrovano nella vita di tutti i giorni, anche nel ricco Occidente. Le parole d’ordine del Confederalismo democratico sono punti che hanno intrinsecamente un valore universale, ma che in Rojava sono diventate un manifesto politico concreto e realizzabile, e non solo una mappa di buone intenzioni. 

Ed è proprio per questo che ci siamo trovati di fronte a una piazza che non poteva accontentarsi della mera testimonianza. Una piazza nella quale è emersa in maniera preponderante una composizione giovanile, gli stessi e le stesse che inondano le nostre città nelle manifestazioni per il clima o nelle piazze transfemministe.

A volte le piazze hanno un odore e una tensione che bisogna saper cogliere fino in fondo. Quando tutto questo ci sfugge, si perdono delle occasioni che non è detto possano ricapitare. Possiamo dire, con tutta onestà, che il secondo obiettivo della giornata è stato ampiamente fallito. Non è nostro stile fare la disputa sulle responsabilità, quantomeno non qui e non ora. Ma è innegabile che l’ultima mezz’ora del corteo milanese si segnala per il grande “capolavoro” di aver trasformato la disponibilità collettiva in un’occasione mancata. 

L’assedio al Consolato non era percepito solo come un’evocazione dagli oltre diecimila scesi in piazza sabato scorso: era un obiettivo chiaro e, soprattutto, praticabile in massa. E invece le parole d’ordine si sono fermate alla retorica tout court: «con il Rojava (ma solo) fino alla transenna» potremmo dire in sintesi.

La spinta della piazza era evidente, le transenne una linea di demarcazione fin troppo “debole” per disobbedire a una prescrizione. Parliamoci chiaro: al di là delle quisquilie semantiche, un assedio fatto ad ampia distanza non può che essere una pantomima. 

Invece si è scelto di giocare a ribasso, di frenare la spinta, tra l’altro generando situazioni che in una piazza non si vorrebbero mai vedere, momenti che danno adito al gossip (oltretutto se documentati dai media) e ad altre letture poco piacevoli. 

Un’occasione mancata, un obiettivo politicamente fallito e una giornata che complessivamente segna un passo indietro nella costruzione di processi di mobilitazione sociale in questo Paese.

Abbiamo sempre inteso il ruolo delle organizzazioni di movimento in piazza funzionale alle dinamiche reali espresse dalla stessa e mai subordinato a equilibrismi, incomprensibili ai più. Non abbiamo mai visto il conflitto come elemento trascendente, ma sempre come sintesi di discorsi, obiettivi e pratiche chiaramente leggibili e riproducibili, come elemento in grado di aprire spazi pubblici e politici e non di chiuderli. Per queste ragioni crediamo che i movimenti, soprattutto in una fase di grande fermento globale come questa, debbano sapersi costantemente interrogare sul loro operato, con onestà e trasparenza.

Ed è solo così che le occasioni mancate, come quella di sabato scorso, non diventano frustrazioni durature.

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